Frank Sinatra non era uomo che amasse i fallimenti. Eppure anche i migliori hanno i loro momenti no. Quello di The Voice non poteva che essere eccezionale, e fu un regalo dell’amico Lee Iacocca.
Nel 1980 Frank Sinatra era un allegro sessantacinquenne con una luminosa carriera alle spalle e ancora qualche zampata in serbo. Era un uomo che emanava classe, con una ben nota predisposizione alle cose belle e al lusso.

Con tutte le sue qualità, forse, non era l’uomo più adatto per la campagna di ringiovanimento di un grande marchio di auto, eppure toccò proprio a lui il compito di rilanciare uno dei marchi di lusso meno di successo di Detroit. A chiamarlo era stato il suo vecchio amico italiano, Lee Iacocca, fresco presidente di Chrysler, dopo il licenziamento da Ford. Un cocktail col senno di poi improbabile, che infatti ebbe esito catastrofico.
Lee Iacocca e Frank Sinatra
Lee Iacocca è una delle grandi personalità della storia dell’auto. Dopo una carriera passata a creare successi per Ford (sua fu l’idea della Mustang, suo fu lo sbarco a Le Mans che avrebbe riportato Ford nell’olimpo dell’automotive), aveva finito per trovarsi sempre più in contrasto col nipote del Fondatore, Henry Ford III. Una personalità più aristocratica che imprenditoriale che, capriccio dopo capriccio finì per licenziarlo.
Anche allora, come molti anni dopo, c’era un marchio americano sull’orlo del fallimento: Chrysler, il vaso di coccio tra General Motors e Ford. La Casa del diamante assunse Iacocca in un ultimo disperato tentativo, prima di portare i libri in tribunale. Tra le molte buone idee che permisero a Iacocca di salvare (almeno temporaneamente) Chrysler, ce ne fu però una che non finì proprio benissimo: fu l’idea di coinvolgere il suo amico di lunga data Frank Sinatra nel rilancio del più polveroso dei marchi Chrysler, quello delle berline di lusso Imperial. L’equivalente di Cadillac, ma made in Chrysler. Alla fine degli anni ‘70 Iacocca concepì una macchina che non doveva essere solo la più lussuosa di quelle prodotte a Detroit, ma anche la più tecnologica e futuribile. Un concentrato di soluzioni mai sperimentate prima, che avrebbero stupito il mondo, spaccato il mercato, sedotto qualunque americano con in tasca soldi sufficienti a pagare una vettura di superlusso. Doveva essere qualcosa di davvero speciale e mai visto, il che in fin dei conti finì per essere la ragione della sua fine.
It’s time for Imperial
Sinatra non è mai stato schizzinoso in fatto di pubblicità, e qualcuno (per esempio noi di Boomerissimo®) lo ricorda ancora nello storico, quanto problematico Carosello che abbiamo raccontato qui. In questo caso, in nome della vecchia amicizia.

accettò il compito di salvare quel pezzo di storia industriale americana per una cifra del tutto simbolica: un dollaro l’anno, più una Imperial per lui. In cambio, avrebbe dato il suo volto, la sua voce e il suo nome ad una esclusivissima serie speciale della già specialissima vettura. Sarebbe stata la Imperial Frank Sinatra Edition, disponibile solo verniciata nello stesso azzurro degli occhi di The Voice, con preziosi interni in pelle e dotata di un set esclusivo di cassette dei migliori dischi di Sinatra, selezionati e scelti da The Voice stesso. Un’offerta attraente, difficile da rifiutare. Per il lancio del 1980, il grande crooner incise una canzone appositamente scritta: “It’s time” (o “It’s time for you”, a seconda delle versioni della storia). Avrebbe dovuto essere il pezzo forte di una campagna di lancio poderosa, e solo in seguito essere distribuita nella normale produzione del cantante ed entrare a far parte del suo repertorio, cosa che però non avvenne mai.
La tripla catastrofe
La nuova Imperial era un massiccio V8 di 5.3 litri, con la fama di essere uno dei più silenziosi mai costruiti. Spingeva il nuovo gioiello di Sinatra e Iacocca fino a ben 220 chilometri orari. L’ammiraglia azzurra si vendeva allora per la cifra non modica di 20mila dollari, ma per questa cifra offriva agli automobilisti un pacchetto importantissimo: una garanzia di 36 mesi su tutto, tranne che sulle gomme e soprattutto il nuovissimo, spaziale sistema di iniezione elettronica computerizzata che avrebbe dovuto assicurare alla vettura prestazioni e consumi senza confronto con la concorrenza (i consumi erano un aspetto importante in un mondo che non aveva ancora del tutto dimenticato lo shock del 1973). Fu invece una delle cause della prematura fine del sogno Imperial.

L’iniezione elettronica non voleva saperne di funzionare, sentiva i campi magnetici dei cavi ad alta tensione e impazziva, ingolfava il motore. Il nuovo capolavoro della tecnica si fermava con facilità imbarazzante. Persino Sinatra, che aveva ricevuto l’esemplare numero uno, fu coinvolto nei problemi della sua affidabilità. La macchina si fermò nel pieno di uno dei numerosi impegni pubblici di Ol Blue Eyes, ridicolizzandolo. Sinatra non la prese affatto bene, e da allora la vecchia amicizia con Iacocca diventò molto meno solida, ammesso che ne sia rimasta qualche traccia. Sommersa dai procedimenti legali e dalle richieste di rimborso dei clienti, Chrysler decise di sostituire a spese sue l’iniezione elettronica con un normale sistema a carburatori, per tutti i clienti che ne facevano richiesta. Insieme all’elettronica, occorreva sostituire anche serbatoio, marmitta e tubo di scappamento. La nuova Imperial, la macchina che doveva salvare Chrysler dopo due anni di agonia fu tolta dal listino prima che affondasse del tutto il marchio. Sinatra non volle mai più cantare quella canzone maledetta: “It’s time”. È rimasta la sua canzone perduta: mai incisa su disco, mai eseguita in concerto, seppellita insieme alla macchina a cui aveva offerto la sua immagine, ricevendone un affronto imperdonabile.
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E Lee Iacocca? Lasciando da parte idee bizzarre come quella della auto-SInatra, riuscì effettivamente a salvare Chrysler, inventandosi il monovolume. L’avventura della sfortunata Imperial restò lì, a testimoniare che a volte anche un genio può fallire. E nei casi più disperati, persino due.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it


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