La fede può tutto, ma ha anche molti limiti. Dalla devozione alla strage il passo è breve
Da quando l’uomo ha cercato o meglio ha creato dio?

Cosa ha spinto più o meno tutte le popolazioni del mondo a partire da epoche arcaiche a porre le proprie speranze in un essere sovrannaturale, che a fasi alterne, andava compiaciuto, adorato e placato per avere la sua benevolenza?
Nel suo nome
Non sono così ferrata in filosofia ed antropologia per dare una risposta. L’essere umano che oggi conosciamo, l’homo sapiens, si è affermato sulla terra, ha distribuito la sua progenie nei vari continenti operando un genocidio ai danni dell’homo di Neanderthal, che, diversamente da ciò che si crede, non era intellettualmente né tantomeno fisicamente inferiore al Sapiens.

La differenza era solo, dicono alcuni studiosi, nel grado di aggressività. I Sapiens, per farla breve, erano più spietati.
Comportamento naturale del cervello rettiliano che riconosce solo gli istinti di sopravvivenza, cibarsi, procreare, fuggire. E se per fare questo il soggetto deve uccidere, stuprare o mangiare un suo simile, non è importante. E’ basandosi su questi istinti che le specie sono sopravvissute nei secoli.
Ad un certo punto l’evoluzione ha mitigato gli impulsi primordiali e sono subentrati i culti, le religioni, le ideologie. Ho sempre pensato alle religioni ed alla adesione pedissequa ai loro principi come un atto di delega del pensiero critico. Esiste un essere superiore che guida le mie azioni e se commetto gli atti più esecrabili nel nome del dio, sono comunque nel giusto.

Le grandi religioni monoteiste si sono e si rendono ancora colpevoli di crudeltà aberranti “nel suo nome”, qualunque esso sia. Perché l’osservanza ad una religione è un atto di fede che implica accettazione incondizionata e certezza di essere dalla parte giusta. Non è possibile un contraddittorio davanti alla fede. Potrebbe essere possibile reciprocità, tu sei fedele al dio X e nel mio paese te lo lascio adorare, però se vengo nel tuo paese Y dovrei essere altrettanto libero di professare il mio. Invece in certi paesi ti portano in carcere senza passare dal via.
Insomma, non sono una fan di dio e tantomeno di coloro che nel nome dell’altissimo parlano. Faccio fatica a credere che popoli cresciuti liberamente, nella culla della civiltà occidentale, possano cadere nelle mani di predicatori, tanto avidi, quanto folli. Il fatto che questi culti, queste sette, prosperino negli Stati Uniti, molto mi fa riflettere sul grado di cultura, sulla capacità di pensare criticamente del popolo a stelle e strisce.
Jim Jones e il Peoples Temple
Nella remota ipotesi che qualcuno si mettesse a predicare di essere il figlio di dio tornato sulla terra o un suo profeta con in mano la nuova verità, le cose che mi verrebbero in mente da fare sarebbero nell’ordine: chiamare un’ambulanza per un TSO, ridere a crepapelle, fare la vecchietta rompicoglioni e pensare dove sta andando a finire il mondo. Negli Stati Uniti, dove uno si può svegliare la mattina e registrare il suo culto personale, è certo che i nuovi figli di dio troverebbero un seguito.

