Chi ha tradito Carlos? Una telefonata segreta tra Khartum e Parigi, un’iniezione che lo addormenta, un aereo che scompare nel buio. Il mistero della caduta del terrorista più ricercato al mondo
Sono le 14.30 di un altro tranquillo giorno di lusso e di vizi africani, nella villa blindata ai margini di Khartum che il terrorista più ricercato e più protetto del mondo ha scelto come sua residenza. Carlos sta guardando la televisione, poi legge un giornale. Più principe che primula rossa, vive quella che crede sarà un’altra giornata di ospitalità protetta in Sudan. Quel giorno i servizi sudanesi bussano, ed è quasi normale amministrazione. Quando “The Jackal” apre non sa che quella porta sta spalancando l’ultimo capitolo della sua saga.

Una siringa lo colpisce immediatamente, come si fa con le belve pericolose. , Un sedativo potente gli viene iniettato nel sangue e il corpo si rilassa. Carlos adesso è domato, non oppone resistenza. Non c’è battaglia, non c’è gloria, non c’è il “viva la rivoluzione” che urlerà solo anni dopo in aula di tribunale. C’è solo un uomo immobilizzato, caricato su un’auto con i vetri oscurati, portato direttamente all’aeroporto. Un’ora dopo è già su un aereo militare francese, in viaggio verso Parigi. È la fine fuori copione di un principe del terrore ormai scomodo, che nessuno vuole più intorno.
Vent’anni di latitanza
Di Ilich Ramírez Sánchez, Boomerissimo vi ha raccontato molto: le origini in una famiglia borghese e marxista, e soprattutto sudamericana. È nato nel 1949 in Venezuela, trasformato dal padre in un quadro rivoluzionario. Cresce tra Londra, Mosca, le basi palestinesi, gli amori, il sangue di rue Toullier nel 1975 – la fuga parigina che lo rende “lo Sciacallo“. Poi Vienna, 21 dicembre 1975: l’assalto all’OPEC con sei terroristi, 70 ostaggi, 11 ministri del petrolio, un riscatto da decine di milioni di dollari che nessuno ha mai contato realmente (né ritrovato). Carlos non è più un semplice capo terrista, diventa una leggenda: l’uomo che ha tenuto in scacco l’economia mondiale per 48 ore, colpendolo nel suo cuore di oro nero.

Negli anni Ottanta la sua vita privata si intreccia con la sua storia operativa: l’amore per Magdalena Kopp, la fotografa tedesca, sposata nel 1979, arrestata a Parigi nel 1982. Immediata, la risposta di Carlos, romantica, omicida, brutale: una campagna di attentati che uccide 11 persone. Anni di fughe, di rifugi spesso dorati. Una base a Berlino Est, protetta dalla Stasi, una a Damasco, infine Khartum, Sudan. Il punto di arrivo e di partenza di questa nuova storia. E qui, in una capitale islamica, che la latitanza di Carlos diventa lifestyle di lusso: feste alcoliche, comportamenti trasgressivi, l’arroganza di chi si crede ancora intoccabile. Il mondo intorno a lui sta cambiando, ma Carlos ancora non lo sa.
La telefonata
Siamo a Parigi, nel luglio del 1994 quando, in una stanza della Quai d’Orsay, un diplomatico francese forma un numero di Khartum. Il cerchio francese, dopo dodici anni di caccia, si sta chiudendo. La diplomazia di Parigi ha finalmente in mano la carta giusta, che non è militare, ma politica. È una proposta di scambio: la Francia ha bisogno di Carlos, il Sudan di Omar al-Bashir ha bisogno di legittimità internazionale in un momento delicato della post-Guerra Fredda.

