Tutto teoria ma pochissima pratica. Dietro la maschera del filosofo rivoluzionario, Marx nascondeva una storia di fallimenti, invidie e rancori.
Chi di noi, almeno in un certo momento della vita, non ha dovuto confrontarsi con Marx? Per qualcuno è diventato un sostituto dei profeti, per altri un brillante analista del mondo (così brillante da invadere anche campi che a prima vista non sembravano troppo contigui, come la storia e la biologia e la pittura). Per altri un avversario da combattere e confutare.

Non mi conto nel novero. A me di Marx non è mai interessato molto. Politicamente mi consideravo un socialista non-marxista, e quella specie di Treccani del Capitale, obbligatoria per i comunisti che volevano credersi scientifici, a me non serviva.
Come ai tempi della scuola, sono sempre stato piuttosto abile nell’aggirare mattoni dalla scarsa utilità pratica (alcuni li ho giudicati male, ma non credo Marx).
Non essendo un marxista di nessuna setta non avevo bisogno di estrarre la mia esegesi, con cui sgominare altri marxisti (un gioco che secondo molti ha avvicinato il marxismo alla religione, e alle sue dispute teologiche, ma non ditelo a un marxista, perché se ne avrà a male).
Ho poi reincontrato Marx all’Università, che frequentavo poco e male, dalla sala corse e dall’ippodromo del galoppo, tranne quando si parlava di economia, che invece mi interessava. Il mio maestro di economia (cioè colui che aveva scritto il manuale) inseriva qualche spruzzo delle teorie marxiane nel suo tomo di economia politica. Era americano, e suppongo che l’idea fosse quella di stupire e indignare i suoi colleghi, passatempo diffuso tra pezzi grossi dell’Università.
Dubito però che quegli inserti emasculati e omeopatici abbiano potuto indignare qualcuno. Sicuramente non mostravano di Marx il volto di un pensatore rivoluzionario. Erano più che altro inutili.
Marx è servito mai a qualcosa?
Se leggete un po’ Boomerissimo e i miei avventurosi commentari sui gioielli industriali dell’ex europa comunista, sapete che mio padre viene da oltre cortina, con peripezie piuttosto avventurose e che del socialismo reale nessuno in casa mia ha mai avuto un grande opinione.
La tomba di Marx nel cimitero di Highgate – Boomerissimo.it
La mia risposta d’istinto sarebbe che no, Marx come pensatore non è mai servito a niente (niente di buono, almeno). Ma so di essere in minoranza e rispetto chi la pensa diversamente. Diverso il giudizio sul Marx uomo, che certamente non era un gigante ed è assolutamente certo non sia mai servito a niente, nemmeno a se stesso.
Karl Marx era in sostanza un fallito rancoroso: sognava di essere uno scrittore, anzi un poeta. Da ragazzo si dedicò con entusiasmo alla sua vena lirica, riempiendo quaderni di versi d’amore per Jenny von Westphalen, la futura moglie.
Ma dovette ben presto rendersi conto che i suoi versi erano, per usare le sue stesse parole “astratti” e “senza contorni definiti”. In sostanza, appunto, inutili. E se lo diceva un uomo dall’ego ipersviluppato come il buon Karl in una lettera al padre nel 1837, c’è da credergli.
Deluso e furente, Marx abbandonò la poesia (conoscendolo minimamente, c’è da pensare che non abbia fatto a meno di insultare quell’arte “borghese”) e si gettò a corpo morto nella filosofia. Sviluppò una scrittura polemica, dura, velenosa. Uno stile letterario aggressivo e feroce che, senza essere grandi psicologi, si può ricondurre con quasi certezza alla sua frustrazione.
Un fallito seriale
Marx non riuscì mai a scrollarsi di dosso il senso di fallimento e anche come filosofo ed economista la sua produzione restò sempre una collezione di incompiute, cose a mezzo, fogli sparsi, idee abbozzate senza costrutto.

