Le leggende più durature sono quelle che muoiono giovani. Così è stato per la OSI Bisiluro. Sempre ammesso che la Bisiluro sia morta, cosa di cui non siamo sicurissimi.
Quali sono le auto che restano stabilmente nella nostra memoria, che non ci abbandoneranno mai? E perché?

Per alcune possiamo spiegarcelo, magari perché le abbiamo possedute. Nel mio caso questa spegazione regge benissimo per la Fiat 132, la Fiat 128, la 850. Alcune, come la 850 Sport Coupé non le ho possedute ma le ho sognate, perché erano vicine. La Skoda Coupé parcheggiata vicino a casa mia era un’altra auto così.
Ma la OSI Bisiluro? Per questo strano esemplare di auto che si è fissato nella mia memoria, e che ha reso imperituro un nome strampalato che non ho mai potuto dimenticare, la spiegazione è più sottile. Ne ho possedute ben due, benché ne sia stata prodotta una sola in tutta la sua carriera. Un’altra l’ho noleggiata almeno una volta, ed era la più impressionante.
La mia prima Bisiluro era un piccolo e rozzo modellino Politoys in scala 1:43 (lo sto scoprendo adesso), un piccolo ammasso di metallo pressofuso. Molte delle sue compagne di scaffale le ho dimenticate, ma quella binasuta no.
Era un’auto che richiamava sogni, ed evocava un modello che sapevo non essere più in produzione da molto.
Al contempo, però, pareva modernissima. La sua immagine di velocità richiamò l’arrivo della seconda Bisiluro: un modellino da corsa per davvero, che sfrecciava, ma con poco costrutto, sulla pista Policar. Era bella, prometteva meraviglie ma, non saprei dire se per difetti del mio esemplare o per una innata deficienza di distribuzione di pesi, o per qualche altra diavoleria, non fu mai una delle mie più veloci. Sterzava male, accelerava ma poi finiva fuoripista con niente. Troppo nervosa e difficile da controllare: un sogno infranto.
La terza era la sorella maggiore: una specie di gigantesca Policar che correva su piste per gente grande. Ne avevamo una in Piazza San Babila. Mio padre mi ci portò qualche volta in quella sala giochi piena di videogame elettromeccanici primitivi e dotata di quella pista gigantesca per me difficilissima.
Il record di Taruffi – Boomerissimo.it
Metà del percorso era fuori vista e la mia Bisiluro con steroidi, un bestione che sarà pesato un chilo, volava fuori dai binari con frequenza altrettanto allarmante di quella mia di casa. Solo che per recuperarla occorreva chiamare un inserviente che andasse a incunearsi in qualche punto oscuro del pistone, tra guardrail di plastica, cespugli di muschio e sottopassaggi.
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Non credo di essere l’unico che ha una Bisiluro (o nel mio caso tre) nel cuore. Sicuramente se in tanti abbiamo ancora in testa questa strana macchina del futuro che assomigliava a un prototipo da Batman, il merito non fu del successo (inesistente) della OSI bisiluro vera, ma di quanto la sua idea era stata capace di colpire la fantasia, diventando una serie di modellini che molti hanno conosciuto, e in qualche caso amato. Che dire alloradella Bisiluro vera, assi meno fortunata?
La nascita del concept bisiluro
Il design “bisiluro” era nato da un’idea rivoluzionaria: separare le masse principali del veicolo in due sezioni distinte per migliorare l’aerodinamica. Era un’idea bolidistica e fascinosa che credo venisse dall’aviazione (uno dei caccia da me più amati della Seconda Guerra Mondiale, il P38 Lightning nasceva un po’ da quella idea).

