Con “Le Mans” voleva cambiare per sempre Holywood. Invece il film cambiò lui e probabilmente abbreviò la sua vita. Vi raccontiamo alcuni fatti su un film fallito e catastrofico, che gli appassionati adorano.
Nel 1969, Steve McQueen era una star al’apice della sua carriera. Un uomo che sembrava in grado di trasformare in oro tutto quello che toccava. I suoi ultimi film: “La grande fuga”, “Il Caso Thomas Crown”, “Bullit” erano stati successi straordinari al box office. E McQueen non solo ne era il protagonista, ma in alcuni casi anche il produttore, con la sua personale casa di produzione, la Solar Production.

Ma non solo, McQueen sembrava instradato a realizzare anche l’altro suo grande sogno: la velocità. Da sempre appassionato di moto e di automobili, nel 1969 partecipò come pilota e con un team ancora una volta suo alla 24 ore di Sebring, la versione americana della corsa più famosa del mondo: la 24 ora di LeMans. Con un piede ingessato all’acceleratore a causa di un recente incidente in moto, riuscì a terminare secondo, dietro solo a Mario Andretti. Tutti i sogni di un uomo a cui l’ego non ha mai fatto difetto sembravano realizzarsi insieme. Il mondo era ai suoi piedi. E fu probabilmente questa sicurezza che finì per determinare la catastrofe del progetto che doveva coronare la sua vita artistica.
Le Mans, il film che doveva cambiare i film
Da anni McQueen ponderava di un progetto che mettesse insieme la sua passione per le auto e quella per il cinema. Un film dal vivo, che raccontasse l’esperienza e le emozioni di un pilota al volante: lui.
Dopo Sebring l’idea sembrò prendere corpo definitivamente con la partecipazione di McQueen stesso alla 24 ore di Le Mans. Il progetto era tanto semplice quanto folle: McQueen avrebbe corso, filmato, fatto vivere al suo pubblico l’esperienza della corsa. Avrebbe realizzato attrezzature mai viste prima per portare la macchina da presa nel vivo della velocità. E l’avrebbe fatto producendo il film personalmente, e realizzandolo con una squadra di superstar, regista e sceneggiatori, presi dai suoi ultimi successi. Easy.
Il naufragio di un film senza storia
Non è stata la prima volta e non sarà l’ultima. Ci sono momenti in cui un grande attore si sente maturo per oltrepassare i limiti del suo ruolo e decide di creare lui stesso la storia che lo vedrà protagonista.
Sono quasi sempre fallimenti drammatici e Le Mans non fece eccezione. McQueen non aveva nessuna intenzione di creare una storia, in verità, voleva raccontare 24 ore nella vita di un pilota. Il suo controllo maniacale su ogni aspetto della produzione, insieme alla totale mancanza di una direzione, crearono contrasti insanabili che abbiamo raccontato in questo articolo. Tutto finì in pezzi, la produzione si concluse con oltre due mesi di ritardo e i costi di produzione già faraonici esplosero ulteriormente. Il pubblico ignorò il film, l’inevitabile conseguenza fu la bancarotta della Solar Production e della carriera di Steve McQueen, che morì nel 1980 in una clinica messicana, per le conseguenza di un tumore associato all’esposizione all’amianto.
Dietro le quinte della produzione
Le Mans era forse un progetto destinato a fallire per la sua stessa natura. Una proiezione dell’ego di una star, che riguardava molto più lui stesso che il pubblico o il meccanismo industriale di una produzione cinematografica.
Alcuni fatti contribuirono più di altri a determinare la catastrofe. Altri restano come pietre miliari di un grande sogno fallito ma diventato cult.
L’assicurazione
L’idea da cui era nato il film era che Steve McQueen partecipasse effettivamente alla 24ore di Le Mans.
Avrebbe dovuto guidare una Porsche 917 in coppia con Jackie Stewart (non un pilota qualunque, ma l’allora campione del mondo di Formula1). Ma l’idea di unire film e competizione si rivelò impraticabile perché la compagnia di assicurazione del film negò risolutamente di coprire un rischio a suo dire assurdo. Cadeva così il pilastro che doveva tenere insieme il film.
La produzione in corsa
McQueen iscrisse comunque una macchina della Solar Producrion alla gara: una Porsche 908 guidata da Jonathan Williams. L’auto doveva correre ed effettuare le riprese “live”. L’impresa tecnicamente riuscita si rivelò comunque complicatissima. La macchina doveva fermarsi ogni 15 minuti per ricaricare i magazzini della pellicola. Riuscì a chiudere la corsa, ma non figura in nessuna classifica perché non arrivò a percorrere la distanza minima necessaria.
La cacciata del regista
Il regista chiamato a dirigere il film fu in un primo tempo John Sturges, celebratissimo per il western “I magnifici sette” e autore dell’epico “La grande fuga”.
Ma Sturges era lì per dirigere un film, non una specie di documentario sulle corse e sull’ego di Steve McQueen. I rapporti diventarono tesissimi e Sturges fu rimpiazzato da un regista minore: Lee H. Katzin, che non riuscì comunque ad evitare di scontrarsi più volte sulla scena con la star
La corsa filmata due volte
“Le Mans” è in gran parte girato durante la vera 24 ore di Le Mans del 1970. Un impegno enorme di energia e di organizzazione che non fu però sufficiente a McQueen.
