Una partita che doveva rappresentare solo un passaggio del Mondiale si trasformò in un’esplosione di rabbia, presa di posizione politica e critica ai media
Il primo mondiale vinto non si scorda mai. Per quelli i cui capelli hanno virato verso il bianco non si parla di mondiale, ma di Mundial di Spagna. Quello di una compagine di “eroi” calcistici che oggi non sarebbe più possibile vedere in campi prestigiosi.

Ho ragazzini in classe che frequentano una scuola calcio da quando avevano cinque anni, perché a quell’età: “il bambino ha un buon controllo del corpo e capacità di interagire in gruppo”. E’ una frase tratta dalla pubblicità di una scuola-calcio, per l’appunto. Parzialmente dissento e soprattutto mi chiedo se i bambini si divertano. Quelli che ho visto io sono tremendamente aggressivi (come i loro genitori) e quando chiedo loro perché vogliono diventare calciatori, la loro risposta è sempre la stessa: “per guadagnare tantissimi soldi”. Evidentemente hanno assorbito un messaggio fuorviante.
Tre
Qualche anno addietro stuoli di ragazzini giocavano a calcio ovunque, col pallone preso in prestito, con quello più scarso che giocava in porta e le porte segnate dalle giacche. Giocavano a sfinimento ed era un tempo “a perdere”, il momento in cui ci si ritrovava con gli amici e si organizzava la partita, dopo la scuola. La formazione era decisa sul momento, in modo da avere un certo equilibrio. In buona sostanza si cercava di avere lo stesso numero di “scarsi” e “bravi” in entrambe le squadre. Lì si imparava a tenere la palla. La tattica sarebbe venuta dopo. Molte leggende del calcio del passato hanno iniziato così e in questo modo hanno vinto mondiali, sono diventati leggende.

Oggi c’è un numero che fa male solo a pronunciarlo: tre. Tre sono i mondiali consecutivi che non vedranno in campo la maglia azzurra. Un record negativo che nessuna nazione con una solida tradizione calcistica aveva mai raggiunto, e che ormai non stupisce più nessuno. L’ultima partita dell’Italia a un Mondiale risale al 24 giugno 2014. Nel mezzo: un Europeo vinto che sembrava una rinascita e non lo era, tre playoff, tre eliminazioni. Copione identico ogni volta: dramma, lacrime, processi, silenzio. Poi si ricomincia, senza che nulla cambi.
Mondiali in Cile
C’è un altro mondiale che, scusate il francesismo, è andato da schifo e non solo per il risultato non conseguito, ma per una delle partite più spaventose e violente che la storia della competizione ricordi. Una data che ogni appassionato di calcio dovrebbe tenere a mente, non per una vittoria gloriosa né per un gol da antologia, ma per quello che successe quando il calcio smise di essere un gioco. Era il 2 giugno 1962, stadio Nazionale di Santiago del Cile, e quello che andò in scena era qualcosa di molto prossimo ad un incontro di wrestling. Il contesto conta, come sempre. Due anni prima, un terremoto di magnitudo 9,5, con epicentro a Valdivia, aveva fatto crollare il Cile. Oltre tremila morti, un Paese con le ossa rotte, infrastrutture già precarie diventate macerie. Organizzare i Mondiali in quelle condizioni era una dichiarazione di esistenza in vita, quasi una terapia collettiva. Il calcio come medicina per un popolo ferito. Tutto comprensibile, per carità. Poi arrivarono i giornalisti italiani.
Corrado Pizzinelli, inviato de La Nazione, scrisse che Santiago era una città in cui c’era denutrizione, prostituzione, analfabetismo e miseria, e che i cileni, a differenza dei popoli africani e asiatici, non erano “non progrediti” ma addirittura “regrediti”. Antonio Ghirelli, sul Corriere della Sera, mise il carico da undici. Scrisse che il Cile aveva accettato di ospitare la Coppa del Mondo come Mussolini aveva mandato la sua aviazione a bombardare Londra. In tutta la capitale c’erano solo settecento posti letto, i telefoni non funzionavano e i “taxi rari come i mariti fedeli”. Pensavano, in un’epoca pre-internet, di parlare solo al pubblico italiano. Errore. Un pittore cileno residente nel Bel Paese, lesse quei pezzi e li trasmise via radio in patria. In poche ore Santiago bolliva di rabbia e la partita era diventata un dettaglio. L’Italia era partita già in salita anche per un altro motivo. In campo scendevano oriundi sudamericani: José Altafini brasiliano di nascita e l’argentino Humberto Maschio. Per il pubblico cileno, che storicamente non digeriva gli argentini, la presenza di quegli “oriundi prestati al calcio europeo” era una provocazione aggiuntiva. Il clima era già tossico prima del calcio d’inizio.
La partita
Gli azzurri erano partiti con un dignitoso 0-0 contro la Germania Ovest. Una partita equilibrata, solida, che aveva dato buone speranze. Poi il commissario tecnico Paolo Mazza, in quella che ancora oggi viene ricordata come una scelta inspiegabile, decise di cambiare sei giocatori rispetto all’esordio. Fuori Lorenzo Buffon, Losi, Maldini, Sivori, Rivera. Dentro quasi una squadra nuova, una “doppia squadra” che avrebbe ritentato, anni dopo, tale Arrigo Sacchi. Un esperimento per una partita che era praticamente da dentro o fuori.

Cesare Maldini e Omar Sivori hanno raccontato, anni dopo, di aver sentito distintamente i due commissari tecnici, Mazza e Giovanni Ferrari, discutere la formazione con alcuni giornalisti la sera prima della partita. Fatto sta che contro il Cile scesero in campo sei giocatori diversi, e che la cosa non passò inosservata nemmeno dentro lo spogliatoio.
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Consapevoli di avere lo stadio contro, gli azzurri tentarono una mossa disperata e, forse, ingenua. Quando entrarono in campo davanti a 66.057 spettatori, lanciarono mazzi di garofani bianchi verso le tribune. La risposta del pubblico cileno non fu quella che si auguravano. Fischi a cascata. L’operazione simpatia era fallita.

Il primo fallo fu fischiato dopo pochi secondi dall’inizio. Al quinto minuto, Mario David entrò duro su Leonel Sánchez; Jorge Toro spinse David, che reagì con due calci. Nessuna sanzione. Al settimo, Honorino Landa entrò su Giorgio Ferrini, l’azzurro si voltò e reagì d’istinto. L’arbitro Ken Aston vide solo la reazione e lo espulse. Ferrini non voleva uscire dal campo. Ci vollero i Carabineros armati per eseguire la sanzione. Mentre Aston era voltato di spalle, Leonel Sánchez, figlio dell’ex campione di pugilato Juan Sánchez, mollò un destro in faccia a Humberto Maschio. Naso fratturato. Nell’epoca “senza sostituzione”, Maschio restò in campo stordito, annebbiato e dolorante. Aston vide nulla. O non volle vedere. In fin dei conti il Cile era la nazione ospitante. Al trentottesimo minuto Sánchez cadde a terra su un contrasto regolare di David. Nulla da segnalare anche per il guardalinee messicano Fernando Buergo, distante un metro scarso. David però tornò sulla palla e, nello slancio, entrò di nuovo in contatto con l’avversario. Sánchez si rialzò e gli tirò un pugno non visto (ancora) dall’arbitro. Pochi minuti dopo, David entrò in scivolata sul giocatore colpendolo alla spalla con un calcio. Aston, stavolta, vide. Espulsione. Italia in nove. Il telecronista britannico David Coleman, presentando la partita in differita alla BBC: disse: “Buon pomeriggio. L’incontro a cui state per assistere è l’esibizione di calcio più stupida, spaventosa, sgradevole e vergognosa, probabilmente, nella storia di questo sport.” Finì 2-0. Il risultato era quasi secondario. Gli azzurri tornarono a casa al primo turno, accolti dai fischi. Per qualche settimana la polizia italiana dovette fare la guardia al consolato cileno a Milano, per timore di rappresaglie.
L’arbitro
Ken Aston, l’arbitro inglese, che in quella partita ci rimise il tendine d’Achille, si difese con una frase rimasta nella storia. Disse di non aver arbitrato una partita di calcio, ma una specie di conflitto militare. Aggiunse anche di aver pensato di interrompere l’incontro, ma di non averlo fatto per paura di un’insurrezione popolare. Dopo il 1962 non arbitrò mai più.
Vale la pena fermarsi un momento su Ken Aston, perché la sua storia non finisce a Santiago. La FIGC aveva in realtà ricusato il primo arbitro designato, lo spagnolo Ortiz de Mendibil, ritenendo che la comune lingua potesse creare affinità con la squadra cilena. Fu così che la FIFA designò Aston, il quale aveva già diretto Cile-Svizzera, la partita precedente dei padroni di casa. Un arbitro che dirigeva per due volte di fila il Paese ospitante in un Mondiale, un caso unico nella storia della Coppa del Mondo, prima e dopo.
Nel 1966, durante i Mondiali inglesi. Aston, allora capo della commissione arbitri FIFA, stava tornando a casa in auto dopo un quarto di finale tesissimo tra Inghilterra e Argentina. Si fermò a un semaforo di Kensington High Street. Giallo, rosso. Giallo: rallenta. Rosso: stop. I cartellini che oggi diamo per scontati, nacquero in quel momento. La FIFA li sperimentò per la prima volta ai Mondiali del 1970 in Messico. Aston morì nell’ottobre del 2001: aveva settantasei anni, e i cartellini sono ancora lì. La battaglia aveva portato a qualcosa.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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