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Il meglio, il peggio, il curioso degli anni 80 (e oltre)

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Comunista col bonus

Il comunista col bonus: la zona proibita che ha cambiato la Cina

La più grande e chiusa potenza comunista del mondo è riuscita dove l’Urss di Gorbacev ha poi miseramente fallito. Lo ha fatto grazie a un’idea e a un uomo sacrificabile.

Alla fine degli anni ‘80 l’Urss di Mikhail di Gorbaciov affrontava la sfida che avrebbe finito per distruggere (o quasi) uno dei più grandi e potenti imperi della terra. Abbiamo raccontato quella sfida, miseramente fallita, attraverso un simbolo o, come si dice nell’era post-Apple, con un’icona: quella del McDonald’s di Mosca. 

Comunista col bonus
La trasformazione della Cina comunista – Boomerissimo.it

Già dieci anni prima un’altro grande impero comunista, se possibile in condizioni ancora più disperate, aveva tentato la stessa svolta, con enorme successo. La storia di quell’immenso cambiamento, dei suoi rischi anche personali, e del suo successo è quella che vi racconteremo in questo articolo.

L’uomo che inventò il capitalismo cinese

Come mezzo ungherese, ho sempre provato un senso di gratitudine per Michail Gorbacev. Ai tempi del suo regno, verso la metà degli anni ‘80, quello che faceva non ci sembrava sufficiente. Ci pareva tutta una grande “maskirovka” ma in effetti verso la fine del decennio la spinta di Gorbacev, pur tra timidezze e contraddizioni, porto alla liberazione del pezzo di Europa dal quale provengo. Gorbacev non sparò, non ripetè il pugno di ferro di Kruscev e di Breznev, lasciò che il latò occidentale del suo impero se ne andasse, e di questo gli saremo sempre grati.

Comunista col bonus
La Cina della Rivoluzione Culturale (1969) Boomerissimo.it

Forse meno grati gli sono i russi, che invece di una grande trasformazione e di una rinascita del potere sovietico in nuovo sistema economico, hanno visto sprofondare il proprio paese nel caos, nel disordine economico, e il proprio impero anche asiatico in gran parte dissolversi. Ancora oggi una guerra alle porte dell’Europa è la conseguenza di quella caotica ed economicamente fallimentare dissoluzione. Eppure, dieci anni prima, la Cina aveva indicato una strada completamente diversa che, qualunque cosa si pensi dell’autoritarismo cinese, ha dato frutti economici abbondantissimi. E anche di questi stiamo vivendo acutamente le conseguenze, attraverso le mosse e contromosse di un impero americano che spesso appare sull’orlo di una crisi di nervi e di fiducia, in lotta con il gigante emergente asiatico.

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Eppure alla fine degli anni ‘70 la Cina era ancora una grande malata, reduce dai disastri della Rivoluzione Culturale, utile come pedina minore nel Grande Gioco russoamericano, e certamente lontana dall’apparire un colosso globale. 

La palude proibita che ha cambiato il mondo

Nel 1979, mentre l’Occidente scopriva i computer e la Cina riemergeva dal lungo inverno della Rivoluzione Culturale, un ex guerrigliero comunista di 62 anni riceveva un incarico solo apparentemente minore: trasformare una palude di pescatori in laboratorio del capitalismo. 

Deng Xiao Ping con il Presidente Ford e George HW Bush – Boomerissimo

L’uomo si chiamava Yuan Geng e il suo progetto di Shekou non è solo la cronaca di una bonifica e di una trasformazione urbanistica, ma detonatore di una rivoluzione a catena, che ha portato la Cina dalla palude geografica e politica del maoismo al capitalismo avanzato. E tutto per gradi, approssimazioni successive,  senza traumi eccessivi, un pezzo alla volta, zona dopo zona.

Yuan Geng aveva il pedigree del perfetto comunista, compreso il sospetto di disallineamento ideologico che aveva rischiato di epurarlo (e anche questa è una storia che Boomerissimo ha raccontato con il caso esemplare della generazione dei primi bolscevichi sovietici, finiti tutti piuttosto male). 

