Prima di lui non c’erano mai stati serial killer
Le parole hanno un peso. E’ una cosa che mi è stata inculcata da piccola.

Sarà anche stata la rigida educazione della mia suora alle elementari, ma non mi era concesso di usare mai aggettivi semplici come bello e brutto, buono o cattivo.
Una scelta ragionata
Dalla terza alla quinta elementare, perché io ho fatto le elementari e non la scuola primaria, avevo come maestra, unica, onnicomprensiva, plenipotenziaria Suor Teresa, all’epoca anche direttrice della scuola. Donnone ben piantato, con una visione chiara di quello che una bambina dovesse diventare. Seppur cattolica e consacrata a Dio, la sua visione dell’inclusività era discutibile. Se non sapevi, non avevi studiato e se non lo avevi fatto eri un lavativo e con poca voglia di imparare. I disturbi specifici di apprendimento erano pura fantascienza.

Insomma, scarsa comprensione ed alte aspettative, soprattutto perché era lei ad insegnare, che era ritenuta la maestra delle maestre. C’era la fila di genitori ad iscrivere i bambini nella sua classe.
Classe che era una sorta di purgatorio perpetuo. Ogni giorno scolastico che il suo dio mandava in terra in quei tre anni che sono stata sua alunna, Suor Teresa ci faceva fare un tema (ed un problema, ma questo è meno interessante). Le migliaia di tracce che ci propinò erano indice di una notevole varietà di pensiero o quantomeno di una vasta lettura di testi a tema (scusate, non ho resistito).
Il tema, con cui si iniziava la giornata, veniva corretto sul momento e il più meritevole, letto ad alta voce a tutta classe. Capitava, a volte, che anche quello con gli errori più disonorevoli venisse “socializzato”, a perpetuo monito. La cosa che più le faceva venire fuori il fumo dalle orecchie era l’uso di aggettivi e parole facili, il bello/brutto e similari. Nostro compito era usare un lessico adeguato per esprimere il nostro seppur infantile pensiero, che meritava comunque qualcosa di meno trito dei soliti quattro aggettivi. E se la parola corretta non ci veniva in mente, bisognava spiegare, articolare, arrivare all’obiettivo per cerchi concentrici.
E’ un po’ quello che hanno dovuto affrontare i detective che per primi hanno compreso come certi omicidi, commessi con modalità simili e vittime altrettanto simili, avessero come officianti personaggi con precise caratteristiche, personaggi a cui bisognava dare un nome.
Ernst August Ferdinand Gennat
A Gennat, direttore della polizia criminale di Berlino, si attribuisce il merito di aver coniato il termine “Serienmörder” (assassino seriale) nel 1930. Questo termine, che in inglese si traduce direttamente con “serial killer”, fu usato per la prima volta da Gennat nella sua pubblicazione “Die Düsseldorfer Sexualverbrechen” (I crimini sessuali di Düsseldorf) sul caso di Peter Kürten, noto anche come il “Vampiro di Düsseldorf”.

