Due leader in contrasto, una vendetta inseguita per anni e portata a termine in modo incruento
Il mio primo contatto con la Cina è stato il nome di Mao Tse Tung, nella traslitterazione Wade-Giles. Ad un certo punto il nome è cambiato, ma il personaggio è rimasto il medesimo.

Ricordo il volto sorridente di quest’uomo che, nelle foto e ritratti di propaganda, appariva bonario e rassicurante. Appariva, infatti.
Mao, il grande timoniere
Diversamente da quanto si poteva pensare all’epoca dei due grandi blocchi comunisti, URSS e Cina, i rispettivi leader non si amavano affatto. Non c’era un’alleanza tra nazioni che condividevano una ideologia, sembrava più uno scontro tra imperialismi.

Le ragioni degli attriti non sono in grado di spiegarle non essendo né una storica, né una esperta in faccende sino-sovietiche. Certo è che se Stalin era un personaggio di certa crudeltà, Mao non differiva gran che da quello che considerava il suo maestro. Mao dichiarò pubblicamente che i russi “sono sempre stati il nostro modello nel passato, sono il nostro modello nel presente, e continueranno a essere il nostro modello nel futuro”. Ma non mancarono gli screzi, appunto. Nel 1949 la neonata Repubblica Popolare cinese cercava appoggio e legittimazione dal colosso sovietico. Fu con questo intento che Mao fece il suo primo viaggio da leader alla volta di Mosca. Al suo arrivo fu accolto da alti dignitari sovietici ed ebbe un breve incontro con il suo maestro, Josif Stalin. Il grande timoniere si aspettava da quell’incontro il riconoscimento sullo scenario internazionale ed un trattato che portasse aiuti ad una Cina che allora, dopo anni di guerre, era davvero poverissima.

Stalin ebbe con l’alleato cinese un tono paternalistico, assecondandolo verbalmente, ma non fornendo gli aiuti richiesti. Sostanzialmente lo trattò come un subordinato. Dopo quei primissimi colloqui, confinò Mao in una dacia lontana da Mosca, isolata e squallida. L’unico “comfort” che possedeva era un tavolo da ping pong rotto. Quando lasciò Mosca Mao, prudentemente, elogiò Stalin e l’Urss,in pubblico, ma in privato sentiva di essere stato umiliato, lui e la grande nazione che rappresentava.
La vendetta
La vendetta è un piatto che va consumato freddo e meditato a lungo. Nel 1953 Stalin morì e cominciò in Unione Sovietica la destalinizzazione. Il processo fu iniziato da Nikita Chruščëv, con il suo celebre “Discorso Segreto” al XX Congresso del Partito Comunista Sovietico. In quel discorso Chruščëv denunciò apertamente i crimini del piccolo padre, soprattutto le grandi purghe ai danni di membri del Partito.

Mao non prese bene questo cambiamento. Lui stesso, nonostante il trattamento ricevuto, aveva modellato il suo governo sul modello stalinista. Ne aveva emulato lo stile di leadership e la sua applicazione pratica del marxismo-leninismo. Una critica radicale a Stalin era implicitamente una critica a Mao stesso. Commentando il discorso di Chruščëv disse: «Lo stalinismo è marxismo con difetti e la cosiddetta destalinizzazione è semplicemente demarxizzazione, è revisionismo». Fu in questo contesto di crescente tensione ideologica che Chruščëv arrivò a Pechino nel 1958. Chruščëv descrisse l’atmosfera come “tipicamente orientale. Tutti erano incredibilmente cortesi e accattivanti, ma ho visto attraverso la loro ipocrisia…” Durante i colloqui, Mao attaccò il programma di “coesistenza pacifica” di Chruščëv e le sue riforme come un tradimento del marxismo. il leader sovietico, a sua volta, criticò il Grande Balzo in Avanti di Mao come avventato e privo di fondamento scientifico. Ma fu nel corso di quella visita che il leader cinese si prese la sua rivincita sull’Unione Sovietica e su Chruščëv in particolare. La delegazione sovietica fu alloggiata in un villaggio situato in un distretto nord-occidentale della capitale cinese, in un parco ai piedi dello Yuquanshan . Ma Nikita non riuscì a dormire. Faceva terribilmente caldo, non c’era aria condizionata e fu tormentato dalle zanzare. Ma il peggio doveva ancora arrivare.
La piscina per raffreddare gli animi
La seconda giornata di incontri cominciò male. Chruščëv soffriva per il jet lag e Mao anticipò il loro meeting al mattino. Il cinese accolse il sovietico in una tenuta piuttosto bizzarra per un negoziato: indossava una vestaglia bianca e ciabatte. Accanto a lui c’erano dignitari e politici tutti vestiti in abiti formali. La delegazione sovietica era vestita per l’occasione (eleganti sarebbe dire troppo) e lo stesso valeva per interpreti, stenografi e guardie del corpo. Un valletto si avvicinò a Chruščëv porgendogli un costume a pantaloncino verde di qualche taglia in più e Mao insistette che il suo ospite si unisse a lui per una nuotata nella piscina all’aperto. Una piscina privata era un lusso nella Cina degli anni ’50.
Mao era un buon nuotatore e ne aveva fatto un elemento della sua propaganda. Non aveva uno stile elegante, ma le sue nuotate nello Yangtze erano famose, anche se, con molta probabilità, sovradimensionate per distanza e velocità. Il sovietico, al contrario, non sapeva nuotare. Mao aveva fatto i compiti. Aveva studiato il suo nemico, ne conosceva le debolezze. Soprattutto, aveva scoperto che il russo non aveva mai imparato a nuotare. La scena che seguì aveva un che di comico. Mao nuotava avanti e indietro parlando in cinese. Gli interpreti sovietici e cinesi correvano lungo il bordo della piscina, lottando per capire cosa stava dicendo il presidente. Chruščëv, nel frattempo, rimaneva nell’estremità poco profonda della piscina, quella per bambini e per chi, come me, ha paura dell’acqua alta. Quando Mao, con una punta di cattiveria, lo invitó a seguirlo nell’acqua più profonda, fu allungato al leader sovietico un “dispositivo da galleggiamento”. Lo storico Lorenz Lüthi della McGill University lo descrisse come una “cintura di salvataggio”, mentre l’ex Segretario di Stato americano Henry Kissinger disse che erano “braccioli” (“water wings”). In ogni caso, il risultato fu grottesco.
Mao, secondo Lüthi, macinava vasche su vasche mentre il russo lottava per rimanere a galla. “Fu un’immagine indimenticabile”, disse il suo aiutante Oleg Troyanovskii, “l’apparizione di due leader ben pasciuti in costumi da bagno, che discutevano questioni di grande politica tra schizzi d’acqua”. Il leader cinese, secondo il biografo Taubman, “osservò i goffi sforzi di Chruščëv, con evidente piacere e poi si tuffò nella parte profonda e nuotò avanti e indietro usando stili diversi”. Il medico personale del presidente, Li Zhisui, disse che il russo fu trattato come un barbaro venuto a pagare tributo all’imperatore.
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Ad un certo punto Chruščëv ne ebbe abbastanza. Come ricordò in seguito: “Era il modo di Mao di mettersi in una posizione di vantaggio.” “Sono uscito strisciando, mi sono seduto sul bordo e ho lasciato penzolare le gambe nella piscina. Ora ero io in alto e lui nuotava sotto”. Gli eventi furono minimizzati nelle sue memorie. Ma il grande timoniere, si era preso la rivincita nel suo elemento.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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