x

Il meglio, il peggio, il curioso degli anni 80 (e oltre)

Sostieni Boomerissimo con una donazione e sottoscrivi la nostra newletter per non perderti nemmeno un aggiornamento


TUTTI GLI ARTICOLI
Boom age / News/ PODCAST / Sport / Style / TV e spettacolo /
Stalin Sicario Tito

Tito vs. Stalin: una lettera terrificante

Due personalità spietate, divise da una rivalità mortale. Una grande potenza e un piccolo stato balcanico, che Stalin commise l’errore di sottovalutare.

“Non c’è peggiore nemico di un amico tradito” ho letto in questi giorni su un muro canadese, fotografato su un social. La politica internazionale ci sta proponendo uno di quei momenti in cui non solo il freddo calcolo razionale, ma anche lo scontro di personalità, di caratteri, di sentimenti, giocano un ruolo che trasforma la vita di intere nazioni. 

Stalin Sicario Tito
Stalin e Tito, un rapporto complicato – Boomerissimo.it

Storia di odio, di di rivalità personalità, di minacce, che a volte trovano la loro strada in una lettera, come quella che testimonia della lotta mortale tra Stalin e Tito, e ne determinò la fine improvvisa.

Ammirazione e tradimento

Per molto tempo gli storici moderni hanno voluto insegnarci che così non è. Che i re che studiavamo una volta non sono gli autori della storia, ma turaccioli che galleggiano su correnti molto più profonde, che li trasportano.

Tito Stalin Sicario
Tito arrestato nel 1928, poco prima di riparare a Mosca (public domain) – Boomerissimo.it

Ho sempre avuto qualche dubbio che la storia sarebbe stata la stessa senza Giulio Cesare, o Napoleone, o Hitler. Accendere la TV in questi giorni, con le scene di normale impazzimento che regala, il grande leader che si annette stati all’improvviso perché così ha deciso che è giusto, accordi internazionali che saltano per il vestito sbagliato, gente che appare in TV minacciandone altra di estinzione, avvolta in simboli religiosi, o con una croce disegnata sulla fronte, mi hanno rafforzato nella mia testarda convinzione che l’Unione Sovietica non sarebbe stata la stessa cosa se al posto di uno Stalin bulimico di potere e di morte ci fosse stato qualcun altro.

E certamente non sarebbe stata la stessa cosa la Yugoslavia, se a liberarla dal nazismo (gettandola in un’altra dittatura) fosse stato un uomo meno ferocemente determinato, meno spietato, meno visionario di Josip Broz, detto Tito. Un nome che per alcuni (specialmente nella ex Yugoslavia) ha il suono angelico dell’eroe nazionale; per altri, spesso italiani, quello dello sterminio e di una persecuzione di ferocia, non saprei come definirla diversamente, balcanica.

Non erano tipi facili, insomma, Tito e Stalin. E non appartenevano alla stessa generazione. Stalin era per Tito il modello da seguire acriticamente ma anche da temere. Era a Mosca, Tito, negli anni delle purghe, anche lui ospite di quell’Hotel Lux, in cui viveva rinchiusa, vezzeggiata e spiata con sospetto, l’elite del comunismo mondiale, spesso in fuga dal fascismo e dal nazismo. In quel mondo di specchi deformati, i grandi compagni finalmente approdati nella patria del socialismo, erano consci di vivere un pericolo mortale, spesso molto più di quanto fosse successo in patria. I comunisti si stringevano in piccoli gruppi, si facevano forza a vicenda, cercando di ripararsi dai venti pericolosi che infuriavano dal Cremlino.

Tito durante la Resistenza, nel 1944 – Boomerissimo.it

E a piccoli gruppi sparivano, risucchiati dalla paranoia ossessiva di Stalin per il complotto e il nemico interno. Avevano raggiunto il paradiso, e quel paradiso li uccideva, uno dopo l’altro, e con il loro consenso. Un consenso fatto di paura ma anche di convinzione ideologica. Una storia che ricorda quella di sette che abbiamo raccontato. Ma che a differenza di quelle ha fatto, nel bene e nel male, la Storia. 

