Se c’è una cosa che davvero non vogliamo fare dalle pagine di questo rotocalco è essere nostalgici. Il tempo mette solo le lenti rosa al passato, non lo rende migliore. Le nostre lenti non sono affatto rosa, a noi basterebbe essere disincantati e ironici, q.b.
Perché le pubblicità dei detersivi hanno occupato ed occupano ancora un ruolo di primo piano? Difficile a dirsi per chi non è a suo agio con indagini sociologiche. E’ indubbio però che di detersivi, in polvere, liquidi, che fanno le bolle, ammorbidiscono e pettinano le fibre ce ne sono una marea.

Se dovessimo dare per veri i claim delle pubblicità, detersivi e affini dovrebbero, come i santi, avere un posto nel calendario. Poteri taumaturgici e miracolosi provati davanti al teleschermo. In meno di un minuto, macchie incrostate e stratificate da secoli di incuria e pessimi olezzi si dissolvevano in favore di massaia.
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Già, la massaia. Figura mitica ed ancestrale, donna del focolare domestico, tribù estinta e leggendaria, colei che in casa svolgeva qualsivoglia funzione purificatrice, conosceva i segreti per soddisfare tutti. Capace di elaborare quattordici menu diversi a settimana, se si perdeva qualcosa in casa, lei sapeva dove fosse. Si ricordava le ricorrenze di chiunque in famiglia, fino all’ottava generazione. Roba da computer quantistico. Una sorta di Alexa in carne ed ossa.
Sua maestà il detersivo
I principi attivi di tutti i detersivi erano più o meno gli stessi. Tra anni Settanta e Ottanta non si andava troppo per il sottile circa la carica inquinante di queste miscele salvifiche per i panni ma assassine per l’ambiente. Quello che cambiava era l’aspetto esteriore. La confezione, il colore, il profumo, additivi su additivi. I mitici fustini/fustoni cilindrici che non si sapeva come collocare decorati in colori sgargianti campeggiavano accanto alle lavatrici.

Molto spesso il successo del detersivo era decretato dalla pubblicità. Impossibile dimenticare l’uomo in ammollo, o i due fustini al posto di uno. Tutti con una sola promessa, sbiancare, sgrassare, smacchiare al primo colpo. Tiè.
Calimero
Uno di questi detersivi che promettevano si sbiancare aveva come protagonista il povero pulcino nero, Calimero.
Era ancora l’epoca di Carosello, quando Nino e Toni Pagot, crearono il personaggio di Calimero, con la voce di Ignazio Colnaghi. Il nome Calimero fu preso dalla chiesa in cui si sposò Nino Pagot, San Calimero in Lombardia. In origine l’idea era che il testimonial dovesse essere un bambino che si sporcava con grande facilità. Successivamente si decise di farne un anatroccolo.
La storia di Calimero era tremenda, da far venire gli incubi ai bambini, un po’ come Bambi. Caduto nella fuliggine, diventava irriconoscibile anche per la sua stessa madre. Roba da telefono azzurro. In più nel corso delle sue avventure, il povero implume, già rifiutato in famiglia, subiva qualche ulteriore vessazione, che lo portava ad esclamare: «Tutti se la prendono con me perché sono piccolo e nero» e ancora «È un’ingiustizia però!»
In breve tempo diventa un idolo dei piccoli (sadici) che seguono le disavventure del loro beniamino, carosello dopo carosello.
All’occhio smaliziato della generazione odierna appare subito chiaro che si tratta di una pubblicità tutta “sbagliata”. I riferimenti ad un essere rifiutato perché “piccolo e nero” in tempi di black lives matter non sarebbe più possibile e, c’è da dire anche a ragione.
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Il punto è che allora, nel 1963, nessuno pensava al politicamente corretto o che un pulcino, che per sua sbadataggine si era sporcato diventando nero, avrebbe potuto incendiare gli animi. Il fatto che dopo il passaggio in “Ava come lava” diventava bianco e quindi bello ed universalmente accettato (e riconosciuto dalla genitrice) spingeva ancora più il coltello nella piaga di un razzismo latente.

Molti di noi, soprattutto in provincia, vedevamo i neri, afroamericani o africani, solo in televisione, gli emigrati, i rifiutati, coloro che subivano razzismo eravamo noi, emigranti italiani. Abbiamo cominciato a familiarizzare con l’idea di una società multietnica solo molti anni dopo. E a quanto pare non abbastanza.
Antonietta Terraglia


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