Ci sono campioni grandi solo retrospettivamente. Roberto Carlos lo era anche nel presente, ma l’Inter di Moratti sbagliò mira
Roberto Carlos appartiene ad un’epoca delle relazioni tra milanisti e interisti, ancora idilliaca, quantomeno vista da questa parte della sponda (quella rossonera).
Finiti (almeno per il momento) gli anni del dominio assoluto bianconero, qui a Milano si andava d’amore e d’accordo grazie a una efficace divisione dei compiti: noi vincevamo tutto, loro praticamente niente. Come non simpatizzare con dei “cugini” così?

A spezzare questo equilibrio, sin troppo simpatico, arrivò Massimo Moratti: l’uomo che, almeno nelle intenzioni, intendeva far rivivere il mito della Grande Inter di Helenio Herrera. La cosa finì per prendere più tempo di quella che Moratti Junior aveva preventivato, passo attraverso piccoli infortuni come lo scambio di Pirlo e quello Coco-Seedorf. Ma alla fine si concluse come alla Pinetina si era sperato, e finalmente le relazioni con noi milanisti si guastarono, come è logico che sia.
La storia di Roberto Carlos è quella di una falsa partenza piuttosto comica in direzione della gloria.
L’uomo proiettile che fece cilecca
Massimo Moratti arrivo alla guida dell’Internazionale durante la stagione 1994/95, acquistandola dal Presidente Ernesto Pellegrini, figura silenziosa e decorosa della Milano imprenditoriale di una volta (un po’ come il suo predecessore Ivanoe Fraizzoli). Pellegrini non era un industriale, uno dei grandi commendatori di quella Milano, ma aveva un servizio di catering che si incarnava nella famosa Pellegrini Card, così diffusa nei bar di Milano del periodo, quei luoghi nei quali, molto prima che l’home working diventasse di moda, legioni di impiegati cercavano ristoro nell’ora fatale tra le 13 e le 14:30.
Roberto Carlos e Zanetti: il grande acquisti del 1994 – Boomerissimo.it
Pellegrini probabilmente faceva un sacco di soldi, e nell’Inter ne spendeva il giusto. Anche per questo ci piaceva, e ci piaceva prenderlo sottilmente in giro perché si diceva che col suo servizio di ristorazione servisse anche la mensa di Milanello. Era insomma un cameriere del Milan, volendo vedere la cosa con una certa malignità.
Moratti e la sua dinastia di petrolieri erano gente di pasta diversa. Il presidente Massimo nel corso della sua luminosa carrierà finì per dissanguarsi economicamente alla ricerca di successi che sono sempre difficili e alla fine cedette alla nuova razza padrona: i cinesi.
Roberto Carlos e Giacinto Facchetti – Boomerissimo.it
La prima stagione, conclusa infelicemente al sesto posto vide subito quella che sarebbe diventata la specialità del nuovo presidente: una girandola di tecnici. Ottavio Bianchi, il triste, capacissimo e purtroppo sfortunato allenatore che era in carica al suo arrivo fu cacciato a campionato non ancora concluso. Seguì il breve interregno di Suarez, l’uomo che più volte ha avuto il compito di sedere in panchina quando il tecnico vecchio è già stato licenziato ma quello nuovo non è ancora arrivato.
A bordo campo si scaldava nel frattempo Roy Hodgson, oggetto misterioso, ma notissimo a Moratti che lo aveva prelevato, per la sua esperienza internazionale, dal campionato svizzero. Si diceva fossero amici. E anche a me Hodgson è sempre piaciuto, sia perché all’Inter non vinse praticamente nulla, sia perché era un uomo di indiscutibile aplomp inglese. E poi in panchina era uso fumare dei magnifici sigari Avana, proprio come piaceva a me.
Hodgson era uno di quegli allenatori con la lavagna piena di idee e di schemi, e pretendeva disciplina tattica dai suoi omini colorati.
Nella rosa che il presidentissimo gli aveva messo a disposizione, e che non era male per niente, entrò immediatamente in conflitto proprio con la nuova star: Roberto Carlos.
Non chiedete a me profonde analisi tecniche, perché non ne sono capace. So però che Carlos, e il suo piede micidiale, come milanista mi incutevano un sacro terrore. Il brasiliano, nelle rare occasioni in cui gli era permesso di giocare nel suo ruolo naturale di terzino, attraversava il campo come una locomotiva per scagliare delle bombe allucinanti verso la porta: si diceva che avesse il piede più potente della Serie A e, se non ricordo male, una delle sue punizioni fu cronometrata a 130 Km/h, stabilendo un nuovo record.
Purtroppo per Carlos, per l’Inter, per Moratti e alla fine anche per Hodgson, nel suo ruolo naturale, il bombardiere brasiliano non giocò quasi mai. Per il grande tecnico, quell’asso brasiliano era troppo fantasioso e imprevedibile. E poi, come spesso succede ai brasiliani pensava solo ad attaccare e non difendeva.
A Hodgson venivano le bolle a non vedere realizzati in campo i suoi disegni su carta.
Imbrigliò Carlos a centrocampo, dove non combinò mai praticamente niente, almeno fino al momento in cui si avvicinava al pallone per un calcio di punizione che, come tutti i suoi, prometteva sfracelli.
La punizione più famosa della storia? – Boomerissimo.it
Al posto di Roberto Carlos, giocò quasi sempre il modesto Alessandro Pistone, gradito al tecnico per la sua obbedienza e il suo ordine. Ma con ordine e obbedienza raramente si vincono le partite.
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Hodgson finì per non vincere nulla, mentre Roberto Carlos (un vero gigante, e si poteva capirlo anche senza essere grandi intenditori di calcio, nei rari momenti che gli erano concessi o riusciva a strapparsi), si spense sempre più. Perse la grinta, la voglia di giocare, e alla fine anche la maglia della nazionale carioca, a causa di prestazioni incolori, che non gli facevano onore. La Copa America 1997 si giocò senza di lui. Un’onta che Carlos non perdonò mai all’allenatore inglese, dalle misteriose qualità che solo il suo presidente aveva individuato.
“Non è che non andassimo d’accordo, è che Hodgson non sapeva molto di calcio.”
–Roberto Carlos
Il posto di terzino nerazzurro rimase a Pistone, l’uomo proiettile riuscì a convincere l’Inter a lasciarlo partire.
A Madrid c’era infatti un allenatore che sapeva molto di calcio, un certo Fabio Capello, che lo aspettava. Al Real, Roberto Carlos divenne uno dei migliori terzini della storia, vincendo 3 Champions League, 4 campionati spagnoli e molti altri trofei in 11 stagioni, disputando 527 partite e segnando 69 gol.
Roberto Carlos resta uno dei più grandi rimpianti interisti. Un campione vero, macinato dal difficile ambiente di quella Milano che voleva molto, ma doveva ancora trovare la via per arrivarci.
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Era l’Inter che piaceva a me. Ma su questo non ho mai trovato un punto d’incontro con i pur numerosi amici nerazzurri.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it


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