In poco tempo la nostra vita cambiò, improvvisamente. Tra i principali responsabili di questa rivoluzione ci sono due signore, una capitana d’industria e una che, modestamente, era mia zia.
Forse quel periodo storico cominciato con nell’ultimo scorcio degli anni ‘60 non è stato, oggettivamente, così meraviglioso come ce lo ricordiamo. A passeggiare per strada dovevi essere abbastanza fortunato per schivare una molotov o una pallottola, o in alcuni casi una bomba.

Per le strade tutti sembravano aspirare a qualche rivoluzione che già nell’immediatezza appariva insensata e improbabile. Ma dentro le nostre case una rivoluzione stava avvenendo davvero. Al contrario di quelle Pol Pot, dei colonnelli greci o di Mao Tse Tung, avrebbe lasciato un’eredità di ricchezza e di bellezza. Ci avrebbe resi più moderni, forse più intelligenti. Era una rivoluzione bellissima, quella del design che trasformava le nostre case. E il suo Caro Leader era un marchio che oggi è rimasto un cult per pochi. Ma che per noi, ragazzini, e soprattutto per i giovani quarantenni che a quel tempo erano i nostri genitori, era il vero simbolo della voglia di cambiare il mondo, o quantomeno il suo aspetto. Brionvega.
La signora Brion: l’anima di Brionvega
Brionvega è uno di quei marchi che nascono nel fervore industriale e commerciale dell’Italia del dopoguerra. Un ingegnere, Leone Pajetta: un ex radiotecnico della RadioMarelli, Giuseppe Brion e la di lui consorte, Onorina Tomasin. È un trio di immigrati dal profondo Veneto, che nella Milano iperattiva dei primissimi anni ‘50 comincia a produrre le radio, i televisori e le altre diavolerie elettriche di cui il Paese ha bisogno, con il marchio Vega. La signora Onorina, con il suo background di proprietaria di merceria, si occupa dell’aspetto commerciale.

Quando i soci litigano, rimane a condurre l’azienda con il marito. Quando il marito muore prematuramente, nel 1968, rimane da sola. Nascono in quel momento due leggende: quella del marchio Brionvega e quello della “Signora Brion”, la visionaria capitana d’industria che chiama alla sua fabbrica di Lambrate il fior fiore degli architetti dell’epoca: Bonetto, Sapper, Zanuso. È lei ad intuire che il televisore (e in parte la radio) sono diventati il centro della casa. Che possono essere qualcosa di più di quel “caminetto elettronico” di cui si sbadiglia sui giornali. Possono essere esposizione, bandiera, punta di lancia della rivoluzione di un’Italia che vuole uscire dal neorealismo e dalla nostalgia delle strade polverose e di Porta Cicca, per entrare di botto nell’era spaziale.
Ti piace Boomerissimo? Sostienilo con una piccola offerta a questo link
Pochi possono permettersi di appendere al muro un Lucio Fontana o un Andy Warhol. Ma quasi ogni impiegato capace di sognare può fare il sacrificio di acquistare, magari a rate, uno dei suoi televisori che sembrano arrivati direttamente dal futuro. Sono piuttosto carucci, ma nulla che non si possa fare, se lo si vuole davvero.
La seconda signora di Brionvega
Per quanto geniale, visionaria e abile imprenditrice, nemmeno la Signora Tomasin-Brion avrebbe potuto nulla senza l’entusiasmo e il fervore rivoluzionario di un’altra signora, che poi era mia zia. E di tutte le sue simili, che stavano in quel momento sgomitando in Italia.