Era nato nel 1917 nella contea di Bao’an (oggi parte di Shenzhen), si era unito al Partito Comunista Cinese a 21 anni, diventando un leggendario combattente della resistenza anti-giapponese e della Guerra Civile che avrebbe portato Mao al potere.

Ma la sua fedeltà al Partito non lo salvò dalle purghe maoiste. Durante la Rivoluzione Culturale (1966-1976), Yuan fu imprigionato nel famigerato carcere di Qincheng a Pechino, accusato di “deviazionismo capitalista” – un’ironia della storia che diventa ancora più interessante, quasi preveggente, considerandoil seguito della sua storia. 

Ad ogni modo, in un primo momento, Yuan Geng tornò nei ranghi dell’ortodossia: rilasciato nell’ottobre 1975, fu riabilitato e nominato vice-direttore dell’Ufficio Affari Esteri del Ministero dei Trasporti.

Si sarebbe rivelato l’uomo giusto al momento giusto, perché la Cina di fine anni ’70 si trovava in una crisi economica profonda. Le politiche maoiste avevano devastato l’economia: la Rivoluzione Culturale aveva causato la perdita di milioni di vite e aveva distrutto il sistema educativo, mentre il Grande Balzo in Avanti (1958-1962) pur apprezzato da molti intellettuali occidentali, forse un po’ troppo alle sirene dell’ideologia, aveva in realtà provocato la carestia più grave della storia umana. 

Mao aveva cercato vie piuttosto creative per trasformare un grande paese rurale, e terribilmente arretrato, in una potenza industriale, fallendo in modo tragico su tutta la linea.

Nel 1970, il PIL reale cinese era ridicolo: solo 232 miliardi di dollari (misurato in dollari del 2015). Il Paese era chiuso al mondo, privo di investimenti stranieri e con livelli minimi di commercio estero, arretrato, alla fame, senza nessuna speranza di sviluppo. 

La strategia di Deng: “Attraversare il fiume tastando le pietre”

Quando Deng Xiaoping consolidò il potere nel 1978, ereditò un Paese “lavato del cervello” e agricolo, come avrebbe detto anni dopo. Deng era un pragmatico, non un ideologo. La sua filosofia si riassumeva in una frase diventata leggendaria.

“Non importa se il gatto è bianco o nero, purché catturi i topi”
Deng Xiao Ping

Per Deng, l’importante non era quale sistema economico seguisse la Cina, ma che l’economia si sviluppasse. Il problema era immenso, ideologico e pratico. La risposta di Deng fu geniale nella sua semplicità: sperimentare gradualmente, “attraversando il fiume tastando le pietre”. Non poteva riformare tutto il Paese in una volta, quindi decise di creare delle “zone franche” dove testare il capitalismo in forma controllata. 

Se la cosa non avesse funzionata, sarebbe potuto tornare indietro, con meno danni. Ma se invece avesse funzionato… 

La strategia delle Zone Economiche Speciali (SEZ) nasceva da considerazioni altrettanto pratiche. Le prime quattro zone – Shenzhen, Shantou e Zhuhai in Guangdong, e Xiamen in Fujian – furono scelte per la loro vicinanza a Hong Kong, Macao e Taiwan. Come spiegò lo stesso Deng: “Possiamo condurre un esperimento che serva da finestra per tutto il Paese e da pioniere per un’apertura su larga scala. Se fallisce, un’area così piccola non influenzerà lo sviluppo economico dell’intero Paese”. Ma la partenza sarebbe stata su scala ancora più ridotta: un sassolino scivoloso, in un fiume paludoso.

La palude che diventò una rivoluzione

Il 31 gennaio 1979, Yuan Geng il vecchio combattente comunista, “purgato” e da poco riabilitato, ricevette l’incarico di sviluppare la Zona Industriale di Shekou

Dal marxismo ortodosso alla Nuova Cina – Boomerissimo.it

Il luogo scelto era simbolico quanto pragmatico, alla maniera cinese: una palude di pescatori alla foce del Fiume delle Perle, a pochi chilometri dal confine con Hong Kong. Era il posto perfetto per un esperimento: abbastanza vicino al capitalismo di Hong Kong per attirare investimenti, abbastanza lontano da Pechino per procedere a fari spenti senza provocare eccessive inquietudini al centro.