Ricordiamo Waco, dove David Koresh ha portato alla morte i suoi seguaci, ma prima di lui, c’era stato Jim Jones.
Nato in una piccola città dell’Indiana, il piccolo Jim ha all’attivo tutti i cliché di una infanzia fatta di trascuratezza e isolamento emotivo.
Il padre, un veterano della prima guerra mondiale e membro del KKK, era emotivamente distante, mentre la madre, anaffettiva, lavorava costantemente. Parlando di quel periodo, Jones ricordò:“Nessuno mi dava amore, comprensione… Ero sempre solo ”.
Il rifiuto del padre a far entrare in casa i suoi amici di colore fece crescere in lui il desiderio di creare una comunità integrata dal punto di vista razziale come ribellione e compensazione.
Affascinato dalla religione (da piccolo organizzava funerali per gli animali), si immerse in diverse confessioni, diventando ben presto un abile e teatrale predicatore. In seguito ha mescolato il cristianesimo con il marxismo, chiamandolo “socialismo apostolico”. Per attirare seguaci, durante i suoi sermoni, simulava guarigioni per fede. Finalmente aveva lui il controllo.
Come affermarono in seguito psichiatri e psicologi, Jones era affetto da disturbo delirante, una patologia caratterizzata da sfiducia e sospettosità pervasive nei confronti degli altri. Il consumo di sostanze non fece che alimentare le sue tendenze instabili
A metà degli anni Cinquanta fondò il Peoples Temple a Indianapolis, con cui portava avanti la sua idea di giustizia sociale. La chiesa gestiva rifugi per senzatetto, banche alimentari e programmi di lavoro, attirando le comunità emarginate, in particolare gli afroamericani. Attraverso la lettura di passi della Bibbia scelti ad hoc, promuoveva idee socialiste. In realtà instillava nei suoi seguaci il culto dell’obbedienza.
All’inizio degli anni Sessanta, temendo una guerra nucleare, spostò l’intera comunità in California. Qui, anche grazie all’aiuto di politici locali, riuscì ad estendersi, fino ad avere oltre tremila seguaci.
Ma il socialismo apostolico aveva qualche crepa.
I membri della setta dovevano cedere tutti i loro beni, abbandonare le loro famiglie e lavorare su turni di dodici ore.
Jones aveva sviluppato tecniche per esercitare il controllo, tra cui la privazione del sonno (Guantanamo sarebbe arrivata più tardi) e l’umiliazione pubblica per aver espresso dissenso. In più pretendeva “atti di fedeltà” che oscillavano tra il bere finto veleno allo stupro.
L’Utopia di Jonestown
Negli anni Settanta qualcosa si mosse, l’opinione pubblica cominciò ad essere sospettosa nei confronti del culto di Jones. I rapporti investigativi (come l’articolo del New West) e l’esposizione mediatica minacciavano la sua leadership e temeva che le autorità statunitensi presto avrebbero messo fine alla sua chiesa.
L’incubo di una setta destinata alla morte – Boomerissimo.it
Decise allora di trasferire l’intera comunità in Guyana. L’ex colonia britannica, con una popolazione di lingua inglese, offriva l’isolamento che cercava. La giungla rendeva difficile interferire con il gruppo.
Spacciata come terra promessa, la città fondata sulla sua utopia, Jonestown, era in realtà una prigione a cielo aperto. I bambini venivano separati dai genitori, i turni di lavoro erano massacranti, il cibo scarseggiava, le lettere venivano controllate in entrata e in uscita e i passaporti confiscati. Di giorno e di notte gli altoparlanti diffondevano i suoi sermoni. Tutto sotto l’occhio attento di guardie armate.
Nel 1978, a seguito di numerose denunce di abusi il deputato Leo Ryan si recò di persona a Jonestown per verificare le condizioni di quei cittadini americani. Al suo arrivo sembrava una comunità pacifica, ma era tutta apparenza. A lui e al suo staff venivano passati dei biglietti di nascosto in cui alcune persone esprimevano il desiderio di andare via e chiedevano aiuto.
Quando giunsero sulla pista di atterraggio per ripartire, furono raggiunti dalle guardie di Jones che aprirono il fuoco. Su quella pista in mezzo alla giungla rimasero senza vita Ryan e altre quattro persone.

Jones sapeva che a questo punto non aveva più scampo. Ordinò a tutti i seguaci di seguirlo nella morte così come lo avevano seguito nella vita.
Esiste una registrazione del suo ultimo sermone, mentre distribuiva a tutti il Flavor Aid corretto al cianuro e obbligava i genitori ad iniettarlo ai figli:
I’ve tried my best to give you a good life… You’re my children… You can’t live without me…They’ll take our children… What’s the use of living like this?…It is not a suicide—it is an act of revolutionary suicide protesting the conditions of an inhumane world.”
Jim Jones
Le guardie armate impedirono la fuga. I morti totali furono 909, di cui 304 bambini. Jones morì per una ferita d’arma da fuoco autoinflitta.
I risultati di lealtà e fede malriposta
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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