Nella vasta famiglia di mia madre, sua sorella Carla è sempre stata una figura speciale. Una creativa, un animo entusiasta che non si arrendeva e che affrontava con un sorriso qualunque difficoltà. In una famiglia piuttosto inquadrata e formata alla solida scuola bancaria del nonno, lei portava allegria, leggerezza, un pizzico di follia.
Era divorziata, aveva un appartamentino tutto suo, con mio cugino, il suo gatto e i suoi disegni di gatti. Un mondo diverso da quello severo di casa mia. E fu lì che un giorno, andando a trovare mio cugino, vidi quello splendore che sembrava arrivare diretto da una puntata di U.F.O. S.H.A.D.O: uno strano televisore portatile, colorato (sono abbastanza sicuro fosse verde), col muso che guardava in alto. L’oggetto di un altro mondo, un po’ pazzo. E soprattutto bellissimo. Ho scoperto scrivendo questo articolo che si trattava del televisore Algol, di 11”, disegnato da Aldo Zanuso. Uno dei primi capitoli della saga Brionvega era stato subito riconosciuto da quella donna incredibile e fuori dagli schemi che era mia zia.
Se fossero stati tempi diversi, se fosse già esistito il mondo dei social, mia zia con il suo entusiasmo Brionvega avrebbe potuto puntare al ruolo di Brand Ambassador. Aveva anche da qualche parte una radio cubo, e sono certissimo che sia stato grazie al suo entusiasmo modernista, che pure sua sorella e mio zio, che abitava sullo stesso pianerottolo, e di cui ho raccontato qui, si dotarono di quella spettacolare radio-cubo, un altro capolavoro di Zanuso che mi faceva morire d’invidia tutte le volte che li andavo a trovare.
Il terzo creativo e il nostro Brionvega
Anche mio padre era un creativo, e non uno qualunque. Ma un creativo del tutto diverso da mia zia e dalla sua spensierata allegria. Severo, direi quasi militaresco. Se lei ti metteva allegria lui ti incuteva timore e senso di autorità, anche solo muovendo le sopracciglia.

Quando li guardava, i bambini facevano silenzio e correvano a nascondersi, meglio se sotto il letto. Un’abilità che gli ho sempre invidiato da quando ho raggiunto l’età della ragione.
Mio padre amava il design e la modernità. Ma quella dura e rigorosa degli architetti finlandesi, a cui si doveva la nostra sala da pranzo. O quella funzionalista di chi aveva disegnato gli elettrodomestici Braun o quelle Fiat che ha sempre adorato, per una bellezza che pochi vedevano oltre a lui (ma di cui lui era un cultore al limite del fanatismo).
Il modernismo frou frou di Zanuso e Brionvega non mi pare che in teoria fosse qualcosa di adatto a mio padre. Eppure anche a casa nostra, mandato in pensione lo scassone grigiastro dalla cornice dorata, con il suo scatolone alimentatore/stabilizzatore, un giorno entrò il tocco di follia di un televisore arancio, con i buchi dell’altoparlante stondati che sembravano gruviera. Aveva qualcosa del magico televisore che avevo visto da mio cugino, ma reinterpretato nello splendore del 17”: un televisore di famiglia che ho appreso chiamarsi Volans 17. Alla fine pure mio padre si era piegato alla voga spaziale lanciata da mia zia, l’ambasciatrice della signora Brion nella nostra tribù allargata.
In quell’oggetto futuribile, e in rigoroso bianco e nero, abbiamo visto passare gli anni ‘70. I film francesi, le rare canzonissime, Johnny Dorelli, le comiche, le imitazioni di Alighiero Noschese. Sanremo no, era vietato.
Erano anni in cui 17” erano grandissimi e il colore ti sembrava di vederlo, anche se non c’era. Poi un giorno arrivò per davvero. Ma a quel gruviera spaziale arancione, il sogno di due signore che era diventato anche nostro, sono ancora affezionato.
Ti piace Boomerissimo? Sostienilo con una piccola offerta a questo link
Rimarrà un ricordo. Oggi costa come un appartamento a Eilat, e non c’è verso di attaccarlo al satellite. Il viaggio nostalgia, anche volendo, è diventato impossibile.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it


Rispondi