Facis, Gimondi, Bruno Arcari, Charles, Nicola Pietrangeli. E qualche anno prima mio padre, Ferenc Pintér. Due mondi diversissimi, uniti da una girandola di taglie.
Facis. Quando la Fondatrice di Boomerissimo mi ha affidato questo compito non sapeva, ahilei, che alle mie orecchie questo marchio ha risonanze molto più ampie di quelle di un vecchio Carosello.

Forse oggi è difficile immaginare che sia esistito un marchio di abbigliamento orgogliosamente industriale, che mirava a vestire tutti con eleganza un po’ standardizzata da grande magazzino, ma con un’idea che ancora nessuno aveva avuto: dare a ognuno la sua taglia. E non quella taglia “più o meno” che i commessi di abbigliamento tentano sempre di convicerti che diventerà esattamente la tua, non appena il vestito si adatterà alle tue misure (magari allungando le maniche di cinque centimetri). Ma proprio quella giusta.
Che non tutti siamo stati fatti uguali, in effetti, a me che sono sempre stato un lungagnone, che col tempo è diventato pure corpulento, è sempre stato chiarissimo. Meno evidente era agli assortimenti di quei mega empori dove negli anni dell’entusiasmo post boom cercavamo faticosamente di trovare qualcosa da metterci.
Facis si fa in quattro
Dall’inizio degli anni ‘70 in poi, Facis forse si rese conto che gli italiani all’uscita di Rinascente, Upim, Standa, Coin e affini, assomigliavano un po’ troppo a marmittoni usciti dal magazzino vestizione di una caserma. Tutti con un vestito troppo largo o stretto o corto. Nel tentativo di azzeccare almeno una misura, si sballavano tutte le altre. L’incubo era la regola.
Si inventò un sistema di taglie diciamo così tridimensionale. La taglia vera e propria, la “robustezza” e la lunghezza. In tempi in cui la produzione di fabbrica era ancora lontana dalla flessibilità on demand di oggi, e in cui i vestiti non avevano ancora assunto tutti la foggia sformata “one size fits all”, doveva trattarsi di un inferno produttivo e logistico.
Come facessero a rimpinguare gli assortimenti dei negozi con infinite versioni forti, mezzoforti, lunghe, normali e corte, della stessa taglia, francamente non lo so. Io che ho sempre viaggiato con le maniche più corte di quattro dita, e che considero ancora oggi una chimera mettere insieme il colore che cerco e una misura anche solo vagamente parente della mia, ho sempre pensato che tutto il sistema-Facis fosse una specie di truffa nigeriana. Uno di quegli specchietti per le allodole, utili per farti entrare in negozio, dove commessi spietati ti infileranno addosso ciò che vogliono e tu, dopo infinite e defatiganti prove che ti hanno costretto a tirare la pancia dentro, a incassare la testa nelle spalle, a rimpicciolire i piedi e riassorbire le braccia ritirandole nella scapola, sarai troppo provato e umiliato per uscire senza un vestito che devi pagare subito, ma non riuscirai a metterti mai.
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Queste malignità le pensavo da ragazzino, sfogliando le riviste dei miei genitori, dove la pubblicità Facis non mancava mai, con il suo slogan vagamente marxista “a ciascuno il suo guardaroba”.
Facis sembrava crederci davvero, tanto che per anni e anni riempi i teleschermi con una serie di Caroselli, perlopiù diretti da Luciano Emmer, che presentavano un quartetto di personaggi maschili uniti da una professione (il campione sportivo, l’attore, persino il jazzista) ma divisi da misure che ogni altro brand avrebbe trovato incompatibili (o affidato alle cure del commesso-torturatore del caso). Ma che ne sapevo io. Giacche, gilet e pantaloni erano roba per mio padre. Già, mio padre. Uno che con Facis c’entrava parecchio.
Il Facis di Pintér
Guardavo quelle pubblicità così moderne, così razionali, così anni ‘70 anche perché grosso modo sapevo che mio padre per molto tempo era stato la “firma” di Facis.

Degli stentati inizi in Italia, dopo la fuga dall’Ungheria nel 1956, non è che si parlasse così spesso, ma qualche aneddoto si sapeva lo stesso. Giovane grafico e illustratore talentuoso, era arrivato qui con solo le scarpe che aveva ai piedi e nessun portfolio (ovvero la cartelletta dei disegni, che serve a mostrare cosa sai fare). Se lo ero ridipinto da capo mentre cercava lavoro. E non ne aveva ancora uno fisso (almeno credo) quando una delle più grandi agenzie di pubblicità dell’epoca lo chiamò. Mio padre amava ricordare che “c’era anche un art director, che si chiamava Vernice”.
Doveva essere un art director piuttosto intelligente perché in quel giovane profugo abbastanza spiantato trovò Ferenc Pintér, la mano che poco dopo avrebbe dato una faccia e uno stile ai libri della Mondadori e alla letteratura popolare e no, che riempiva le vetrine delle librerie.
Mio padre lo conoscono tutti quelli che hanno avuto un libro in mano, e specialmente quelli che amano Maigret. Ma è stata Facis a dargli la sicurezza economica, la certezza di pagare l’affitto e anche un primo benessere, perlomeno per gli standard dell’Italia anni ‘60. Lui in cambio gli ha dato un’immagine e una campagna di manifesti che ancora adesso, vedo, vengono contesi tra i collezionisti a cifre di affezione. E parlo degli stampati, non degli originali.
La campagna della CPV, di un’art director che si chiamava Vernice e di mio padre, era molto diversa da quella dei Caroselli anni ‘70 detti delle “quattro taglie”. Era una campagna che puntava sul fascino e sullo stile, dove gli abiti erano disegnati, come ancora faceva Vogue. Era una campagna che puntava sullo stile e sull’immagine.
Ma ad un certo punto la CPV, come succede, perse il cliente che andò in S&T (agenzia ignota, quantomeno a me). Era un nuovo decennio, e un nuovo mondo, quello della ragione e della pubblicità basata su ricerche e solide argomentazioni logiche.

Quei Caroselli ce li vedevamo nel nostro Brionvega, non avevo mai pensato che avessero qualcosa a che fare con noi. Li ha ritrovati oggi la Fondatrice di Boomerissimo, mostrandomi la pagina Instagram di un amico pubblicitario, Enrico Porro, che mi scrive sempre quando sui giornali appare qualche rievocazione di mio padre o compra ad una bancarella qualche libro con una delle sue famose copertine.
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Come si vede, le combinazioni sono tante, quasi più del folle sistema di taglie tridimensionali che diede vita ai Caroselli Facis “Quattro Campioni, Quattro Taglie”. Un mondo antitetico a quello che aveva raccontato mio padre, ma che Facis riuscì a unire.
Prima che tutto cambiasse di nuovo e diventasse S, M, L o al massimo XL (che mi va sia corta che stretta).
Antonio Pintér – copyright Boomerissimo®


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