Scrisse molto, pubblicò poco perché non aveva nulla da pubblicare. Quando nel 1881 Karl Kautsky gli propose di pubblicare un’edizione completa dei suoi scritti, Marx rispose: “Dovrebbero prima di tutto essere scritti”. Aveva progetti titanici, ma non diventarono nemmeno libri. Solo grazie a Engels e ad altri allievi fu possibile rimettere insieme il guazzabuglio lasciato da Marx e completare Il Capitale.
“Dovrebbero prima di tutto essere scritti”.
–Karl Marx e la collezione completa dei suoi scritti
Marx non riuscì mai a combinare niente e questa ferita lo rese, per tutta la vita, un uomo rancoroso e malevolo verso chiunque avesse successo nella scrittura o nella politica. Molte delle sue polemiche nascono da qui, e sono pagine a volte vergognose, come quella del suo rapporto con Lassale
Famoso per la sua lingua tagliente e per i suoi insulti feroci, rivolti non solo ai nemici, ma anche agli amici e ai colleghi, Marx ha avuto come sola oggettiva grandezza in vita, quella di polemista e vulcano di invettive.
Moses Hess, che era stato suo mentore e amico, fu bersagliato da Marx con accuse e calunnie solo per aver preso le parti di un altro socialista in una disputa interna. Marx era uno specialiste delle lettere piene di insulti degli articoli satirici di grana grossa, offensivi.
Per capirci, il suo stile era molto simile a quello dell’attivissimo fondatore di un giornale italiano, che chi accende la TV deve sopportare quasi tutte le sere. Anche il giornale di cui parliamo è semifallito, creando un ulteriore parallelismo.
Ferdinand Lassalle, il teorico dell’evoluzione socialista attraverso la democrazia – Boomerissimo.it
Nel 1852 Marx abbandonò l’approfondimento economico per dedicare un intero anno a scrivere I grandi uomini dell’esilio, una satira feroce contro quelli che chiamava “i più celebri somari” del socialismo internazionale.
La sua vena polemica e offensiva era inesauribile. Nel pamphlet Herr Vogt, Marx definì il suo avversario Karl Vogt “grasso birbone” e “padre di menzogna”, attingendo agli insulti della Commedia di Dante per screditarlo pubblicamente. Pur essendo etnicamente ebreo, anche se in una famiglia che aveva abbandonato l’ebraismo per ragioni sociali (un altro lato problematico della sua personalità) Marx attaccava i suoi avversari (spesso pure loro di origine ebraica) con i più volgari insulti antisemiti. La sua corrispondenza privata trabocca di invettive, calunnie e diffamazioni, spesso rivolte anche a chi lo aveva aiutato.
Il caso di Ferdinand Lassalle è emblematico per capire la natura di Marx. Lassalle, politico e scrittore tedesco, era stato uno dei primi organizzatori del movimento operaio socialista in Germania. Un pioniere coraggioso di quella che sarebbe diventata la culla del socialismo europeo e, per un periodo, anche un amico personale e confidente di Marx.
Il conflitto si avvicinava, inevitabile. Lassalle la politica la faceva per davvero e sosteneva un “socialismo dall’alto”, capace di inserirsi nei mecconismi dello Stato e più vicino a Bismarck. Marx, dal suo studio solitario e caotico, restava fedele all’idea della rivoluzione dal basso, senza compromessi con la realtà. Le divergenze si trasformarono in vero odio: Marx attaccava Lassalle anche sul piano personale, dando fondo al suo repertorio antisemita e di calunnie, in torrenziali e distruttive lettere private.
Nel 1864, Lassalle morì a soli 39 anni, ferito a morte in un duello per una questione d’amore. Marx accolse la notizia, non è esagerato dirlo, con gioia.
In pubblico e in privato, continuò a ricoprire l’ex amico di insulti. Era il lato più oscuro di un Marx incapace di riconoscere il valore degli altri e pronto a gioire delle loro disgrazie, sempre pronto a trasformare ogni divergenza in una guerra personale.
Un carattere terribile, che oggi potremmo definire tossico gli impedì di mantenere un qualsiasi lavoro stabile, come giornalista e come docente. Finì per vivere sempre sulle spalle degli altri, e soprattutto di Engels, l’amico ricco, che lo mantenne per decenni.
Marx amava i lussi borghesi a spese di Engels, ma la sua famiglia visse sempre tra povertà e miseria, benché la moglie fosse una nobildonna tedesca, che nel corso della sua vita finì per vendere tutto per cercare di fare sopravvivere la sua famiglia.
Ebbero sette figli, ma solo tre sopravvissero all’infanzia: gli altri morirono di malattie dovute alla fame, al freddo e alle pessime condizioni di vita.
Eppure Marx riceveva regolarmente denaro da Friedrich Engels, che gli passava gran parte del suo stipendio da industriale. Soldi che finivano in piccoli status symboI come la musica, le lezioni private, il vino.
Marx fu sfrattato e i mobili di casa furono sequestrati dagli ufficiali giudiziari. La moglie Jenny visse nella preoccupazione costante per la salute dei figli e per la mancanza di denaro, mentre Marx continuava a dedicarsi ai suoi scritti e soprattutto alle sue polemiche e guerre personali.
Marx era un pigro, un fallito che non portò mai a termine nessun progetto. Oggi riposa in una tomba che nel 1883 era ancora una tomba modesta, al cimitero di Highgate, vicino alla moglie.
Negli anni ‘50 il partito comunista inglese gli costruì un monumento più imponente, con la celebre iscrizione “Proletari di tutti i paesi, unitevi”, realizzata in bronzo. Se al termine della vostra vita, voleste farvi seppelire vicino a lui, oggi dovreste pagare 250mila sterline per il terreno.
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Un incremento di valore immobiliare non da poco, forse l’unico successo economico di Marx.
In ogni caso, anche la tomba, la pagò Engels.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


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