Carosello ha fatto la storia, anche quando, una storia, non ha potuto raccontarla
Non so bene neanche io perché ho deciso di cominciare questo “mestiere”, che poi mestiere non è. Mi piace raccontare storie. Costruirle, metterle in piedi, sequenza dopo sequenza, dare loro un respiro, un afflato, provare a renderle godibili, prima di tutto per me stessa.

Il punto di partenza è proprio questo. Scrivo per me, per il piacere che mi provoca vedere, letterina dopo letterina, riempire la pagina. Non ho pagine di carta fortunatamente, avevo quattro in dattilografia, perché le regole delle lettere commerciali mi sono state sempre ostiche. Alla sottolineatura continua preferivo quella segmentata, mi piaceva di più.
Non c’è nulla di più appagante di conoscere le regole ed infrangerne una, magari piccola e assumersene la responsabilità.
Storie
Il piacere di raccontare non esisterebbe se non ci fossero storie. Non devono essere per forza Guerra e Pace, L’idiota o la Bibbia. Personalmente amo le storie piccole, vicende di persone normali. Tutto ciò che è roboante troverà sicuramente qualcuno pronto a narrare e io odio la competizione.
A meno che non si sia Giuseppe Garibaldi che è stato l’eroe dei due mondi è difficile ed anche noioso narrare sempre eventi realmente vissuti, certo a meno che non si sia qualche influencer/tiktoker che ritiene la sua vita degna di essere perpetrata nei secoli nella sua autentica inutilità.
L’unico altro modo per reperire storie è leggere. E di certo non lo affermo io. Umberto Eco scriveva: “Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito…”
Tutto è nei libri, l’universo intero dalla sua nascita ad oggi, tutte le emozioni vissute che ognuno di noi può rivivere, a suo modo, attravero la pagina scritta. Le biblioteche non sono luoghi morti e polverosi, sono miniere di materiali preziosi, carburante per i pensieri, mattoni per costruire la propria architettura di idee.
Anche il mio socio, Antonio Pintér, è un appassionato lettore ed è lui che mi ha passato un libro che ho trovato godibilissimo. Si tratta di Carosello Story – La via italiana alla pubblicità televisiva di Laura Ballio e Alessandro Zanacchi.
Il libro è ricco di informazioni su quel fenomeno tutto italiano che è stato Carosello.
Boomerissimo, Carosello e Calimero
Da bravi boomer scriviamo poco e spesso di Carosello, dei suoi protagonisti, di quelli che ci piacevano e dei prodotti più noti. Carosello è stato un fenomeno esclusivamente italiano.
Come si legge nel libro citato, all’avvento della televisione si navigava a vista, le regole bisognava inventarle. A metà degli anni Cinquanta il “comune senso del pudore” era qualcosa che aveva limiti nebulosi. Inutile dire che per essere certi di rimanere all’interno di questi confini imprecisi, ma molto pericolosi, coloro che si trovarono per primi a maneggiare la pubblicità televisiva idearono delle regole stringenti. Molte erano le parole proibite, impossibile reclamizzare capi di biancheria intima chiamandoli per nome, così come mettere in piazza alcune situazioni. Abbiamo già citato come, per il confetto Falqui, al fine di bypassare l’impossibilità di parlare di purga, evacuazione e affini, si dovette arrangiare con il “basta la parola”.

Sotto la scure della censura andò a finire anche un personaggio amatissimo dai bambini, il povero pulcino piccolo e nero, Calimero.
E’ evidente che le urgenze del politicamente corretto non affliggevano Calimero, non erano tempi quelli. Si usavano parole che oggi sono praticamente scomparse: cieco, mon*oloide, zoppo e ovviamente nero in tutte le sue varianti. Oggi anche il termine “portatore di handicap” è stato bannato dal Ministero il che obbliga tutti noi a veri e propri equilibrismi lessicali per non offendere qualcuno.
Ma se non era il colore che era rimasto impigliato nelle rete fitta della censura democristiana, cosa del povero Calimero aveva suscitato scandalo?
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Si tratta di una storia che ha come protagonista Calimero, ma in un contesto, passatemi la battutaccia, noir.
Calimero è alle prese con un gatto che ha rubato un pezzo di carne. Ne segue un dialogo serrato su come mangiare quel pezzo di carne rubata e il pulcino suggerisce di cucinarla con i funghi, ma per sapere se i funghi sono buoni bisogna avere cinque lire o fare la prova del gatto. Dato che il felino è sprovvisto di moneta, opta per la prova del gatto.
“Calimero prende una manciata di funghi, la colloca sul pezzo di carne che il gatto stava mangiando e lo invita ad assaggiare. Il gatto assaggia, dapprima cauto, poi mandando giù con sempre mag giore ingordigia, dato che ha trovato eccellente la ricetta di Calimero. Spolverata ogni cosa, il gatto si lecca i baffi e, mezzo insonnolito dal pasto abbondante, domanda: -Ma dimmi un po’: perche occorreva la prova del gatto? E Calimero, candido: – Perché se i funghi sono buoni, il gatto rimane soddisfatto.. -Ah… E se i funghi sono cattivi? – Beh, se i funghi sono cattivi, allora il gatto crepa».
(Da Fenomenologia di Calimero di Guido Guarda, Sipra, Torino 1967)
Inutile dire che non fu ritenuta adatta al pubblico di bambini che amava il personaggio e segata senza possibilità di appello.
Oggi prenderebbe una querela dalla Lega per la protezione degli animali, ma non spaventerebbe neanche un bambino dell’asilo nido.
Il tempo passa e passa anche la paura.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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