Shekou in quegli anni era sul serio una zona dimenticata dal progresso e dalla storia. I pescatori vivevano in condizioni primitive, molti addirittura su barche, senza acqua corrente né elettricità. Un pezzo di medioevo, in mezzo ad un’utopia comunista che di progressivo non aveva realizzato nulla.

La contea di Bao’an, di cui faceva parte Shekou, era così povera che molti abitanti tentavano disperatamente di raggiungere Hong Kong. Il contrasto con la prosperità della colonia britannica era terribile, e terribilmente imbarazzante per il regime comunista.

L’8 luglio 1979, la nuova vita di Shekou comincio con un botto: più di 30 tonnellate di esplosivi squarciarono il silenzio della palude: era l’inizio dei lavori per quella che sarebbe diventata la prima Zona Economica Speciale della Cina, un anno prima della fondazione ufficiale della SEZ di Shenzhen. 

Il laboratorio proibito

Quello che Yuan creò a Shekou era rivoluzionario per la Cina dell’epoca. La zona di 2,14 chilometri quadrati divenne un monuscolo laboratorio tascabile di capitalismo sotto controllo comunista. Per la prima volta nella storia della Cina popolare, si potevano assumere e licenziare lavoratori in base alla produttività. I salari erano legati al rendimento, non all’anzianità o alla fedeltà politica. Le aziende straniere potevano investire senza passare dal controllo diretto dello Stato.

Comunista col bonus
Il tempo è denaro, l’efficienza è vita – Boomerissimo.it

Yuan dovette letteralmente inventare un nuovo vocabolario manageriale. Introdusse concetti che erano tabù nel resto della Cina: bonus di produttività, valutazioni delle prestazioni, licenziamenti per inefficienza. 

Come spiegarlo agli ossificati vertici del Partito locale, formati all’ortodossia e all’obbedienza ai dogmi?

Yuan Geng ricorse alla creatività spiccioli degli esempi familiari: “Se mio figlio lavora meglio, non è giusto che abbia lo stesso premio di chi non si impegna”. Lapalissiano, forse, ma non per un quadro comunista (e a dire il vero non così scontato nemmeno nel nostro mondo, fondato -almeno nominalmente- sul libero mercato).

La zona affidata a Yuan fu la prima in Cina a reclutare talenti apertamente da tutto il Paese, promuovendo la mobilità del lavoro. Furono introdotti sistemi moderni di gestione aziendale, sistemi di distribuzione, gestione del personale, abitazioni e sicurezza sociale. 

La palude di pescatori era duiventata un minuscolo universo completamente autonomo, che funzionava a rovescio del resto della Cina. Era un esperimento politico e sociale e dela suo successo dipendeva il futuro della Cina.  

“Il tempo è denaro, l’efficienza è vita”

Nel marzo 1981, Yuan Geng coniò uno slogan che a noi pare un po’ ispirato alle massime di Paperon de’ Paperoni, ma che avrebbe definito lo spirito della nuova Cina con uno shock: “时间就是金钱,效率就是生命” – “Il tempo è denaro, l’efficienza è vita”. 

Efficienza e denaro nella “Nuova Cina comunista” – Boomerissimo.it

La frase, esposta sul deposit… pardon, su un cartellone all’incrocio principale di Shekou, scioccò la mentalità conservatrice e rigida dell’epoca. In un Paese dove per decenni l’ideologia era stata più importante dei risultati, parlare di “denaro” e “efficienza” equivaleva a un cataclisma.

Lo slogan divenne rapidamente il simbolo della “velocità di Shenzhen” e fu mostrato sul carro allegorico della Zona Industriale di Shekou durante la parata del Giorno Nazionale del 1984. Dopo che Deng Xiaoping visitò Shenzhen nel 1984, la frase si diffuse in tutta la Cina. 

