Un oggetto salvifico, un manifesto che ha fatto la storia, una supertop
Ammetto di avere un po’ di timore a scrivere questo articolo. Timore che, come spesso accade da un po’ di anni a questa parte, ogni argomento che sfiora le minoranze o il genere è appesantito da implicazioni che vanno oltre le intenzioni di chi scrive.

Abbiamo abbandonato un po’ di sana leggerezza per affrontare tutto con la spada, pronti ad aggredire.
Patemi adolescenziali
Lasciando da parte le implicazioni gender free, so per certo, per averlo vissuto in prima persona che un momento topico per le giovani donne, per la propria identità femminile è l’apparizione dei cosiddetti caratteri femminili secondari, il seno, insomma.

Più del ciclo, il menarca, che potevi solo raccontare alla mamma, alle amiche più vicine, l’apparizione del seno sanciva l’uscita dal mondo delle bambine.
Lì poi c’era chi lo nascondeva per sovrabbondanza, chi lo viveva con trepidazione (tutto qua?) e chi barava imbottendo il primo reggiseno con fazzoletti, cotone o chissà che altro.
Io appartenevo alla seconda categoria, al tutto-qua. Ero magra (allora), minuta (lo sono rimasta) e nonostante tutte le mie speranze dovevo accontentarmi di una prima (misura). Una delusione.
Una estetista, dotata di estremo tatto, mi consigliò una mastoplastica risolutiva, quattordici milioni di lire e passa la paura. E aggiunse, “sai quanto risparmierai di reggiseni”?
Qualcuno ricorda Nip/Tuck? Extreme Makeover? Ecco mi sono sentita come una protagonista di quegli show.
Nulla contro chi se la sente di affrontare la sala operatoria con i rischi ad essa collegati per avere qualche taglia in più, ma io se posso evitare di finire sotto i ferri preferisco. L’unica cosa da fare era optare per un indumento che valorizzasse la poca materia a disposizione, un reggiseno “strutturato” come si diceva allora, prima delle meraviglie dei push-up. Ad un certo punto oltre ai classici e un po’ vecchiotti reggiseni con “l’incrocio magico” apparve un indumento salvifico per noi poco dotate, il Wonderbra.
Hello Boys
Il Wonderbra voleva essere non solo un aiuto per le donne, ma un oggetto del desiderio, un indumento sensuale, che le donne non dovevano vergognarsi di indossare, anzi.
La campagna fu realizzata nel 1994 dall’agenzia TBWA di Londra nelle persone di Trevor Beattie, direttore creativo e Nigel Rose, art director. Le fotografie della procace ed orgogliosa Eva Herzigova erano di Ellen von Unwerth.
Le foto in bianco e nero furono una precisa scelta creativa di Nigel Rose per dare ai manifesti “più incisività e raffinatezza” rispetto alle banali immagini a colori e per dar loro “maggiore profondità”.
Gli unici elementi a colori erano il logo Wonderbra e una piccola etichetta gialla con lo slogan “The one and only Wonderbra”.
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Lo slogan principale della campagna “Hello Boys” fu scelta da Nigel Rose, sulla base di un equivoco. Rose pensava di riferirsi a una scena del film di Mel Brooks “The Producers” in cui un personaggio dice “Hello Boys” mentre guarda il seno di una donna. In realtà, Rose ricordava male la scena. La vera battuta “Hello Boys” nel film è pronunciata dal personaggio di Zero Mostel mentre guarda i soldi in una cassaforte, non il seno di una donna.
Ma non era la sola frase che accompagnava le foto di Eva Herzigova. Tra le altre c’erano: “Look me in the eyes and tell me that you love me” e la seconda parte di una celeberrima battuta di Mae West “Or are you just pleased to see me?”. C’era poi una versione francese che recitava “regardez-moi dans les yeux…J’ai dit les yeux”, un classico dell’allusione.
La campagna fu un successo. La domanda per il prodotto fu enorme tanto che la Playtex non riuscì a soddisfare la richiesta iniziale. Inoltre suscitò un enorme interesse mediatico, con reazioni sia positive che negative che contribuirono alla pubblicità.
Nel 2011, “Hello Boys” è stata votata come immagine pubblicitaria “iconica” preferita in un sondaggio organizzato dall’Outdoor Media Centre.

Ma forse non era del tutto originale. Un giovanissimo copywriter di enorme talento, ancora verde nella professione aveva prodotto, cinque anni prima, qualcosa che si avvicinava all’immaginario del Wonderbra. Il suo nome è il boomerissimo Antonio Pintér.
Qui urge la chiosa. Funzionava? Sì, dava volume, certo non ti tramutava in Eva Herzigova, ma quanto era scomodo…
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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