Dopo la corsa il regista richiese di filmare per una seconda volta il primo giro. La corsa ripartì da capo sotto gli occhi delle telecamere dalla mitica curva Tertre Rouge.
Un film con sei campioni veri
Si può avere un’idea dell’incredibile sforzo della produzione dal cast che fu messo in pista per realizzare un film documentario che resta unico nella storia.
Parteciparono alle riprese ben sei piloti che nel tempo hanno trionfato nella “vera” 24 Ore di Le Mans e precisamente: Masten Gregory, Jacky Ickx, Richard Attwood, Gérard Larrousse, Derek Bell e Jürgen Barth. Un cast di superstar del volante che insieme ha totalizzato ben 16 vittorie sul circuito francese.
Un pilota diventato scacchisca dalla noia
Chi ha partecipato alle riprese di una produzione cinematografica conosce i tempi lunghissimi e le interminabili attese legate alla realizzazione di un film. È un aspetto che gli attori professionisti dominano, e spesso determinano con i loro tempi di vestizione, trucco. riposo. Il ritmo lentissimo di lavoro fu invece devastante per professionisti abituati a rischiare la vita per guadagnare pochi centesimi di secondo.
Il più devastato fu probabilmente Masten Gregory, vincitore della 24 Ore del 1965. Esasperato dai tempi di attesa si diede agli scacchi, che imparò sul set, diventando anche un discreto giocatore.
Il grande “No” di Enzo Ferrari
Nessuno sapeva cosa sarebbe successo nel film quando le riprese cominciarono ma strada facendo la sceneggiatura cominciò a delinearsi, almeno sul risultato sportivo.
Quando fu chiaro che nel film la Ferrari sarebbe stata sconfitta dalla Porsche, Enzo Ferrari indignato ritirò la sua collaborazione. Le 512s che vediamo correre nelle riprese furono fornite dall’importatore belga del Cavallino. Probabilmente l’unico che grazie a questo film finanziariamente fallimentare sia diventato ricco.
Anche Porsche disse no
Steve McQueen aveva l’intenzione di guidare la Porsche 917 Gulf in pista, quantomeno durante le riprese. Porsche rispose con un secco “no”. Fornì comunque la 917 numero 25, a condizione che la guidasse soltanto il pilota di fiducia della casa di Stoccarda, Herbert Linge.
La vittoria che non c’è mai stata
Nel film “Le Mans” la vittoria viene strappata da una Porsche 917 del team Gulf, con la caratteristica livrea blu e arancio. La cosa non è mai successa nella realtà, il che può apparire singolare per un film che voleva ricostruire la vera verità di una competizione automobilistica. A Le Mans, il team Gulf ha al suo attivo tre vittorie, due conquistate con una Ford GT40 e una con una Gulf Mirage (ma solo cinque anni dopo le riprese). Nel 1971 Gulf corse con una Porsche a Le Mans, ma arrivò “soltanto” seconda. Al volante c’erano Richard Atwood e Herbert Müller.
“Le Mans”, un successo postumo
I ritardi della produzione, le spese esorbitanti, la perdita di controllo di tutta la produzione fecero del film un fallimento, mentre ancora si stava girando. I coproduttori di Cinema Center presero in mano il progetto per portarlo a termine, esautorando Steve McQueen da qualsiasi compito che non fosse strettamente legato alla recitazione.
Il divo tradito tolse il saluto al suo socio in Solar, Robert Relya, che lo aveva “venduto” così spudoratamente al nemico. Lo stesso fece con John Sturges, il regista che lo aveva abbandonato. Si dedico ancor più attivamente alla seduzione di tutte le donne che circolavano per il set, il che causò una ulteriore perdita di concentrazione rispetto ai fini ultimi della produzione.
Il colpo finale venne dal pubblico che si disinteressò completamente alla rivoluzionaria opera, spingendo la Solar Productions al fallimento.
Eppure, cinquant’anni dopo la catastrofe commerciale e produttiva del film, “Le Mans” continua a far parlare. È diventato un film cult tra gli appassionati di automobilismo, imperdibile per chi segue le vicende della 24 Ore.
Il suo aspetto documentaristico, le lunghe sequenze in pista, poco disturbate da storia e dialoghi, ne hanno fatto un oggetto di venerazione. Una sorta di documentario sul quale si continuano a realizzare documentari, stavolta di successo. L’ultimo è: “Steve McQueen, The Man & Le Mans”.
Nel complesso l’opera di McQueen è un film fallito, ma un documentario-fiction riuscitissimo, che incorpora soluzioni tecniche molto in anticipo sui tempi, molte delle quali dovute allo stesso attore-regista-produttore-pilota, che si appassionò agli aspetti tecnici delle riprese, cogliendo almeno in questo campo un successo che è mancato completamente al film come tale.
Fallimentare in vita, quello che doveva essere il capolavoro assoluto di Steve McQueen, è diventato un successo dopo la morte, sia del film che dell’uomo appassionato, che lo aveva così ferocemente voluto.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


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