Per altri magari l’ispirazione sarà stato il catamarano, un concept che in mare ha avuto molto seguito, fino ad azzerare la concorrenza nelle competizioni della Coppa America.
Negli anni ‘40, il leggendario pilota e ingegnere Piero Taruffi aveva già sperimentato questo approccio con il Bisiluro Tarf, una macchina progettata per battere record di velocità.
Era uno strano ibrido tra aereo e motocicletta, il cui risultato era però un’auto. Dentro c’era il motore di una Moto Guzzi 500 di Taruffi che, con notevole soddisfazione e anche qualche sorpresa del suo inventore, riusciva a volare più veloce della moto originaria, una incredibile prima volta per l’ingegneria.
Il Tarf in questa prima e artigianale versione raggiunse nel 1948 oltre 200 km/h. E non sul Lago Salato, come molti dei più noti mostri velocisitici americani, ma sull’autostrada Begamo Brescia, che Taruffi trovava particolarmente congeniale. E poi sulla cosidetta “Fettuccia di Terracina”: una strada come tante, a schiena d’asino e bordata di platani.
Le imprese da aspiranti suicidi dell’epoca d’oro dell’automobile erano fatte così. L’idea comunque, sul piano delle prestazioni funzionava alla grande.
Era tremendamente instabile, poco managgevole e assolutamente non pratica, cosa che non impedì a Taruffi di equipaggiare il suo Tarf Bisiluro con nuovi motori Maserati e Ferrari, fino a 290 CV di potenza e stabilire un’altra striscia di nuovi record ancora più rischiosi. A vedere il video dell’oggetto che volava su strada c’è da spaventarsi a distanza.
OSI Bisiluro: la diva che ballò una notte sola
Un’auto a doppio siluro aveva sicuramente fascino e il dono di una penetrazione aerodinamica che qualunque altra confingurazione rendeva impossibile, ma non decollò industrialmente, almeno finché negli anni ‘60 un’azienda che aveva deciso di segnare il suo nome nel Gotha dei creatori di carrozzerie, decise di rispolverarlo.

L’azienda si chiamava col nome poco fascinoso di Officine Stampaggi Industriali (abbreviabile in OSI). Era stata fondata dalla crema degli industriali torinesi: Luigi Segre e Arrigo Olivetti. Si fece subito un nome collaborando con marchi come Fiat e Ford. Ma per lasciare davvero il segno occorreva qualcosa di inedito e fuori dagli schemi.
L’ispirazione venne proprio dal mostro di Taruffi e il nome della nuova Bisiluro era un omaggio esplicito al geniale pilota-costruttore romano. La chiamarono Silver Fox, che era il soprannome di Taruffi.
Tutti l’abbiamo però conosciua come OSI Bisiluro, e con quiel nome pressofuso sul fondo e mille volte riletto, è entrata nella leggenda della mia personale collezione.
Il design era una versione con steroidi del concept di Taruff. Non più ultraleggero, aveva anzi un’apparenza massicia. Le linee futuristiche e affilate colpivano la fantasia. Il motore era un Renault Alpine da 1000 cc.
Tutto quell’insieme di azzardo e grandi speranza era pensato per partecipare a competizioni internazionali, e quanta tenerezza fanno queste vecchie schede tecniche e queste cilindrate economiche: era un mondo in cui si correva ma con un occhio al portafoglio, cercando di spremere il tanto dal poco, come faceva non troppo lontano da lì un certo Carlo Abarth.
Tutto fantastico, peccato che la OSI Bisiluro, o Silver Fox che dir si voglia, la pista non la vide mai e nemmeno la produzione in serie, per quanto limitata. Quella vera sarebbe rimasta per sempre un prototipo unico.
Forse alla tecnica si era chiesto troppo, in termini di avanguardia e di gran complicazione: la sua configurazione aerodinamica includeva tre ali regolabili che collegavano le fusoliere. L’auto correva rasoterra, alta appena un metro, ed era costruita su un telaio tubolare leggero.
Poteva raggiungere i 250 km/h, almeno sulla carta, perché nessuno ha mai potuto verificarlo davvero. La chiusura prematura dell’azienda nel 1968 impedì alla Silver Fox (o OSI Bisiluro che dir si voglia) di competere ufficialmente. Il sogno era finito per esaurimento di ossigeno economico.
Le Officine Stampaggi Industriali quel gotha di Pininfarina, di Ghia, di Zagato e di altri, non lo raggiunsero mai. Non so dire se il nome da stampatori di gasdotti abbia avuto un’influenza, ma la mia deformazione di comunicatore mi induce a pensare di sì.
Per noi appassionati di Bisiluro, che la storia industriale di quello strambo oggetto non la conoscevamo, la assoluta assenza della macchina “vera” dal mondo, fosse pure quello delle cronache sportive, era un ulteriore elemento di fascino. Una macchina diversa e misteriosa in tutto.
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La Osi Bisiluro sembrava in ogni caso dannatamente viva, nell’ 1:43 di quel grumo di zama (una lega economica, comoda per le piccole pressofusioni), con i vetri di plastica azzurrina. Noi che l’abbiamo avuta sappiamo che di auto così ce n’erano poche. Anche se non sapevanmo che ce ne fosse stata solo una.
Antonio Pintér – Boomerissimo.it®


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