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Stalin Fake News al New York Times

Stalin e il New York Times: la grande fake news dell’Holodomor

Il New York Times custodisce uno dei segreti più vergognosi del giornalismo: il Pulitzer 1932 assegnato a Walter Duranty per reportage che coprivano l’Holodomor. Dieci milioni di morti, un premio mai restituito, e l’eredità tossica della propaganda travestita da notizia

C’è stato un tempo in cui il mio inglese, cresciuto a fatica sulle copertine dei dischi di jazz,  improvvisamente sboccio imparai a leggere il New York Times in originale. Era molto prima che internet nascesse. Ma sfogliando quel quotidiano massiccio, con i suoi quattro dorsi ebbi per un attimo l’illusione di aprire la mitica “finestra sul mondo”.

Stalin Fake News al New York Times
Stalin, New York Times e fake news – Boomerissimo.it®

Da vero provinciale, vedevo (correttamente) i nostri giornali come vuoti, asfittici, ripiegati su loro stessi e su beghe politiche di nessuna importanza reale. Il New York Times, invece, era un altro livello, un altro mondo, col suo rigoroso fact-checking. Da qualche tempo, secondo molti, anche il glorioso NYT è grossolamente scaduto nella partigianeria militante e io non lo leggo più. Anche per questo sentivo ultimamente la acuta la nostalgia di quelle prime letture. Eppure, mi sbagliavo ancora una volta, perché la love story del grande newyorchese con una copertura dei fatti, diciamo così, discutibile non è di oggi, nemmeno di ieri. Arriva da molto prima della guerra. 90 anni dopo la storia di un premio Pulitzer capace di servire ai lettori una delle più grandi, e più vergognose fake news mai raccontate continua a bruciare nella memoria e ad essere una pagina che persino il più grande quotidiano del mondo gestisce con un po’ di ben motivata vergogna.

Walter Duranty e il genocidio nascosto

Di questi tempi il dibattito sul genocidio, o i genocidi, veri e inventati è molto acceso e noi di Boomerissimo non abbiamo nessuna intenzione di entrarci, non perché non abbiamo le nostre idee ma perché ci piace guardare a fatti che il tempo abbia in qualche modo depurato dai veleni della polemica al presente. Il genocidio di cui parliamo, infatti, è uno dei pià tragici della storia ma avviene circa 90 anni fa. È lo sterminio per fame dell’Ucraina, che ha assunto il nome di Holodomor.

Stalin Fake News al New York Times
Holodomor Av Alexander Wienerberger (1898–1955) Public Domain – Boomerissimo.it®

Nel 1932, proprio mentre milioni di ucraini morivano di fame nei campi devastati dalla collettivizzazione forzata di Stalin, il giornalista più influente del mondo scriveva dal suo lussuoso appartamento al Metropol Hotel di Mosca: “Non c’è vera fame o morti per fame, ma c’è una diffusa mortalità per malattie dovute a malnutrizione”. Si trattava di Walter Duranty, corrispondente del New York Times e vincitore del premio Pulitzer. Stava mentendo, lo sapeva benissimo e la sua storia resta tutt’oggi un monito a tutto il giornalismo mondiale. Monito che tuttavia, considerato quello che esce ogni giorno dai teleschermi, sembra essere servito a poco. 

Vizi e bugie di un Premio Pulitzer

Walter Duranty arrivò a Mosca nel 1922 come corrispondente del New York Times. Inglese di nascita, Cambridge di formazione, era un personaggio affascinante e forse anche per questo piuttosto ambiguo: amante dell’oppio, collezionista di amanti, grande affabulatore. Al Metropol, l’hotel più prestigioso di Mosca con le sue vetrate Art Nouveau e i soffitti decorati in foglia d’oro, Duranty viveva la sua vita da principe.

