Il binomio donne e motori è tradizionalmente inscindibile. Ma non capita spesso che un’auto sia lei stessa oggetto di attrazione sessuale. Capitò a questa Alfa Romeo, forse il coupé più sexy che si sia mai visto su strada
Forse oggi che tutti abbiamo un paio di macchine in garage, e ci creano più problemi che gioia, facciamo fatica a immaginare che ci sia stato un tempo in cui l’automobile è stata un vero oggetto del desiderio.

E non solo desiderio di libertà, di vacanza, di movimento. Tutte cose legittimissime, ma che riusciamo a capire pure oggi, che per spostarci da A a B, noleggiamo un mezzo, magari elettrico, e tanto più è asettico, privo di emozioni, sorprese, idiosincrasie, tanto meglio è. No, c’è stato un momento nella nostra gioventù, e ancora più in quella dei nostri genitori e zii, in cui il binomio tra auto e fascino femminile scaturì da alcune precise ragioni. Che faremmo fatica a immaginare guardando una Yaris ibrida o altre auto di oggi, sicuramente pratiche, silenziose, economiche ed ecologiche. Ma alquanto ammoscianti.
Quelle auto di cui innamorarsi
C’è stato nel fascino delle curve di certe carrozzerie, nel carattere scorbutico, nella bellezza assoluta, nella voce potente e acuta, nelle emozioni violente e, diciamolo pure (non ce ne vorranno le signore) in una certa incomprensibilità del carattere e dei meccanismi di funzionamento, qualcosa di cui era quasi inevitabile innamorarsi. In casi estremi, persino provare attrazione sessuale. Non ci è del tutto chiaro se il binomio donna-motori nasca così, se sia uno sforzo di esprimere visivamente quel magnetismo che sentivamo dentro e che ci vergognavamo un po’ ad ammettere.

Uno che certamente non se ne vergognava e che, anzi riusciva ad esprimere benissimo il concetto, anche in termini piuttosto crudi e didascalici, era mio zio. Lo zio G. era il più giovane di tutti. Mentre la maggior parte dei mariti delle zie erano ingegneri, gente che aveva assunto una certa seriosità al tempo in cui ero ancora ragazzino imberbe, lo zio G. era un giovanottone cresciuto. Un grande uomo, ma un giovane uomo degli anni ’70. Un figo. Al collo non aveva medagliette con la madonna, ma un ovale smaltato del Milan.
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Terzino ormai stagionatello ma senpre con grande “senso della posizione” (così sosteneva mio padre), ci portava alle partite, a volte amava far casino con noi, o comunque non temeva di sfiorare la rissa sulla spiaggia se qualche vecchio bacucco (credo che allora questo termine fosse ancora in voga) si diceva disturbato dalle nostre attività di ragazzini (che in tutta sincerità, disturbanti dovevano esserlo per davvero).
Quella bomba sexy della GT Junior
La Giulia GT nasce con un compito quasi impossibile: sostituire nel cuore degli appassionati la Giulietta Sprint. Per farlo ha due frecce al suo arco: il possente motore della Giulia 1.6 Ti e la matita di un Giorgetto Giugiaro ancora giovanissimo impiegato Bertone. Quell’opera giovanile resterà, secondo noi, il suo capolavoro più puro. Come succede a certe rockstar, che vivono carriere lunghe e dense di successi, ma nessuno così graffiante come i primi approcci.

La Giulia viene accorciata e rivestite di linee in antitesi con la sua spigolosità. Restano la brillantezza, una impostazione meccanica e di sospensioni che rimangono a tutt’oggi un capolavoro e, complice anche qualche ripensamento tra progetto e produzione, nasce la Giulia GT con il leggendario scalino sul cofano. Una “imperfezione” che denuncia l’assenza della presa d’aria che Bertone aveva immaginato e che non c’erano stati soldi per produrre. Un curioso “difetto” che sarà così amato da restare al suo posto anche lungo tempo dopo che le prime calandre “difettose” sono esaurite. Quella macchina è un sogno sportivo, solo ammirarla fa trattenere il fiato. Avrà nel tempo versioni sempre più potenti, prestigiose, potenziate e alleggerite per la corsa. Auto meravigliose, ma nessuna sfiorerà minimamente il successo di pubblico e di critica che bacerà la versione solo apparente “minore” ed economica, che Alfa Romeo lancia nel 1966.
Junior di nome, best seller di fatto
La Giulia Gt “normale” è una macchina da sogno ma economicamente piuttosto impegnativa. Nonostante questo viene venduta in numeri di tutto rispetto. Ma siamo negli anni del “Boom” e in Alfa si decide che è possibile fare ancora di più. L’ idea non si sa se sia più blasfema o più geniale: una Giulia GT “economica”, adatta al mondo del giovani (giovani economicamente ben forniti, ma non ancora quanto i padri). Viene messa a punto una versione “ridotta” da 1600 a 1300cc (ma comunque capace di erogare 89 cv).