Prima di questa definizione, molti sono stati i tentativi di descrivere questo tipo di crimini, alcuni piuttosto singolari: omicidio di un estraneo, omicidio a scopo ricreativo, multicidio, omicidio per il gusto del brivido…
Fu lui ad usarlo nella moderna accezione di serial killer: una persona che commette più omicidi in un periodo prolungato, tipicamente con un movente psicologico piuttosto che per un guadagno materiale. Questa definizione è precedente alla convinzione comunemente diffusa che il termine sia stato coniato dall’FBI negli anni ’70.
Ma la sua rivoluzione non è stata solo lessicale. Istituì la prima squadra omicidi e delineò le prime forme di profilazione dei criminali.
Creò anche un archivio centrale dei casi di omicidio per documentare in modo sistematico le morti violente.
Peter Kürten: Il primo “Serienmörder”
Il criminale per cui il termine fu coniato è Peter Kürten. Su di lui Fritz Lang fece anche un film, M – Il mostro di Düsseldorf con protagonista Peter Lorre.
Tra il febbraio 1929 e il maggio 1930, nella città di Düsseldorf, in Germania, si susseguirono una serie di brutali omicidi.
Il colpevole, Peter Kürten, si sarebbe in seguito guadagnato i famigerati soprannomi di “Vampiro di Düsseldorf” e “Mostro di Düsseldorf” per la sua propensione a bere il sangue che sgorgava dalle ferite delle sue vittime.
Il primo omicidio attribuito a Kürten avvenne il 25 maggio 1913 a Mülheim am Rhein, quando, durante un furto in una taverna, trovò una bambina di nove anni di nome Christine Klein addormentata nel suo letto. Kürten strangolò la bambina e le tagliò la gola con un coltello tascabile, provando un senso di appagamento sessuale mentre sentiva il sangue colare sul pavimento. Il giorno seguente Kürten tornò sul luogo del delitto per bere in un’osteria proprio di fronte alla scena del crimine, traendo estremo piacere dall’ascoltare le reazioni inorridite degli avventori. Nelle settimane successive visitò persino la tomba della sua vittima, toccò la terra di sepoltura traendone piacere sessuale.
Due mesi dopo l’omicidio di Christine, Kürten tentò di uccidere una ragazza di 17 anni di nome Gertrud Franken, questa volta a Düsseldorf. La strangolò fino a farle uscire il sangue dalla bocca, ma la ragazza sopravvisse all’attacco.
Nel febbraio del 1929, Kürten iniziò quella che sarebbe diventata una spaventosa serie di attacchi e omicidi che avrebbero terrorizzato Düsseldorf. Il 3 febbraio aggredì Apollonia Kühn, trascinandola nel sottobosco e pugnalandola per ventiquattro volte con un paio di forbici. Nonostante la ferocia dell’attacco, la Kühn sopravvisse alle ferite. Cinque giorni dopo, l’8 febbraio, Kürten strangolò Rosa Ohliger, di nove anni, fino a farle perdere i sensi, prima di pugnalarla allo stomaco, alla tempia, ai genitali e al cuore ancora con un paio di forbici.
Questa volta Kürten diede fuoco al corpo della bambina, provando piacere alla vista delle fiamme. Il 13 febbraio uccise un meccanico di mezza età anni di nome Rudolf Scheer, pugnalandolo venti volte, in particolare alla testa, alla schiena e agli occhi.
Nell’agosto del 1929, Kürten cambiò la sua arma da forbici a coltello, cercando deliberatamente di confondere la polizia per far loro ritenere che ci fosse più di un responsabile per tutti quei crimini. Il 21 agosto accoltellò a caso tre persone in attacchi separati: una ragazza diciottenne, un uomo di trent’anni e una donna di trentasette. Tre giorni dopo, in una fiera di Flehe, Kürten incontrò due sorelle adottive, Gertrude Hamacher di cinque anni e Luise Lenzen di quattordici. Dopo aver mandato la più grande a fare una commissione, strangolò e uccise la più piccola. Quando Lenzen tornò, la strangolò, la accoltellò, le tagliò la gola e bevve il sangue dalle sue ferite. Era nato ufficialmente il “Vampiro di Düsseldorf”.
Ma la sua arma cambiò ancora. Sempre nel 1929, Kürten adottò un martello come arma preferita. Il 30 settembre, incontrò una domestica di nome Ida Reuter alla stazione di Düsseldorf, la convinse ad accompagnarlo a fare una passeggiata e poi la colpì ripetutamente con un martello prima e dopo averla violentata. Altre tre vittime seguirono in meno di un mese.
L’ultimo omicidio Kürten lo commise ai danni di Gertrude Albermann, di cinque anni, il 7 novembre 1929. Convinse la bambina ad accompagnarlo in una zona isolata dove la strangolò e la pugnalò una volta alla tempia sinistra con un paio di forbici. Dopo averla fatta crollare, la pugnalò altre 34 volte e lasciò il suo corpo in un mucchio di ortiche. In un atto particolarmente macabro, Kürten contattò in seguito un giornale il 9 novembre, fornendo una mappa con i dettagli su come ritrovare il corpo della bimba.
Sebbene Gertrude sia stata la sua ultima vittima, Kürten continuò i suoi attacchi, senza riuscire più ad uccidere. Le persone che sopravvissero poterono fornire descrizioni alla polizia.
Tutti i serial killer hanno una vittima fatale, quella che li fa catturare in vita o in morte: per Gacy è stato Robert Piest, per Bundy Kimberly Leach, per Kürten Maria Budlick.
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Maria Budlick fu avvicinata dal criminale alla stazione di Düsseldorf. La condusse in un bosco e tentò di aggredirla. La ragazza però cominciò ad urlare e lui scappò. Budlick denunciò l’aggressione e riuscì a condurre la polizia al colpevole. Quando Budlick si rese contò che ormai aveva le ore contate confessò alla moglie di essere il Vampiro di Düsseldorf e la esortò a consegnarlo per riscuotere la sostanziosa ricompensa offerta per la sua cattura. Il 24 maggio 1930, Frau Kürten contattò la polizia, dicendo che il marito aveva confessato e che l’avrebbe incontrata davanti alla chiesa di San Rocco quel giorno, dove fu finalmente arrestato.
Morto come ha vissuto
In carcere, Kürten fornì tutti i dettagli sui suoi crimini allo psicologo Karl Berg, che in seguito pubblicò la confessione in un libro intitolato “Il sadico”. In queste interviste, Kürten ammise che il motivo principale dei suoi crimini era il piacere sessuale, avendo iniziato ad associare l’eccitazione ad atti violenti e alla vista del sangue.
Il processo a Kürten iniziò il 13 aprile 1931. Sebbene avesse ritrattato la sua confessione, sostenendo di averla fatta per garantire la sicurezza economica della moglie, le prove contro di lui erano inoppugnabili. A sua difesa, Kürten sostenne che la sua infanzia violenta e le esperienze nel sistema penale tedesco avevano plasmato le sue tendenze sadiche, ma non mostrò alcun rimorso per i suoi crimini. Il 22 aprile 1931 la giuria lo dichiarò colpevole di tutti i capi d’accusa e lo condannò a morte.
Il vampiro di Düsseldorf – Boomerissimo.it
La mattina del 2 luglio 1931, Kürten fu giustiziato con la ghigliottina nella prigione di Klingelputz a Colonia. Poco prima dell’esecuzione, secondo quanto riferito, chiese allo psichiatra della prigione: “Mi dica… dopo che mi avranno tagliato la testa, potrò ancora sentire, almeno per un momento, il suono del mio sangue che sgorga dal moncone del mio collo? Sarebbe il piacere che mette fine a tutti i piaceri”
La più grande soddisfazione è quella che viene da noi stessi.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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