In quel mondo allucinato e allucinante Tito si era salvato non parlando quasi mai con nessuno, progettando il suo ritorno in Yugoslavia, leggendo un giornale dopo l’altro al caffé. Fumando in silenzio sigarette con un lungo bocchino, che sarebbe rimasto il suo vezzo per tutta la vita. Protetto da una nuvola azzurrina, in un angolo dell’Hotel Lux, così lo ricordano i sopravvissuti. Da solo, senza partecipare a riunioni, a correnti, né nazionali, né ideologiche.

Il campo di concentramento di Goli Otok – Boomerissimo.it

E adorando Stalin, l’uomo che ce l’aveva fatta: che il socialismo lo aveva costruito, in un solo paese, schiacciando tutto quello che si presentava sulla sua strada, tutto quello che lo ostacolava, tutto quello che avrebbe potuto impicciarlo in un futuro imprevedibile. E anche qualcosa in più, per buona misura. La ferocia sterminatrice di Stalin non era per Tito un problema, anche se lo minacciava. Era la ragione per cui ammirava quel leader baffuto, il cui insegnamento aveva intenzione di trasportare in Yugoslavia, come poi fece. 

L’epopea della rivoluzione yugoslava è quella di una guerra partigiana, e quindi civile, di rara ferocia. Ideologia contro ideologia, ma anche etnia contro etnia o spesso famiglia contro famiglia, fratello contro fratello. Una guerra in cui le forze di Tito trionfarono praticamente da sole, con la stella rossa in fronte ma lontane da un’Unione Sovietica che, anche se avesse voluto avrebbe potuto aiutarle poco. Resta il dubbio che avrebbe voluto: Stalin non amava, come abbiamo visto, la rivalità in casa e Tito, passato indenne tra una valanga di cadaveri di comunisti, aveva imparato per esperienza che il Piccolo Padre dei popoli, era un’ombra da tenere lontana, se possibile. Proclami di amicizia sì, truppe sovietiche e “commissari sovietici in casa, meglio di no. 

La Yugoslavia era l’unico paese del blocco comunista nato dalla Seconda Guerra Mondiale a non essere stato “liberato” dai carri armati sovietici, a non essere un protettorato di Mosca. A non essere un posto dove si decideva a Mosca chi governava e chi no, chi doveva vivere e chi, eventualmente, morire. 

Ti piace Boomerissimo? Sostienilo con una piccola offerta a questo link

Anche questo tipo di decisione era cosa che Tito amava tenere per sé. Nei suoi gulag e nelle sue foibe finirono molti italiani, molti fascisti, molti elementi che facevano parte di classi sociali, partiti politici, organizzazioni militari sconfitte, che Tito considerava non riducibili. In quel caso era meglio che fossero morti. La pacificazione yugoslava fu ottenuta così, senza gli eccessi spaventosi di altri regimi, ma anche senza pietà. 

La rottura tra Tito e Stalin

Proprio su questo punto, quello di chi uccide chi, avvenne la prima grande rottura del mondo comunista: rivestita di fumose questioni ideologiche e di “deviazioni”, imputate dai sacerdoti di Mosca agli eretici yugoslavi, la questione era banalmente di polizia. Tito rifiutò di mettere dei sovietici, come Stalin pretendeva, ai vertici della polizia politica, rifiutò quello che ne sarebbe immediatemente conseguito: trasformare la Yugoslavia in una colonia asservita anche economicamente agli interessi sovietici.

Stalin Sicario Tito
Una lettere cha ha cambiato la storia – Boomerissimo.it

Nel 1948 Stalin ritirò con stizza i consiglieri sovietici, espulse la Yugoslavia dalla organizzazione dei paesi comunisti, il Comecon. Cercò di strangolarla imponendo un blocco economico. Tito rispose con duttilità: si rivolse in occidente, chiese e ottenne gli aiuti del Piano Marshall e aprì un gulag, il tristemente noto Goli Otok (o Isola Calva) in cui rinchiudere gli esponenti del Partito Comunista yugoslavo sospetti di seguire con troppo zelo quella che fino al giorno prima era stata la stella di tutti: la rossa stella del Compagno Stalin. Rinchiudere quelli che nel frattempo non erano stati già torturati e ammazzati. Tito poteva essere finalmente soddisfatto di avere seguito fino alle estreme conseguenze le orme del suo ispiratore, ora nemico mortale. 