Gli interni e gli equipaggiamenti vengono leggermente semplificati, senza nulla togliere al fascino della GT e anzi risultando ancora più sportivi. Il risultato è clamoroso, un successo sconvolgente, non solo di numeri, ma di immagine. La “Junior” diventa sinonimo di auto sportiva dei desideri possibili (o quasi possibili). Si avvita negli occhi, nel cuore, nel cervello di quei giovani ai quali era destinata e da lì non si stacca più.
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Al termine della carriera della Giulia GT si scoprirà che 9 macchine su 10 vendute sono state “Junior”. Ma questo dice ancora poco dell’autentico sconvolgimento dei sensi che la fascinosa vettura produce sulle sue potenziali “vittime”.
I pensieri impuri di mio zio
Uno di quei giovani ai quali il marketing del biscione sta pensando mentre allestisce la nuova GT è appunto mio zio. O almeno lo sarebbe se non fosse che nel momento in cui la Junior impatta il mercato il milanesissimo giovanottone è ancora senza un soldo. Vive attaccato alle inferriate che circondano il rettangolo di San Siro e si preoccupa molto più di carpire i segreti del pallone dai piedi dei suoi idoli in rossonero che dei magri risultati della sua carriera scolastica, o di qualsivoglia sviluppo di carriera, che allora è ancora inimmaginabile..

Sarà l’amore per mia zia a salvarlo, perché mio nonno lo stacca dalle inferriate a bordo campo e lo spedisce a ricominciare studi e carriera in banca (allora le banche erano ancora, anche, una scuola), se vuole avere a che fare con sua figlia. Ma se mia zia è il suo grande amore, subito a ruota (diciamolo per galanteria) viene quella Giulia GT Junior, che non può assolutamente permettersi e sulla quale, è il caso di dirlo, sbava come un lama ogni volta che la vede parcheggiata, meravigliosa, tentatrice e proibita.
Una passione carnale
Non è da escludersi l’eventualità che oltre alla prospettiva di sistemarsi con l’amata numero 1, mio zio coltivasse al tempo dei suoi faticosi esordi sui banchi della banca, anche il sogno di possedere finalmente un giorno l’amata numero 2. Fatto sta che quando io ero ormai sufficientemente cresciuto (o quasi) per affrontare argomenti scabrosi, mio zio era ormai in possesso di una Alfetta 1.8 che aveva acquistato usata. Una berlina (ormai aveva famiglia) ma sportiva, e soprattutto Alfa, come quella sua prima fiamma. E fu così che un giorno mentre passeggiavamo io, lui e un altro mio cugino, con un paio di coni gelato di cui ci aveva omaggiato (era molto più generoso delle nostre arcigne mamme), lo zio si fermo senza fiato, in piena adorazione di una “Junior” ormai matura, ma sempre fascinosa, parcheggiata accanto al marciapiede. Era effettivamente stupenda, ma il suo sguardo era qualcosa che ancora noi, con i nostri 8-10 anni non potevamo comprendere pienamente (avevamo solo qualche primo indizio).
La guardò (oggi possiamo saperlo) con quel desiderio concupiscente che ti rimane verso una donna che ti ha stordito di promesse, facendoti perdere la testa, senza darti mai nulla di quello che avevi sognato. Un tarlo inestinguibile che il tempo e la ragione non bastano a placare.
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La guardò esattamente con quella espressione e ci disse. “Ah la Junior… quanto mi piaceva… io con questa macchina ci avrei fatto di tutto, me la sarei sc…”. (si espresse con un verbo inadatto alle conversazioni con ragazzini). E non contento di questa rivelazione fuori tempo massimo, che ci lasciò piuttosto interdetti con i nostri coni gelati in mano, entrò anche in dettagli alquanto scabrosi sul come e qualmente avrebbe realizzato il suo desiderio con quella bellezza mozzafiato, che però ai nostri occhi restava pur sempre un oggetto di vetro e metallo…
Compresa la meccanica diciamo “ginnica” dell’operazione, finimmo il nostro gelato prima che squagliasse, restando con alcune domande in testa. Come dire, ingolfati, da sentimenti che per noi erano ancora piuttosto misteriosi, in tutti i sensi.
“More info than needed”, come direbbero gli americani…
Antonio Pintér


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