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Telly Savalas
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Kojak: il suo vero segreto era sotto gli occhi di tutti

Telly Savalas ha plasmato Kojak con dettagli personali e un carisma greco-americano che riempiva gli  schermi anni ’70

Ammetto di aver ceduto al qualunquismo. Non guardo più telegiornali o i cosiddetti programmi di approfondimento. Siamo tutti d’accordo che non esiste giornalista obiettivo, ma si può essere ottimi professionisti anche essendo di parte. Invece ovunque è un florilegio di “grandi firme” che non sono in grado di usare le concordanze. La ragione si cerca alzando  il tono di voce, mettendola sul personale e, il massimo del coup de theatre, lasciare lo studio con l’espressione indignata.

Telly Savalas
Theo Kojak – Boomerissimo.it

Se non si hanno argomenti per ribattere, l’arguzia o la cultura per farlo si ricorre al mezzuccio d’effetto. Ormai invitano chicchessia per disquisire su eventi complessi e delicati, anche e soprattutto chi non ha titoli per farlo, se non una sua, personale, opinione.  Dunque sono stufa. Sono arrivata a rimpiangere Jader Jacobelli e le battute di Andreotti. Dribblando tg e informazione politica, escludendo maratone e porte dopo porte, evitando accuratamente reality, talent (di chi?) la televisione offre un panorama desolante. Mi rifugio, pertanto, per il mio personale intrattenimento su qualcosa di certo: le vecchie serie.

Kojak

Da quando ho riscoperto Kojak è tornato ad essere per me un appuntamento fisso. Adoro quella New York degli anni Settanta, le auto, i negozi (no franchising con lo stesso tipo di mutande venduto dal Borneo alla Patagonia) e le persone così diverse, che parlano ai caffè, leggono il giornale. Il tenente Kojak ha avuto un momento di immensa popolarità in Italia. La serie, durata negli USA cinque anni, dal 1973 al 1978, è arrivata in Italia con il consueto ritardo, solo nel 1976. In più chi si occupava della programmazione, pensò bene di mescolare episodi e stagioni, per cui noi dell’epoca, non l’abbiamo vista in ordine cronologico.

Yul Brinner e gli altri, calvi con fascino
Kojak con l’immancabile lollipop – Boomerissimo.it

Theo Kojak era diverso dai detective televisivi degli anni Settanta. In primis non era italoamericano. Duro dal cuore tenero, Theo non esita a piegare le regole per ottenere giustizia, parla la stessa lingua dei malfattori (“Who loves ya, baby?”), è sardonico con i superiori e spietato con i criminali violenti. Kojak mostra un’empatia reale per gli “sconfitti” della società (prostitute, tossicodipendenti, poveri). È fiero delle sue origini greco-americane. Questo tratto, rarissimo nella TV americana dell’epoca (dominata da eroi WASP o italo-americani), era un elemento centrale nella sua identità. Si può dire che Savalas ha plasmato il personaggio dandogli la sua identità. Kojak non è il tipico poliziotto trasandato e depresso. È un bon vivant. Ama i bei vestiti, i gioielli, le belle auto, come Telly Savalas del resto. Quell’atteggiamento cool, quasi arrogante ma affascinante, con cui Kojak riempie l’ambiente, è il carisma naturale di Savalas. 

Gli outfit

Kojak/Savalas teneva moltissimo al suo aspetto. Aveva un’idea personale dello stile e, nonostante gli anni Settanta siano stati il momento di una moda maschile per così dire “espressiva” che aveva abbandonato il rigore classico del passato, Theo/Telly si produceva in completi tre pezzi con cappello coordinato.

Eleganza anni Settanta – Boomerissimo.it

A differenza delle produzioni moderne dove c’è un unico “Head Costume Designer” con controllo creativo totale, il guardaroba del Tenente Kojak era il risultato di un mix tra accordi commerciali, costumisti dello studio e, soprattutto, il gusto personale dell’attore.