L’Urss è caduta, il mondo comunista per un momento, è orfano. La Germania Est non esiste più e non protegge più nessuno. La Siria, la sua vecchia seconda base, è in piena crisi e ormai vede Carlos come un ingombro senza valore strategico. Il Sudan ha imparato dalla Somalia che ospitare terroristi internazionali ha un prezzo molto duro. È crollato un sistema politico, le sue alleanze, il suo sistema di pesi e contrappesi e improvvisamente nessuno ha più bisogno di un uomo come Carlos. Come i missili che arrugginiscono nei silos, Carlos è un rottame della Guerra Fredda. Come le armi, come le sfere di influenza, è diventato merce di scambio. Lo Stato sudanese fa i suoi conti: consegnare il super terrorista venezuelano alla Francia è un gesto di buona volontà verso Occidente, oltretutto a costo molto basso. Carlos libero non offre nulla al regime di Karthoum. In manette, invece potrebbe aprire la porta ad un riconoscimento diplomatico che porta aiuti, investimenti, soldi. Merce senza tempo, e sempre apprezzata in qualunque stagione politica.
La cattura
Ed è così, ad un tavolo da gioco in cui le fiches sono tutte politiche, che si decide il destino di Carlos. La Francia non deve smuovere teste di cuoio né truppe speciali. Il telefono è l’arma decisiva, le lusinghe, le trattative prendono il posto dell’azione militare. Non c’è eroismo nella cattura di Carlos. È puro gioco di scacchi di un mondo sospeso nel vuoto, che sta ancora cercando il suo nuovo assetto. Passano di mano dossier, il menù degli accordi possibili viene sfogliato pagina per pagina. Ma i suoi contenuti restano segreti ancora oggi, oltre trent’anni dopo. I dettagli e le contropatite sono ancora classificati. Ma l’essenziale è storia. I servizi sudanesi, vanno a prelevarlo. È un’operazione asettica e chirurgica: sedazione, trasporto su un aereo militare francese, trasferimento a Parigi: la geometrica potenza di una specie di Fedex dell’antiterrorismo si dispiega, mostrando anche l’estrema semplicità di tutto quello che fino al giorno prima era sembrato impossibile.
Depositato Carlos a Parigi, la stampa informa gli avvocati che è ora di mettersi al lavoro. Isabelle Coutant-Peyre viene a sapere dalla stampa. Poche righe ormai, perché il grande terrorista non fa più nemmeno notizia.
Il prezzo del tradimento
Quando arriva il momento del processo, la Francia è pronta. Lo ha cercato per chiudere i conti non solo per l’assalto all’OPEC o per Vienna, ma per tutti gli attentati commessi in territorio francese dagli anni ’70 in poi. Jacques Vergès, il celebre avvocato difensore, arriva in aula con la sua reputazione di “avvocato del diavolo” – ha difeso Klaus Barbie, può difendere anche Carlos. Vergès decide una strategia provocatoria: trasformare il processo in battaglia politica, non giudiziaria. Carlos diventa il “guerriero antiimperialista”, il martire della lotta di liberazione palestinese. Ma c’è un problema: i documenti declassificati rivelano una realtà che non corrisponde a quella del guerrigliero romantico: emergono le coperture dei servizi segreti di mezza Europa, soprattutto quella comunista. La Stasi lo ha finanziato e protetto. Ma ci sono realtà imbarazzanti anche per i francesi stessi la DGSE, il servizio segreto francese, sapeva dove trovarlo, ma lo ha lasciato agire. Nel groviglio di trame, il processo rischia di incagliarsi. Carlos in tribunale è un diverso da quello della leggenda. Indossa giacca scura, capelli grigi, occhiali. Ha 48 anni ma ne dimostra 60, la clandestinità e gli stravizi lo hanno decisamente provato. Il principe del terrore appare un uomo stanco, anche se ogni tanto alza il pugno in aula gridando “Viva la rivoluzione!”
È un leone un po’ da zoo, colpito nell’onore anche dalle confidenze dell’ex fidanzata e amante, per cui ha messo a fuoco l’Europa. Eppure è ancora capace dell’ultima zampata: nel novembre 1997, Isabelle Coutant-Peyre, l’avvocata che lo affianca, getta in aula un altro colpo di scena. Mentre Vergès cerca di infiammarla invano con la sua retorica rivoluzionaria, Coutant-Peyre colpisce al cuore: dichiara di amare l’imputato e riesce a trasformare il processo in un fotoromanzo nel quale il terrorista è un prigioniero politico incompreso, ma evidentemente con un grande cuore. I giornali francesi si dividono: alcuni la definiscono visionaria, altri pazza. Una virata rosa che confonde di nuovo le carte dell’accusa.
La sentenza: tre ergastoli
Sono colpi di scena a loro modo geniali, che però non confondono i giudici (con tutta onestà, le accuse sono talmente schiaccianti che sarebbe stato difficile farlo). Il 24 dicembre 1997, la Corte d’Assise di Parigi emette il verdetto. Ergastolo per il triplice omicidio degli agenti di polizia in rue Toullier, anno 1975. Il processo sembra continuare all’infinito. Nel 2003, arriva una seconda condanna all’ergastolo per gli attentati in territorio francese commessi negli anni ’80. Nel 2017, quando Carlos ha già 68 anni e sembra più un fantasma che un eroe da rotocalco, la Corte di Cassazione francese lo condanna a un terzo ergastolo. Carlos, dalla prigione non uscirà mai più. Ma tra le mura del carcere Carlos continua ancora a recitare il ruolo del guerriero, l’eroe di tutte le cause, e soprattutto dell’ultima ancora “calda”, quella palestinese. Un guerriero sempre più stanco, sempre meno convinto, sempre meno credibile. Teatro in replica, al quale ormai, forse non crede più nemmeno lui.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


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