Stalin Fake News al New York Times
Hotel Metropol oggi (metropol-moscow.com) – Boomerissimo.it®

Non era colpa sua se nel frattempo il popolo sovietico affrontava uno dei periodi più tragici della sua storia, quello delle purghe staliniane. La sua era una colpa più sottile: facendosi ricoprire d’oro, di lussi (non solo per gli standard moscoviti degli anni ‘30), accettando l’amicizia non disinteressata di compagne di giochi che avevano un piede, e forse molto altro nella NKVD, la polizia politica staliniana, Duranty si apprestava a corrompere irrimediabilmente e tragicamente le fondamente della “missione” giornalistica, e anche molto di più. Stalin aveva capito che controllare l’informazione significava controllare la realtà percepita dall’Occidente. Duranty, da parte sua, aveva capito che accomodare il Cremlino significava accesso privilegiato, fama internazionale e uno stile di vita principesco. Duranty diede anche una spiegazione nobile a tutto ciò. 

“Ho lavorato sette o otto anni per portare un riavvicinamento russo-americano. Quando finalmente accadde, mi sentii orgoglioso perché sentivo di avere avuto una piccola parte definita in questo. Suppongo sia stata la più grande soddisfazione che abbia mai avuto”
Walter Duranty

Le cose erano ovviamente “più complesse”. Ma la vicinanza ai desideri di Stalin assicurava al grande giornalista occidentale accessi privilegiati a una realtà imbellettata, ma che pochi altri potevano vantarsi di vedere. Stalin non offriva a Duranty solo piaceri, ma anche una corsia di sorpasso nella carriera di reporter. Nel 1932, la Commissione Pulitzer gli assegnò il premio per la corrispondenza estera “per la sua serie di dispacci sulla Russia, specialmente sull’attuazione del Piano Quinquennale”. La motivazione lodava “l’erudizione, la profondità, l’imparzialità, il sano giudizio e l’eccezionale chiarezza” del suo lavoro. Nella dichiarazione di accettazione, Duranty espresse “rispetto per i leader sovietici, specialmente Stalin“, che definì “un vero grande statista”. Come si vede, la mia nostalgia per il NYT del tempo che fu aveva già perso nel 1932 ogni ragione di esistere. La strana fascinazione dei giornalisti occidentali per satrapi e tagliagole esotici e generosi, i reportage addomesticati scritti dagli hotel di lusso non sono purtroppo una invenzione recente. Vale la pena di notare che nel momento in cui il grande giornalista americano si sdilinquiva per il satrapo georgiano chi voleva sapere sapeva già tutto. Ne avevano scritto intellettuali, viaggiatori, ex-comunisti. Eppure, e non solo nel mondo comunista il punto di vista di Duranty restava largamente prevalente. Nel frattempo, Stalin accompagnato dal violino degli ammiratori anche occidentali, aveva già iniziato la sua brutale campagna per collettivizzare l’agricoltura in Ucraina. Nel giro di un anno, la campagna avrebbe creato una carestia artificiale che avrebbe ucciso tra i 6 e gli 11 milioni di ucraini.

Holodomor: il silenzio che uccise

Anche allora, scrivere contro corrente era un atto di coraggio, e qualcuno (svillaneggiato dai più) osava farlo. Nel 1933, mentre l’Holodomor – letteralmente “morte per fame” in ucraino – raggiungeva il suo apice, un giovane giornalista gallese di nome Gareth Jones riuscì a sfuggire alla sorveglianza sovietica e a viaggiare attraverso l’Ucraina. Quello che vide lo traumatizzò: villaggi deserti, cadaveri lungo le strade, madri che imploravano aiuto per i loro figli morenti, cannibalismo. Il 29 marzo 1933, Jones tenne una conferenza stampa a Berlino dove dichiarò senza equivoci: “Ovunque c’erano grida di ‘Non c’è pane. Stiamo morendo’. Questa grida è venuta da ogni parte della Russia”. Fu il primo giornalista occidentale a riportare la carestia usando il proprio nome. Sarebbe rimasto uno dei pochissimi, tra i contemporanei.