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Nei titoli di coda della serie, si legge “Men’s Wardrobe Furnished by Botany 500”. La Botany 500 era un’azienda di abbigliamento maschile di New York che dominava la TV degli anni ’70 (vestiva anche Dick Van Dyke nel suo show,  La strana coppia e Sherman Hemsley, George Jefferson ne I Jefferson). Fornivano abiti a tre pezzi (giacca, gilet e pantaloni) in cambio di pubblicità. Sul set, la supervisione era affidata a costumisti professionisti come Grady Hunt (leggendario designer che lavorò anche per Colombo) e Bill Jobe. Il loro compito non era tanto scegliere, quanto adattare i capi forniti dagli sponsor alle esigenze di scena. Intorno alla quinta stagione, Telly Savalas lanciò una sua linea di abbigliamento, i cui capi indossò anche nel telefilm. A completare il suo outfit c’erano i cappelli.

Il modello che indossa è il Trilby, spesso confuso con il Fedora. Il Trilby ha la tesa molto più stretta rispetto al Fedora classico e la parte posteriore è rialzata (“snapped up”). Erano in feltro di pelo (spesso velour), un materiale morbido al tatto, perfetto per dare quel tocco di classe al personaggio. Kojak aveva spesso una fascia decorativa particolare sul cappello e lo portava leggermente inclinato. La sua marca preferita era Stetson.​ Sebbene sia famosa per i cappelli da cowboy, negli anni ’70 produceva anche linee urbane di altissima qualità.

Il tocco di classe: i gioielli

Il tocco personalissimo al suo look era dato dai gioielli. Monili personali dell’attore, molti e di “peso”. 

Savalas style – Boomerissimo.it

Sotto i gilet e le camicie perennemente aperte, si palesava un perenne luccichio d’oro. Tra le sue preferite c’erano le catene d’oro tra cui una catena a corda composta da maglie a spirale. Riflette la luce in modo molto vivace ed era un simbolo di ricchezza negli anni ’70.​ La abbinava a una catena a maglie rotonde per creare volume. Pendevano dalle catene una croce greco-ortodossa e varie medaglie religiose.  A causa della poca risoluzione delle TV degli anni Settanta non tutti notavano che Savalas portava un braccialetto d’oro su entrambi i polsi, una scelta molto audace per un poliziotto degli anni ’70. Sul destro aveva un bracciale a maglie con una piastrina su cui era inciso “Telly”. L’attore si rifiutò di toglierlo o di farne fare uno finto, quindi in diverse inquadrature, se si fa attenzione, il tenente Kojak indossa un bracciale con il suo vero nome.​

L’Omega di Kojak – Boomerissimo.it

Al sinistro ne portava uno a catena ritorta in oro massiccio.​ Mentre la maggior parte dei suoi colleghi indossava orologi analogici classici, Kojak sfoggiava uno dei primi orologi digitali al quarzo della storia, che all’epoca costava non poco. Si trattava spesso di un Omega Time Computer 1 in oro (spesso confuso con il marchio Pulsar, che rese famosa la tecnologia LED).​ Savalas indossava anche un vistoso anello d’oro al mignolo della mano sinistra (un sigillo, spesso con diamante), un classico simbolo di potere e ricchezza nella cultura italo-americana e greco-americana di New York.​ Ma c’è un motivo pratico per cui Savalas gesticolava molto e attirava l’attenzione con orologi e anelli sulla mano sinistra: voleva distogliere lo sguardo dal suo indice sinistro.
L’attore aveva infatti il dito deformato (gli mancava l’ultima falange, persa in circostanze mai chiarite del tutto, forse un incidente d’infanzia o in guerra).
Con il mio sodale di Boomerissimo abbiamo scommesso che un pezzo sul Kojak style non avrebbe avuto molti lettori, ma a me è piaciuto scriverlo, così come continua a piacermi il personaggio. 

Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®

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