Non era forse il top del lusso, ma la Fiat Panda è stata un’auto geniale, anche per una soluzione che ha tratto d’impiccio molte giovani coppie.
“Salotto su ruote” è uno dei termini più bolsi e abusati della storia del marketing, usato sempre e comunque, ogni volta che si doveva sottolineare la comodità vera o immaginaria di un veicolo, che è pur sempre fatto di due poltrone e un divano semoventi. Forse il primo che inventò questa definizione si strinse la mano da solo per complimentarsi della fantastica invenzione verbale.

Tutti gli altri possono andare dietro alla lavagna a inginocchiarsi sui ceci. Da soli o, come succedeva nella mia vecchia agenzia di pubblicità, con l’aiuto di Marco Mignani, il burbero e geniale mentore che aveva inventato “Dieci Piani di Morbidezza” e “Milano da Bere”. Molti giovani ed entusiasti copywriter, convinti di aver trovato il graal verbale col “salotto su ruote” scoprirono a loro spese che non era esattamente così.
Due geni, una scatola e un letto a due piazze
Sì, di “autentici salotti su ruote” ne abbiamo avuti tanti ma per avere una camera da letto su ruote ci toccò aspettare quel geniaccio di Giorgetto Giugiaro, istigato da Vittorio Ghidella. Uno che di auto ne capiva e le sapeva fare e che, forse non a caso, fu alla fine cacciato da una Fiat sempre più finanziarizzata, ai cui miseri rantoli post mortem continuiamo ad assistere ogni giorno.
Ma torniamo alle cose belle. A quel Giugiaro ancora giovane, dalla cui matita erano uscite auto leggendarie (qui vogliamo ricordare la prima, e per noi la più fascinosa, l’Alfa Romeo GT), fu affidato un progetto completamente diverso e non meno rivoluzionario: un’auto che in puro spirito Fiat doveva invertire la tendenza all’arricchimento delle utilitarie, sempre meno utilitarie e tornare in qualche modo ai fasti di quelle macchine che costando il meno possibile dovevano dare a tutti il massimo del servizio. Quattro ruote e un motore, come abbiamo scritto qui, ma anche molto di più. Doveva essere un’auto nel puro spirito delle Fiat storiche di Vittorio Giacosa, la 500 e la 600. Ma doveva essere anche un auto del 1980, ottimistica e moderna.
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Dalla ispirata matita di Giugiaro uscì quella scatoletta che entusiasmò i contabili Fiat, con i suoi vetri piatti e le sue manovelle, e i suoi interni la cui ispirazione pareva venire dalle amache da giardino, non dalle Poltrone Frau. Un motore da 30 cavalli a due cilindri, che più spartano non si poteva, sottratto alla Fiat 126. Ma dentro tanta essenzialità c’era un gioiello che avrebbe toccato il cuore di molti giovani, e forse non solo. Il vero segreto della Panda era il letto a due piazze che si apriva con poche manovre, ben descritte, nel libretto d’istruzioni, all’interno dell’abitacolo.
L’auto dell’amore
Ancora oggi, osservare le immagini di quel letto, così funzionale e geniale, commuove un po’. Non è stato il mio caso, perché nel 1980 ero ancora al di sotto dell’età patentabile, non avevo nemmeno i soldi per una Panda e oltretutto mi mancava pure una fidanzata. Se tutto questo non fosse sufficiente, i miei 190 centimetri abbondanti non mi avrebbero comunque facilitato nell’utilizzo di quel gioiello.

Ma per molti altri quella scatoletta rappresentò da subito un sogno a quattro ruote, e non credo sia eccessivo dire che contribuì non poco al successo del modello, nonché alla tenuta della curva demografica. Se è vero che una Golf GTI aveva sicuramente un maggior potenziale seduttivo, la Panda, una volta superate le perplessità della compagna d’avventura, consentiva di dare all’amore una marcia decisamente in più. Bastava un luogo poco più appartato del parcheggio di un piazzale, qualche foglio di giornale per dare libero corso a tutto ciò che la gioventù e l’overdose di ormoni suggeriva.
La Panda e la sua alcova interna erano da questo punto di vista talmente attraenti da spingere i più entusiasti anche a qualche imprudenza, tipo quella di cui fui testimone qualche anno dopo, nell’angusto ma trafficato parcheggio davanti a Castel dell’Ovo, a Napoli. La vicinanza romantica del molo di Santa Lucia e la Panda furono galeotte, benché schermate dai provvidenziali giornali ai finestrini. Il risultato era inequivocabile e riscosse tutta la simpatia di un militare di leva che stava passeggiando da quelle parti alla inutile ricerca di un bus. Chi a piedi e chi nell’alcova su ruote, beati loro. Era il 1984 e la Panda era nel pieno della sua gioventù.
La ricchezza del low cost
Che la Panda fosse un auto low cost era evidente: era la sua intenzione e la dichiarava senza vergogna. In mezzo a molte mediopiccole del suo tempo che si agghindavano ma restavano irrimediabilmente “vorrei ma non posso”, la Panda aveva qualcosa di unico e geniale, che la rendeva anche fascinosa.

Molte altre auto sono state concepite con intenzioni simili, specialmente in un terzo mondo sulla via della motorizzazione. Alcune, come la Tata hanno venduto a camionate e arricchito le loro aziende.
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Ma resteranno sempre delle auto da poco, che puzzano di miseria. La Panda invece era la Panda, una grande macchina piccola. Una leggenda della progettazione e del design, che aveva dentro il genio di Ghidella di Giugiaro. E pure quel fantastico letto a due piazze.
Viva la Panda, un’auto che sprizzava genio e vitalità da tutti i suoi bulloni. Pochi, economici, ma tutti messi al posto giusto.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it


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