Dal diavolo al draghetto arancione: come la finale di Barcellona ’89 fece amare ai milanisti l’improbabile Dudy, la mascotte di Berlusconi. Il travaglio di un milanista che c’era.
Per me, che nel 1979 ero un bambino a San Siro, che sventolava una lacera bandiera milanista recuperata da mio zio, con al centro il diavolo del Milan, quel diabolico simbolo era una cosa quasi sacra. Era quello delle poche vittorie, per la mia generazione, e delle molte amarezze.

Ero ormai cresciuto ben oltre l’adolescenza, e avevo smesso di sperare nei miracoli di ogni nuovo presidente, quando Silvio Berlusconi si prese il Milan. Gli inizi furono abbastanza promettenti, ma ancora non del tutto sconvolgenti. Qualcosa ci lasciava perplessi. E tra queste cose una più di tutte le altre. Il nostro vecchio diavolo lacero, senza grandi proclami, era stato messo da parte. Al suo posto adesso c’era uno strano pupazzo di gomma. Era spiacevole, ma il Presidente era così. Lo archiviammo perplessi cercando di concentrarci su quanto di buono stava arrivando: Gullit, Rijkard, Van Basten. Da lì a poco sarebbe arrivato anche molto altro.
Milan – Steaua Bucarest
24 maggio 1989, ore 20:15. Davanti agli spalti del Camp Nou tinti completamente di rossonero, mentre 90.000 tifosi del Milan cantano “Campioni siamo noi”, succede qualcosa di magico. È una serata che nessun milanista dimenticherà mai. Quello che molti hanno dimenticato è che quella serata magica ci fece dimenticare Dudy.

I più giovani hanno forse la fortuna di non sapere chi sia stato, visto che è scomparso pure lui, nel 2006, sostituito dalla nuova mascotte “Milanello” (argh) ma per noi un po’ più boomerissimi, quel coso di gommapiuma arancione non era stato facile da digerire. Almeno fino a quella sera.
L’invasione di Barcellona era iniziata già domenica. Poi, dal lunedì, era cominciato il serpentone interminabile delle auto, dei pullman, dei charter. Un’invasione rossonera” che aveva trasformato Barcellona in una Milano con il mare. Per la cronaca, l’organizzazione di questo esodo portava la firma di Paolo Taveggia, giovane virgulto (allora) del vivaio Fininvest. Il ragazzo era riuscito nell’impresa di requisire l’intero pacchetto di biglietti a disposizione dell’UEFA. Una missione impossibile per conto di Silvio che permise a 80.000 milanisti di trovarsi tutti insieme in uno stadio straniero, come non succedeva nemmeno a San Siro, che riserva sempre un settore ai tifosi in trasferta.
Al 18° minuto di quella partita sul campo di casa, Ruud Gullit approfittò di una brutta parata di Lung e mise il pallone in rete. Al 28°, Marco Van Basten di testa su cross di Tassotti raddoppiò. Al 38°, ancora Gullit con un destro al volo nell’angolino chiuse praticamente i conti. Il Milan di Sacchi annientò la Steaua con una lezione di calcio totale. Van Basten, al primo minuto della ripresa, con un sinistro preciso dopo uno scatto in mezzo a tre avversari, firmò il definitivo 4-0.
Una vittoria per Dudy
Tutto ciò stava succedendo sul campo, ma per capire l’enormità di quello che stava succedendo nei cuori dei tifosi milanisti, bisogna tornare indietro di tre anni. È l’estate 1986: senza farne troppa pubblicità Silvio Berlusconi appena acquistato il Milan decide di cancellare il Diavolo. Al suo posto arriva Five, il draghetto arancione di Canale 5, che in veste rossonera viene ribattezzato Dudy, il soprannome del figlio Pier Silvio.
Milan – Steaua Bucarest 4-0 – Boomerissimo.it®
Per i tifosi è uno shock identitario senza precedenti. Il Diavolo non è un simbolo qualunque: ufficialmente era stato adottato nel 1979 proprio per quel decimo scudetto che ci aveva tratti (fugacemente) dall’inferno. Ma come testimonia la bandiera semistracciata che avevo ereditato, reduce dalla “fatal verona” del 1973, quel diavolo ci accompagnava, pur se ancora non in veste ufficiale, da sempre. Era poi stato con noi durante le retrocessioni in Serie B, era diventato il vessillo della resistenza rossonera negli anni più bui. Forse proprio per questo, e non solo perché nei manuali del marketing che Berlusconi, più che avere studiato, ha creato, il diavolo è un simbolo decisamente inaccettabile. Cattivo, infernale, negativo, un oggetto inaccettabile in un mondo che deve essere solo zucchero e sorriso. Peccato che a noi piacesse per questo.
Da un giorno all’altro, ci ritrovammo con un pupazzo televisivo di gommapiuma, perdipiù riciclato, di seconda mano. Five era nato per Canale 5, doppiato da Marco Columbro, creato dal Gruppo 80. La trasformazione fisica di Five in Dudy fu, diciamolo, grottesca: coda accorciata, corna accentuate per farlo assomigliare vagamente a un diavolo.Vedere quel draghetto arancione al posto del Diavolo faceva “male al cuore”.
I primi merchandising della Giochi Preziosi con Dudy furono accolti con fastidio. Però piacevano ai bambini, come aveva intuito il Presidente. Cosa che, se possibile, ci irritava ancora di più. Come si poteva spezzare la gioia di un bambino rossonero, fiero del suo nuovo Dudy? Era disperante.
Vittorie sul campo, medicina del cuore
Nel 1988, con il primo scudetto della nuova era, cominciammo a fregarcene di Dudy e a concentrarci su questioni più importanti. Ma fu solo a Barcellona che finimmo quasi per volere bene al malefico pupazzo gommoso. Cominciammo a sospettare che a volte cambiare non sia un male.

E se il vecchio diavolo era legato alla nostra sofferenza, beh, tutto sommato non era male avere scoperto qualcosa che ci richiamasse nel cuore la gioia di un momento magico. Lo avrebbe fatto fino al 2006, quando il Milan abbandonò i draghetti di gomma per tornare a un’immagine coordinata più classica. Poco importa. In quella sera del 1989 ll sorriso a 32 denti di Silvio era diventato anche il nostro.
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Non eravamo del tutto certi di quello che stavamo facendo, ma ci ritrovammo a sorridere anche noi. A Dudy. Una cosa che nessuno credeva possibile.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


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