La mostra “Brassaī, ‘occhio di Parigi” ci racconta un maestro di vita, prima ancora di un maestro della fotografia. Amare con passione la realtà, catturarla, possederla, e farne la propria poesia, perché “non c’è nulla di più surreale della realtà”
Brassaī, al secolo Gyula Halász, fotografo (e molto altro) di origine ungherese (precisamente transilvana, come un altro grande ungherese di quelle parti) non è un fotografo “carino”.

Se c’è un modo di non capirne nulla è sfogliare uno di quei libretti che andavano di moda una volta, tra noi appassionati di fotografia. Tascabili e in piccolo formato, in un centinaio di foto ti raccontavano un fotografo. Non di rado riuscendoci. Senza fare nomi, che non sono meno grandi di Brassaī, e che sarebbe irrispettoso sminuire, questo tipo di imprese possono funzionare con artisti che hanno sviluppato una calligrafia, una “maniera” che si sovrappone alla realtà. Quando un fotografo racconta se stesso, il suo stile, raccontarlo in poche piccole pagine si può. Non è un difetto, ma è qualcosa di molto diverso da Brassaī. Avendo avuto a lungo un libretto di Brassaī, e non avendone mai capito un tubo, lo so.
Il merito della mostra
Eppure Brassaī mi ha sempre interessato, se non altro perché da mezzo ungherese esule ho sempre guardato con attenzione a tanti artisti (e non solo) che hanno portato nel mondo la loro origine magiara, reinventandola e trasformandola senza nessuna nostalgia, senza mai dimenticare nulla, senza mai girarsi indietro. E questo ad esempio a differenza degli italiani ( la mia altra metà) che hanno ricreato un po’ dovunque le loro piccole Italie.
“Si deve eliminare tutto ciò che è superfluo, si deve guidare l’occhio come un dittatore”
–Brassaī
Per un conoscitore superficiale, Brassaī è il fotografo di una certa epoca di Parigi, e specialmente di quegli anni ‘20 e ‘30 che marciano con allegria scomposta verso la tragedia della Seconda Guerra Mondiale. Mentre Parigi prepara la sua fine (non riemergerà mai del tutto dall’occupazione nazista), vive il suo momento più disordinato e vitale. E questa è un’altra cosa che mi ha sempre interessato tantissimo. Non poteva essere diversamente per qualcuno che nel Commissario Maigret e nel suo mondo ha trovato una specie di lessico familiare (qui si possono capire molte cose di questa relazione).

Il merito della mostra è andare oltre tutto questo, a dispetto di un titolo “BRASSAĪ, THE EYE OF PARIS” che non si sforza troppo di uscire dal pregiudizio di un fotografo che ritrae una città in un certo tempo, fornendo una gustosa scenografia d’atmosfera al pubblico interessato (o magari agli scenografi che realizzarono la splendida serie di Maigret, nella quale le immagini di Brassaī si rincorrono come in una multivisione).
“La fotografia è una costruzione mentale basata sulla realtà. Non invento nulla, immagino tutto, perché non c’è niente di più surreale della realtà”
–Brassaī
Eppure il valore della mostra, curata da Philippe Ribeyrolles, nipote quasi-figlioccio del fotografo (che di figli naturali non ne aveva avuti) è proprio quello di rompere questa teca, in cui Brassaī è stato racchiuso dal vasto pubblico che lo conosce poco, e della mille riedizioni di quei piccoli sussidiari che raccolgono le (bellissime) foto d’atmosfera del “creatore” d’immagini franco-transilvano. Entri nelle sale e improvvisamente entri nel mondo di Brassaī, nei mille gironi del suo vagabondare diurno e notturno. Nel foyer dell’opera come attorno ai vespasiani, nei bar popolari e nelle case di alta moda, tra bande criminali, prostitute in attività e in disarmo, nei locali per adulti, nei gay bar, nel mercato della carne. Vedi facce, e vedi cose. Vedi umanità e vedi geometrie, selciati lucidi, labirinti di canne fumarie in palazzo sventrato. Un palazzo andaluso che chissà perché ricorda una faccia. Vedi una città notturna, che si rivela al tempo delle sigarette bruciate per calcolare i tempi di esposizione. Ritratti sofisticati e umoristici di artisti e celebrità. Street photography che ti strappa un sorriso, come potrebbe fare Elliott Erwitt. Vedi oggetti comuni che sotto lo sguardo di BrassaĪ cominciano a parlare.
Vedi un artista multiforme che salta bulimicamente da una specialità all’altra: pittura, scrittura, fotografia, scultura; e da un soggetto all’altro. Un caleidoscopio instancabile che si esprime anche nell’amore per la stampa in camera oscura. Sono quasi tutte stampe originali quelle in mostra: stampe che da vecchio stampatore sento sofferte, lavorate con lo sforzo di uno scultore che estrae la sua forma da un pezzo di marmo, con forza e con rabbia. Non sono stampe perfette, secondo me. Ma sono tutte stampe che ci mostrano qualcosa, a volte lo gridano, rivelando i fantasmi che il negativo aveva nascosto.
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Il merito della mostra è quello di mostrarci Parigi come una delle mille facce del caleidoscopio di Brassaī. Non è il soggetto del suo lavoro, è solo il deposito in cui un artista trova il materiale fondamentale per la sua creazione. È il luogo in cui un uomo appassionato della vita, dà la caccia alla realtà, le balza addosso, la abbraccia, la fa sua. E poi ce la mostra, con il suo sorriso enigmatico, dopo averla denudata e avere rivelato la sua immensa sensualità.
Stupire con ciò che abbiamo sotto gli occhi
È con questo sguardo affamato, lascivo, che dobbiamo immaginarci quest’uomo dagli occhi sferici, caricaturali, mentre gira di notte con un taccuino pieno delle prime parole francesi necessarie (vespasiano, danaroso, passeggiatrice…), a caccia della sua eterna preda: la realtà che tutti abbiamo sotto gli occhi ma che non vediamo.

È uno sguardo che non si accontenta del bello, del curioso, del pittoresco. Non accarezza le cose, non le descrive. Le aggredisce, le spoglia, le penetra, le fa sue con un furore vitale che non si ferma davanti a niente. Non c’è un soggetto che sia in partenza bello, noioso o ributtante. Tutto può eccitare la fantasia di Brassai e diventare un pezzo del suo sguardo e del suo mondo. E di conseguenza del nostro.
Passeggiando per le sale di Palazzo Reale si sente ancora l’adrenalina di questa caccia. Di questo modo appassionato e rapace di guardare la vita per farla propria, in ogni momento, in ogni angolo, senza dare mai nulla per scontato.
“Il creatore di immagini si aggrappa a tutto ciò che è diventato consueto. È alle cose banali, inosservate, che bisogna restituire la loro virulenza originaria, per stupire con ciò che abbiamo in abbondanza sotto gli occhi, con ciò che per abitudine non notiamo nemmeno più”
–Brassaī
Ci sono fotografi che guardiamo per imparare a fotografare, a cogliere il momento, a comporre, a stampare. Sono maestri di fotografia.
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Brassaī è un maestro di vita. Un uomo che ci insegna a non dare nulla per scontato. A vivere davvero tutto quello che su cui posiamo gli occhi.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it


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