Conosciamo Sylverster Stallone come un eroe tormentato dello schermo. Un uomo che lotta, che soffre. E che solo talvolta vince. Ma questa sconfitta fu molto più dura di quelle di Rocky o di Rambo
Se non fosse l’eroe per eccellenza, Sylvester Stallone sarebbe un perfetto antieroe. Molto del suo successo nasce dalla sofferenza, dalle sconfitte inevitabili, e per questo onorevoli. Dalla volontà coriacea di provarci ancora e non mollare, nonostante tutto e nonostante tutti.

È questo che Stallone ha regalato ai moltissimi che amano il suo cinema: l’orgoglio di affrontare anche la sconfitta, quando ti sei battuto, quando hai dato tutto quello che avevi da dare.
La rincorsa di Sylvester Stallone sulle rampe dure e sdrucciolevoli della vita cominciò molto presto: quando non era ancora nato. Il difficilissimo travaglio di sua madre fu concluso soltanto dall’uso del forcipe: una specie di grossa tenaglia che acchiappa il nascituro per la testa e, con l’aiuto di una buona dose di perizia e di fortuna, lo porta alla luce. La perizia, nel caso degli ostetrici del piccolo Sylvester non fu sicuramente ai massimi perché la pinza danneggiò il volto del bambino in modo irreparabile, causando anche una paralisi diffusa al lato sinistro della faccia: il labbro, la lingua, i muscoli facciali persero la vita.
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Per molti sarebbe stata la fine della carriera di attore, ancora prima di nascere (e non solo come attore). Ma Stallone, almeno da questo punto di vista è esattamente come i personaggi a cui ha dato vita sullo schermo: uno che non si arrende. Un tipo a cui le sfide non mettono paura, e più dure e senza speranza paiono essere, meglio è. Per lui e per gli incassi dei suoi film.
La grande sconfitta del giovane Stallone
Nel 1971, Sylvester Stallone era da poco tornato nella sua città Natale: New York. Deciso (e questo non sorprenderà nessuno) a farcela, oppure a lasciarci la pelle nel tentativo. Non è una metafora, per chiunque abbia la minima conoscenza della spietatezza con cui la mitica “Città che non dorme mai” colpisce il fallimento. Almeno con la stessa abbondanza con cui premia il successo.
Dopo due anni di tentativi, di provini, di rifiuti, di particine senza gloria e senza futuro, e cinque anni prima che il carro della fortuna lo trasportasse al cielo sulle ali di Rocky, il giovane aspirante attore era praticamente alla fame. Viveva in una topaia in compagnia del suo amatissimo cane, di nome Butkus. Forse l’unico spettatore che a quel tempo amasse le sue performance di attore, ripetute infinite volte allo specchio in attesa di una parte che non veniva mai.
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Ma invece che decollare, la carriera di Stallone sembrava affondare sempre di più. In uno di quei momenti drammatici, che sembrano scritti da uno sceneggiatore, uno Stallone disperato e affamato comprese che non sarebbe mai riuscito a pagare il cibo per tutti e due, e forse nemmeno per uno solo. La scelta possibile era una sola: liberarsi di Butkus.
“Eravamo entrambi affamati: vivevamo in una topaia sopra una stazione della metropolitana. Quando le cose cominciarono ad andare ancora peggio, dovetti venderlo per 40 dollari, di fronte a un 7-eleven. Non potevo più permettermi nemmeno il cibo.”
-Sylvester Stallone
Una favola moderna
Cinque anni dopo, Stallone era ormai un uomo ricco, reduce della vendita della sceneggiatura di Rocky, e decise di ricomprare il suo Butkus. Ma era anche un uomo che stava diventando famoso, e il nuovo proprietario del cane decise che era arrivato il suo, di momento fortunato.
La neo star dovette ricomprarsi il cane alla bella cifra di 15.000 dollari. Fu così che i due tornarono insieme, nella vita e sulla scena. Sì, perché il cane che vedete nei primi due episodi di Rocky è proprio lui: Butkus. Un cane che sapeva cosa significa soffrire, per vincere nella vita.
Antonio Pintér


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