Stalin Fake News al New York Times
Walter Duranty e l’Holodomor (Public Domain) – Boomerissimo.it®

Ad aprire il fuoco di sbarramento fu proprio Duranty fu immediata e devastante. Il 31 marzo 1933, pubblicò sul New York Times l’articolo “I russi sono affamati, ma non stanno morendo di fame”. Sostenne che Jones era un giovane inesperto con un’immaginazione iperattiva, è suggerì che la sua intera esperienza russa si limitava a “una passeggiata di tre settimane nella campagna ucraina”. Era una bugia: Jones aveva studiato russo a Cambridge e aveva visitato il paese due volte prima. Duranty mentiva, sapeva di mentire e continuò a mentire. Distorse e travisò sistematicamente tutti gli argomenti di Jones, lo dipinse come un credulone che aveva gonfiato la realtà. Scrisse che qualsiasi affermazione di carestia era “esagerazione” o “malinteso”. La sua fumisteria linguistica era a suo modo da ammirare: ammise che c’era stato “un aumento del tasso di mortalità, ma non tanto per fame reale quanto per molteplici malattie dovute a resistenza abbassata“. Un esempio di negazionismo, diciamo così, cotonato. E se leggendolo vi vengono in mente certi grandi esperti geopolitici della TV che il giorno prima di un’invasione ormai evidente a tutti ridacchiano e svillaneggiano gli interlocutori con aria di supponenza, negando tutto e soprattutto l’evidenza, vi è venuta in mente la stessa cosa che è venuta in mente a noi.

Sapeva di mentire

Le prove che Duranty sapesse esattamente cosa stava facendo sono schiaccianti. Le ricerche hanno dimostrato che nel 1934, Duranty riferiva privatamente all’ambasciata britannica a Mosca che fino a 10 milioni di persone erano morte, direttamente o indirettamente, per la carestia nell’Unione Sovietica.

Stalin, censurato anche il Ney York Times – Boomerissimo.it®

Sia l’intelligence britannica che l’ingegnere americano Zara Witkin, che lavorò in URSS dal 1932 al 1934, confermarono che Duranty travisava consapevolmente le informazioni sulla natura e sulla scala della carestia. In privato, Duranty ammetteva che l”l’Ucraina era stata dissanguata” ma pubblicamente, continuava a scrivere che non c’era carestia reale. Anni avrebbe spiegato così le sue ragioni: “Erano solo russi“. Ma c’erano ragioni più corpose che il cinismo e un certo razzismo molto britannico. Secondo lo storico Robert Conquest Duranty era ricattato per le sue “proclivities sessuali”. Altri, come abbiamo suggerito anche noi, sostengono che la sua carriera e il suo stile di vita dipendevano dal mantenere buoni rapporti con il Cremlino. Menzogne di scambio. Nel suo libro del 1944, un Duranty ormai irrimediabilmente messo a nudo, offrì una difesa stalinista: disse che Stalin era stato costretto a ordinare le requisizioni per equipaggiare l’Armata Rossa per scoraggiare un’imminente invasione giapponese – per salvare l’Unione Sovietica. Una lealtà al boss ormai fuori tempo massimo. Quel che è certo, al di là delle ipotesi, tutte ragionevoli, è che Duranty aveva legato la sua reputazione all’idea che Stalin fosse il leader forte di cui il paese comunista aveva bisogno. Riconoscere la carestia avrebbe distrutto non solo la narrativa sovietica, ma anche la propria. Allora come oggi la “narrazione” si incrociava con l’ego dei nerratori, producendo effetti nefasti.