Uccidere Tito

Non c’è bisogno di conoscere troppo da vicino la personalità e le opere del Maresciallo Stalin per intuire la sua reazione. Non poteva arrestare Tito, non poteva più cercare di rovesciarlo e fucilarlo a casa sua, con quello che oggi si definisce “regime change”, perché tutti i suoi fedelissimi (e anche qualcuno che non c’entrava niente, per buona misura) avevano già fatto una fine orribile, o erano chiusi e quotidianamente abusati a Goli Ottok. 

Decise di puntare sul modello Trockij, il grande oppositore, ed esule, che un suo sicario aveva eliminato in Messico nel 1940, con un colpo di picozza nel cranio.

Secondo Dimitri Volkogonov, ex generale sovietico, Console in Costa Rica, nonché organizzatore dell’assassinio di Trockij, all’eliminazione di Tito fu assegnato anche Iosif Grigulevich, Max per gli amici del Kgb, già coinvolto nell’assassinio messicano. 

Non fu il solo tentativo. Stalin lanciò verso Tito un vero e proprio sciame di tentati assassini: chi con scatole di pillole avvelenate, chi con con armi da fuoco. Una serie di fallimenti che ricordano da vicino i tentativi della Cia di assassinare Fidel Castro, un paio di decenni dopo. Nessuno riuscì a superare la barriera capace e spietata dell’ UDBA yugoslavo, il Kgb di Tito, un allievo che adesso superava il maestro. E possiamo immaginare non solo la rabbia, ma la crescente paranoia di Stalin, ossessionato da idee come il tradimento e il sabotaggio.

La lettera di Tito – Boomerissimo.it

L’invincibile balcanico e la sua corte sembravano impenetrabili. Dopo qualche tentativo di assassinio andato a vuoto, altri stroncati già nella fase progettuale, Tito decise che la cosa andava fermata. E che per fermarla avrebbe fatto leva sulla paranoia naturale, e a questo punto probabilmente fuori controllo, di Stalin. Oltre che sulla fama meritata dagli assassini balcanici che, non dimentichiamolo, fecero scoppiare la Prima Guerra Mondiale, uccidendo l’Arciduca Francesco Ferdinando, in una Sarajevo in cui tutta la polizia e le forze dell’ordine erano mobilitate per sventare l’attacco. Non ce la fecero. 

Un giorno, dopo l’ennesimo arresto in flagranza di tentato assassinio, Tito prese carta da lettera e scrisse a Stalin una lettera di poche righe: 

“ Smettila di mandare gente per uccidermi. Ne abbiamo già catturati cinque, uno con una bomba e un altro con un fucile. Se non la smetti, manderò un uomo a Mosca, e non dovrò mandarne un altro”.
Josip Broz a Josif Stalin, 1950

I tentativi di omicidio, immediatamente cessarono. 

A riprova dell’efficacia del messaggio c’è il fatto che quella lettera, che Stalin aprì al suo scrittoio fu lasciata lì, sul tavolo, davanti agli occhi, mai più toccata.

Ti piace Boomerissimo? Sostienilo con una piccola offerta a questo link

Un monito che fu ritrovato ancora lì, dove Stalin lo aveva appoggiato. Tre anni dopo, il giorno della sua drammatica, e misteriosa, morte

Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it

Rispondi

Comments (

2

)

  1. Anonimo

    Mah vorrei capire dove starebbe la presunta superiorità degli attentatori balcanici. L’attentato all’arciduca fu piuttosto roccambolesco, sia nella preparazione che nell’esecuzione.

  2. Anonimo

    Se ad essere così influenti fossero stati soprattutto i leader e non la corrente sottostanti, perché tutte, ma proprio tutte, le rivoluzioni marxiste, indipendente da chi fosse stato il leader, hanno generato morte e orrore?

Translate »

Scopri di più da Boomerissimo

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere