Non erano una semplice squadra di pallone. Quel Milan lì, quello di Sacchi e Capello erano una rivoluzione, una gioia per gli occhi e una coltellata al cuore.
Gioia per gli occhi perché vederli giocare ti ubriacava, basta contropiede e catenacci, il campo diventava una scacchiera in cui ogni giocatore si muoveva in sincrono, addomesticando il proprio talento alla visione d’insieme.

Coltellata al cuore per i tifosi avversari che accendevano i ceri a qualche santo la sera prima di affrontare quel Milan.
La rivoluzione
La rivoluzione fu fortemente voluta da Berlusconi che affidò il riscatto di una squadra ingrigita e di mezza classifica ad un allenatore che veniva dal Parma. Certo, a vederlo così, con espressioni ed allure un po’ da zio Fester, poco aveva a che fare con i Mister a cui si era abituati, Trapattoni, Bearzot, Bagnoli.
Non fu affatto una luna di miele tra Sacchi e la sua squadra, perlomeno non subito. Il cambio di allenamento e l’ossessione per la ripetizione degli schemi mise a dura prova la resistenza di atleti anche consolidati, come Carlo Ancelotti.
Proprio Ancelotti ha ricordato più di una volta che nei primi mesi di allenamento perse qualcosa come sedici chili…
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Ma il Mister ebbe ragione e nacque una squadra che ha fatto da spartiacque, come si giocava prima e dopo l’arrivo di Arrigo Sacchi da Fusignano. Erano una squadra di grandi e controverse personalità, c’era Gullit, Van Basten, Donadoni, Costacurta, Baresi.
Ma Sacchi non resse alla pressione, alla filosofia della vittoria ad ogni costo e decise, nel 1991, di non rinnovare il contratto.
Fabio Capello e gli Invincibili
Il testimone passò a Fabio Capello, allenatore votato alla vittoria e decisamente meno “friabile” di Sacchi. Uno che di certo non mancava e non manca di carattere. Tale Zlatan Ibrahimovic ha raccontato su Capello come Mister: “Nessuno va da lui a parlargli dei suoi problemi. Capello non è tuo amico. Non chiacchiera con i giocatori, non a quel modo.
Lui è il sergente di ferro, e quando ti chiama in genere non è un buon segno”. La sua diventò però la squadra degli Invincibili, quella che non fece rimpiangere ai tifosi l’addio del profeta di Fusignano. Nella rosa di Capello c’era come portiere Sebastiano Rossi.
Seba, un personaggio
Sebastiano Rossi, classe ’64, boomer a tutti gli effetti, ha cominciato a giocare nella sua città natale, Cesena. Il suo battesimo in serie A avvenne alla corte di Maradona, in una partita contro il Napoli, nel 1987. Arrivò al Milano nel 1990 per esordire l’anno successivo in una partita contro l’Inter vinta dai rossoneri grazie ad un gol di Van Basten. Fisicamente straripante, grande nelle uscite alte, in cui “non guardava in faccia nessuno”, era anche dotato anche di un lungo rinvio, roba utile se vuoi rapidamente cambiare il fronte di gioco.
La prorompenza delle sue uscite e un carattere deciso gli guadagnò più di un alterco con gli attaccanti che si presentavano alla porta da lui difesa. Una volta si sarebbe parlato di calcio “maschio”. Bravo lo era però e grazie anche ad un reparto difensivo d’acciaio, strappò il record d’imbattibilità dei pali al dio dei portieri, Dino Zoff.
Una imbattibilità persa, nonostante la vittoria, (per l’orgoglio della scrivente satanella) in una partita contro il Foggia di Zeman, tiro dal limite dell’area di Igor Kolyvanov.
Nonostante la stagione 1993/94 fu, a detta di tutti, la sua migliore, non bastò a fargli conquistare la maglia azzurra nel mondiale del 1994. Fu proprio il creatore del Milan a negarglielo, quell’Arrigo Sacchi, profeta di Fusignano, che a lui preferì Pagliuca, Marchegiani e Bucci. A gennaio del 1999 il punto più basso della sua carriera. Dopo aver subito il rigore di Nakata del Perugia, sferrò un’improvvida manata ad un incolpevole Bucchi che era andato a riprendere il pallone. Risultato: cinque giorni di squalifica e gli strali del mondo calcistico.
L’esuberanza fisica di Rossi non lo ha abbandonato neanche quando ha appeso gli scarpini al chiodo. Tornato a Cesena, proprio in un bar del centro prese a pugni un maresciallo dei carabinieri in borghese, con tutte le conseguenze del caso. Qualche anno dopo rimarrà coinvolto in un’indagine per possesso di cocaina. Al Corriere della sera dichiarò all’epoca “puoi commettere l’errore di frequentare persone sbagliate che non pensavi lo fossero».
Il calcio è rimasto comunque il suo grande amore e oggi coordina i preparatori degli estremi difensori della squadra della sua città, ma il suo cuore di tifoso è rimasto rossonero.
Antonietta Terraglia


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