Morte di un reporter coraggioso

Jones, il giornalista che aveva osato parlare, e che il grande inviato newyorchese aveva distrutto nell’immagine pagò caro il suo coraggio. Dopo essere stato bandito dal rientro nell’Unione Sovietica, nel 1935 si recò in Estremo Oriente per raccontare l’invasione giapponese della Manciuria. Li fu rapito e ucciso, con la probabile complicità dell’NKVD. Jones morì come giornalista screditata. Che la sua fosse verità sull’Holodomor sarebbe emerso solo decenni dopo. Nel frattempo Stalin, inaugurando una tradizione che i dittatori sovitici e poi russi non hanno più abbandonato, continuò ad avvelenare i pozzi dell’informazione. Il caso Duranty non sarebbe rimasto un incidente isolato ma divenne il test pilota per il controllo dell’informazione e della disinformazione che Stalin avrebbe perfezionato durante la Seconda Guerra Mondiale, proprio al Metropol Hotel. Tra il 1941 e il 1945, circa cinquanta giornalisti occidentali furono confinati nell’hotel, costretti a vivere in quella che uno di loro descrisse come “prigionia lussuosa, quasi arresti domiciliari“. Le tecniche erano identiche a quelle utilizzate con Duranty e produssero gli stessi risultati. Per maggior sicurezza, le stanze dell’hotel erano state tappezzate di microfoni dell’NKVD e le segretarie russe che lavoravano con i giornalisti erano spesso informatrici (proprio come quella che decenni dopo sarebbe toccata al presidente Sukarno, di cui abbiamo raccontato qui le peripezie politico-amorose). Alcune svolsero il loro compito con precisione, altre, come Nadya Ulanovskaya, sussurrarono la verità e finirono nel Gulag. È un metodo che dovremmo conoscere bene anche oggi, visto che il sistema nato negli anni ’30 con Duranty, industrializzato negli anni ’40 al Metropol ha gettato le basi per le moderne operazioni di disinformazione e guerra ibrida che vediamo all’opera ancora oggi. Molte “narrative” sono del resto esattamente le stesse.

Il premio della vergogna

Forse, dopo 90 anni, sarebbe anche il caso di ripensare al prestigio di un premio che forse non è mai stato così trasparente. Non solo l’ultima assegnazione del Pulitzer ad un “cronista” non del tutto alieno dai sospetti di collusione con un potere tirannico quanto quello staliniano ha fatto molto discutere. Ma anche il passato non è stato mai ripulito. Il premio a Duranty, per quanto vergognoso, non è mai stato revocato. Il New York Times non ha mai deciso di rinunciarci. Sostiene di “non esserne in possesso”  che è un modo elegante di non poterlo un modo conveniente per evitare di doverlo restituire motu proprio.  Il ritratto di Duranty è ancora appeso negli uffici del New York Times, come del resto la sua eredità morale. Nell’era dell’informazione e della disinformazione via social, il suo lascito si è semmai ampliato. Ai grandi opinionisti, non sapremo mai quanto interessati, si aggiungono legioni di inluencer che cambiano il giubbotto stampa con quello di ministro, o di guerrigliero, a seconda della collocazione. Alcuni hanno “custodito” ostaggi, altri prendono in ostaggio la buona fede di chi li ascolta, mentre si apprestano a qualche crociera su Yacht prestigiosi di magnati della finanza o di sceicchi. 90 anni dopo lo scandalo di un Pulitzer prezzolato, raccontare la verità senza venire a patti con poteri armati di denaro e di lusinghe, e spesso non solo, continua a essere pericoloso. L’informazione continua a essere merce rara, pericolosa, che spesso si paga con la vita. La disinformazione resta quasi sempre e quasi dovunque molto più pagante. Per chi ha a cuore la verità lo zapping serale e la scrollata delle news, restano un percorso a ostacoli, da compiere mescolando diffidenza, buonsenso e studio personale, in parti uguali. Vale la pena di farlo tenendo a mente la massima di Socrate. “so di non sapere”. Specialmente dopo aver letto certi reportage firmatissimi.

Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®

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