Come è nato Has Fidanken: l’assurdo genius dell’immobilità. Aneddoti, il generale paracadutista, gli autori di Drive In e il tormentone che fece ridere l’Italia.
È domenica sera, una di quelle serate che nessuno ama perché, si sa, dopo la domenica viene il lunedì. Si torna a scuola, i compiti non fatti, la lezione studiata a metà (se va bene). Le partite sono finite, quasi mai come si sperava e tutto si muove stancamente e un po’ malinconicamente verso l’appuntamento della Domenica Sportiva.

Ma qualcosa, da qualche tempo, ha sconvolto la pax televisiva e ha cambiato quella sera più seccante che altro. Le luci di Drive In, uno spettacolo discusso e discutibile, che persino il suo impresario Silvio Berlusconi detesta cordialmente. Non lo voleva. Lo studia ogni weekend insieme a cinquanta esperti per individuarne e correggerne gli errori. Ma Drive In cresce, cresce, cresce sempre di più e al centro del suo cast c’è la più improbabile delle star. Non è un cabarettista né sconosciuto, né di successo. È un cane, e anche lui strano. Non una di quelle superstar super addestrate che abbiamo raccontato qui oppure qui. Una semplice cockerina, che per la verità non sa fare assolutamente nulla.
Has Fidanken, star improbabile
Come ogni domenica, Gianfranco D’Angelo entra in scena con la sua giacca scura, il passo sicuro, il piglio dell’illusionista da nightclub. Accanto a lui, su uno sgabello, c’è un cocker marrone che lo guarda con la calma di chi ha già capito tutto.
“Signore e signori…” dice D’Angelo, nei panni del signor Armando. “Ecco a voi il cane prodigio… Has Fidanken!”
Scrosciano gli applausi. Ezio Greggio introduce, surriscalda il pubblico, promettendo meraviglie. D’Angelo si piazza al centro, sistema il microfono, si concentra come se stesse per far levitare il cane. Poi, parte il rito, il tormentone, che tutte le domeniche fa ridere fino alle lacrime, e vai a capire perché (i tentativi di spiegare la comicità sono una palestra di miseri fallimenti che fa il paio con i “numeri” serali del cocker più famoso della TV). D’Angelo si concentra e ripete, come sempre “Has… Has… Fidanken”. Il cocker lo guarda, non fa assolutamente nulla, è evidente a tutti che, poveraccia, non ha la più pallida idea di cosa sta facendo lì. Il cuore di Drive In è un numero surreale in cui non succede nulla. Ed è uno dei lasciti più geniali, si dice, del suo autore, Enrico Vaime, uno che di TV, teatro, varietà e avanspettacolo sa più di qualche cosa.
L’idea folle nata di notte
Dietro questo pezzo di teatro dell’assurdo c’è una delle massacranti nottate di Drive In, un brodo creativo in cui autori e cabarettisti in ritardo sulla tabella di marcia inventano, tappano bucchi, e limano gli sketch nella speranza di arrivare in tempo, e preparati al punto giusto al momento del giudizio, quello in cui il pubblico e soprattutto un Cavaliere dal sopracciglio alzato aspettano lo show al varco.

Gianfranco D’Angelo racconta che il personaggio del signor Armando è nato così, un po’ dal genio e un po’ dalla disperazione, quel mix che chi ha avuto modo di fare un lavoro “creativo” conosce fin troppo bene. L’illuminazione di Enrico Vaime è provvidenziale è (questo lo penso io malignamente) salvifica per uno show in cui si fa fatica a mettere a registro tutti gli sketch nel poco tempo a disposizione. Il “numero clou” è un cane che non fa assolutamente nulla? Nessun salto, nessuna piroetta, nessun trucco. E dunque non può sbagliare, non può ritardare, non può contribuire al caos, non può spingere ancora più avanti le lancette dell’orologio, che galoppano attraverso un tempo che non basta mai. L’idea dello sketch “vuoto” è talmente idiota che deve per forza funzionare. E infatti lo farà, trasformando la ignara cockerina in uno dei personaggi più amati di quell’improbabile circo catodico (gli schermi LCD essendo ancora di là da venire).
Un cocker militare
Trovare il cane giusto non è così difficile, e ci pensa D’Angelo, che ha l’amico giusto: Giuseppe “Peppino” Palumbo, generale dei paracadutisti, un duro dal cuore tenere che adora gli animali e che possiede per l’appunto un dolcissimo cocker spaniel femmina. Occhi innocenti, che sembrano chiedere aiuto. Sarà lei a diventare Has Fidanken. Il ruolo è semplice: va in scena, che è sempre o quasi buona al primo ciak. Per premio arriva anche un bel pezzo di carne, poi si corre avanti, inseguendo la scaletta. È un idea semplice e come spesso accade alle idee semplici, funziona: il tormentone esplode. La gente ripete “Has, has… Fidanken!” nei bar, a scuola, in ufficio.

A casa Berlusconi non si butta via niente, si spreme tutto quello che può riempire le casse, e nel 1984 esce anche il 45 giri “Has Fidanken per la Fontana Records, con testo di Vaime, Giancarlo Nicotra, la partecipazione dimenticabile di Bobby Solo (Roberto Satti). E perché nessuno resti impunito ricordiamo che musica/arrangiamento sono di Romano Musumarra. Si tratta di un vero orrore a 33 giri, un brano di risulta che non ha nulla della freschezza geniale dell’idea originale: tastierine, cori di bambini, il nome del cane (l’unica cosa buona) ripetuto fino allo sfinimento. È sfinente anche ricordarselo, e se vorrete sentirlo ve lo andrete a cercare voi perché noi non vogliamo male a nessuno e ci rifiutiamo di linkarlo.
Come sta Has Fidanken?
Has Fidanken non meritava un inno del genere. Ma non basta un orrore musicale omonimo per appannare il ricordo di una star per caso che divenne con pieno merito (o forse no, che importa) stella della domenica sera. Anche finito Drive In, per crollo fisico e creativo di tutti i suoi protagonisti, Has Fidanken restò nella memoria di tutti. Gianfranco D’Angelo ha raccontato che anche dopo decenni la gente continuava a fermarlo per strada quasi sempre con la stessa domanda: “Ma… come sta Has Fidanken?”. Una domanda che, trent’anni abbondanti dopo la fine dello show, sfidava ogni logica e ogni record di longevità canina. Anche in eroe che non ha mai sbagliato un colpo, dopo tutto, ha i suoi limiti.
Antonio Pintér Copyright Boomerissimo.it®


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