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Pubblicità, sessismo e sessuofobia

Pubblicità, sessismo e sessuofobia. Stiamo prendendo la direzione sbagliata?

Si potrebbe ancora pensare una campagna come “Chi mi ama mi segua”? Forse no. Ma se è così abbiamo sbagliato tutto.

Una riflessione così deve partire da una premessa non formale, ma autentica. Aspiriamo a un mondo in cui le donne non debbano subire abusi, in cui la parità di diritti e di opportunità non sia a parole ma nei fatti (e ne siamo ancora lontanissimi) e in cui le violenze e le molestie siano colpite non solo dalla legge ma da una durissima sanzione sociale. 

Pubblicità, sessismo e sessuofobia
Stiamo davvero andando avanti? – Twitter @daveainsworth63 – Boomerissimo.it

La gente che abusa del suo ruolo e del suo potere per mettere in difficoltà qualcuno e ottenerne favori, specialmente sessuali, mi fa ribrezzo. Mi ha sempre fatto ribrezzo. Deve toccargli la lettera scarlatta e su questo non ci piove. 

Non sono cose che scopro oggi, ho militato nelle organizzazioni di diritti civili dai miei ormai lontanissimi 18 anni. Il divorzio, l’aborto, il diritto di essere omosessuali apertamente e tranquillamente, direi anche il diritto di fumarsi canne in pace, per quelli a cui piace. Se possibile con moderazione ma senza essere considerati criminali, sono le cose in cui ho sempre creduto e per cui nel mio piccolo mi sono battuto. 

Quindi oggi dovrei essere contento. Oggi che il lip service alla parità e alla dignità sono diventati quasi obbligatori, dovrei sentirmi perfettamente soddisfatto. Invece non è così.

Qualcosa nelle mie antenne sente che non stiamo conquistando maggiore libertà. Non stiamo perfezionando la rivoluzione dei costumi degli anni ‘70 che ci ha dato quantomeno l’illusione della libertà sessuale (sempre molto più sognata che praticata, ma vabbè). Invece di ripulire quella libertà dagli avanzi oscurantisti e sessisti, stiamo andando nella direzione esattamente opposta. Ci sono cose che diventano addirittura pericolose.

La libertà: chi mi ama mi segua

Qualche giorno fa, scrivendo questo articolo per Boomerissimo, ho usato la foto di una grande campagna di Emanuele Pirella: “chi mi ama mi segua”. L’abbiamo celebrata per decenni come una delle vette che la creatività italiana abbia raggiunto. Nella sua intelligenza dissacrante, un po’ anticlericale, quella campagna avrebbe dovuto parlare ai giovani, a gente che viveva in libertà e ne sognava di più. Avrebbe dovuto costringere reazionari e parrucconi, retrogradi, patriarcali (e dunque sessisti) a mangiarsi il cappello nell’angolo. E realmente l’ha fatto.

Sessismo e sessuofobia
Così la pubblicità indicava la strada. Paura, eh? – Instagram – Boomerissimo.it

Facevamo pubblicità anche per questo, almeno nei nostri momenti buoni. C’era sì ancora molta comunicazione “da gommisti”, del tipo che Massimo Guastini ha efficacemente stigmatizzato in un suo intervento di parecchi anni fa come presidente dell’Art Directors Club Italiano. La guardavamo con sufficienza, era quello che stavamo superando. “Chi mi ama mi segua” era un manifesto. Pensavamo di andare verso la liberazione. E in tutti questi lunghi anni,  dovremmo avere fatto ulteriori e lunghissimi passi avanti. 

Un brivido per la schiena

Nel mezzo dei dibattiti di questi giorni, invece, mi è corso un brivido per la schiena, riguardando quell’annuncio. Quel culo, per la precisione. 

Ho pensato allo shitstorm, al coro degli indignados. Ho pensato con orrore che se io oggi fossi un genio come Pirella e mi venisse un’idea del genere, mi accerterei che nessuno sia venuto a saperlo. Cancellerei il file, passerei l’antivirus nel terrore di vedermi trascinato per i piedi dalle moto dei guardiani della rivoluzione. 

Sessismo sessuofobia e pubblicità
Pirella, Barbella, la comunicazione degli anni 70. Siamo andati avanti? – Boomerissimo.it

Pirella, che era uomo acuto, che lo spirito del tempo lo sentiva come pochi, credo si risparmierebbe tutta questa fatica, ed eviterebbe proprio di pensare qualcosa di così suicida. Un’idea così non potrebbe nemmeno nascere. End of the story.

Figuriamoci se ho qualcosa da eccepire sulla lotta contro abusi e violenze. Mi inchino al coraggio di chi ha parlato, che è una cosa dannatamente difficile e pericolosa per le vittime. Provo disgusto per la chat degli 80, una cosa di volgarità e miseria morale impressionante. Tutto questo va sradicato. E ci mancherebbe.

Ma se non siamo più il mondo di “chi mi ama mi segua”. Viene il sospetto che la lotta al sessismo stia sempre più sconfinando nella sessuofobia. Un risultato paradossale, se pensiamo che le società sessofobiche sono quelle in cui le donne generalmente finiscono con la veletta nera, se non con il burqa. E contro questo lottano rischiando la vita, come in Iran e in. Afghanistan.

Qualcosa come quella campagna di Pirella piacerebbe alle donne iraniane che si sciolgono i capelli e ballano in metropolitana. Rischiano torture e (non casualmente) violenze sessuali dai “custodi della morale”. Eppure per noi quel messaggio è diventato pericoloso e ostile. 

Nel frattempo, mentre condanniamo ed espungiamo dalla comunicazione classica ogni residuo sessista o presunto tale, mentre combattiamo la sessualizzazione dei corpi in ogni sua forma, in spot e manifesti,  le aziende hanno scoperto che la comunicazione si fa meglio con gli influencer. E vi invito a dare una sfogliata a Instagram per rinfrescarvi le idee sulla sessualizzazione dei corpi (anche se di plastica). 

Pubblicità, sessismo e sessuofobia
Influencer, influencer, influencer – Boomerissimo.it

E insomma, mentre la “sessualizzazione” diventa crimine ideologico, esplode il fenomeno Onlyfans®, che io da stagionato libertario considero un elemento di libertà. Ma che è pure un sintomo e un ulteriore campanello d’allarme: è proprio nelle società sessualmente oppressive che la prostituzione fa i suoi affari migliori.

Insomma sono abbastanza certo che quasi tutti abbiamo le migliori intenzioni. Ma temo che il risultato dei nostri sforzi collettivi per combattere degenerazioni e abusi, stia portando ad un risultato non troppo lineare.

Un risultato che Marty Feldman, per parlare di un altro eroe di quegli anni di libertà, avrebbe sicuramente apprezzato. Io, ahimè, non ho le sue doti.

Antonio Pintér

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