Paperone aveva conquistato il gigante rosso, ma Yuan rischiava costantemente la carriera e la libertà personale. Ogni innovazione doveva essere giustificata ideologicamente, ogni successo doveva essere presentato come fedeltà al socialismo: un esercizio di retorica scolastica defatigante, che in caso di insuccesso avrebbe avuto come premio un nuovo arresto.

Ma i risultati parlavano una lingua che i testi marxisti non potevano contraddire: Shekou stava funzionando. L’investimento iniziale della China Merchants Group di Hong Kong si rivelò un successo straordinario, attirando capitali stranieri e tecnologie avanzate.

L’espansione del modello: dal laboratorio alla nazione

Il successo di Shekou non passò inosservato, anche perché era attentamente osservato dal suo ispiratore, Deng.

Se Shekou avesse fallito, a pagare sarebbe stato Yuan, ma se avesse funzionato il merito sarebbe stato di Deng, che era già pronto a creare nuove “eccezioni”. Nel 1980, Shenzhen fu ufficialmente designata come Zona Economica Speciale, seguita da Zhuhai, Shantou e Xiamen. Nel 1984, quando divenne evidente che il modello SEZ funzionava, furono aperte altre 14 zone. Nel 1986, il numero salì a 18, e negli anni ’90 la Cina aveva un totale di 60 SEZ, sia costiere che interne.

L’espansione seguì una logica precisa, fluviale, che nasceva dalla storia del trasporto cinese e dalla sua proiezione verso il mondo, ormai lontana nel tempo. Nel 1985, le SEZ furono estese al Delta del Fiume Yangtze, al Delta del Fiume delle Perle e al Triangolo Xiamen-Zhangzhou-Quanzhou. Il Delta del Fiume delle Perle divenne il cluster manifatturiero più importante del mondo. Nel 1988, l’intera provincia di Hainan divenne una SEZ, concentrandosi su turismo e agricoltura.

Le cifre del successo sono impressionanti. Entro il 2019, le SEZ avevano contribuito al 22% del PIL cinese, al 45% degli investimenti diretti esteri totali e al 60% delle esportazioni. Si stima che abbiano creato oltre 30 milioni di posti di lavoro, aumentato il reddito degli agricoltori partecipanti del 30% e accelerato industrializzazione, modernizzazione agricola e urbanizzazione.

Politicamente, le riforme economiche non furono accompagnate da liberalizzazione politica. I tentativi di riforma politica negli anni ’80 si conclusero tragicamente con la repressione di Piazza Tiananmen nel 1989. 

Il Partito Comunista mantenne saldamente il controllo politico mentre liberalizzava l’economia, creando il modello del “capitalismo autoritario” che caratterizza la Cina contemporanea. 

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L’esperimento contrario, tentato da Gorbaciov, riducendo la sfera di interesse del partito comunista e il suo dominio sulla socetà non funzionò altrettanto bene né, trent’anni dopo, sembra avere innescato uno sviluppo democratico di rilievo. 

La fine di un capo comunista fortunato

Yuan Geng morì nel 2016 all’età di 99 anni nella sua casa di Shekou. Una fortuna che pochi leader comunisti della sua generazione hanno avuti, spesso più perseguitati dai propri compagni che dai propri avversari.

Yuan ha vissuto abbastanza per vedere la sua piccola palude di pescatori trasformarsi in una metropoli di oltre 12 milioni di abitanti, diventando il centro manifatturiero mondiale dell’elettronica di consumo. Nel 2013 Il PIL di Shenzhen aveva già raggiunto i 1,4 trilioni di yuan con una crescita-monstre del 10,5% rispetto all’anno prima.

Ma il vecchio rivoluzionario non ha vissuto abbastanza per vedere la Cina superare gli Stati Uniti come prima economia mondiale, cosa che dovrebbe accadere entro il 2030. 

Il sogno di Kruscev, e poi di Gorbachev, è stato realizzato da un pugno di vecchi pescatori cinesi, e da un uomo mandato allo sbaraglio per una idea, che non era esattamente comunista. Ma ha portato la Cina a diventare il più potente regime capitalista che un partito comunista abbia mai guidato. 

Comunque la si pensi, non è poco. E non era facile riuscirci.

Antonio Pintér – Boomerissimo.it

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