Abbiamo conosciuto Fabio Capello come un allenatore duro, razionale. Un muro che le emozioni e le pressioni non potevano scalfire. Eppure il suo maestro era stato Helenio Herrera, un genio e un “mago” completamente all’opposto del roccioso friulano
Il calcio è fatto di personaggi flamboyant, facili da amare. Generosissimi di aspettative, sogni, proclami, che non sempre si rispecchiano nei risultati (ma che importa). E poi ci sono personaggi come Fabio Capello: gente difficilissima da amare, che di proclami ne fa pochissimi e che semmai ti tocca licenziare per un eccesso di successi, che li rende troppo ingombranti, troppo poco malleabili ai capricci di presidenti e campioncini dello spogliatoio.

Se potessero esserci due simboli perfetti dell’una e dell’altra personalità, uno sarebbe Helenio Herrera, il “Mago”. Un mito del calcio, ma molto più per la sua personalità che per i risultati (a parte la parentesi fortunata della Grande Inter di Moratti, quello vero). L’altro è sicuramente Fabio Capello, un uomo che le parole le misura col contagocce, che non è simpatico a nessuno, ma la cui bacheca crolla sotto il peso dei trofei. Troppi a volte, per poter durare al suo posto. Eppure quei due uomini si sono incontrati. E non solo. Un giovanissimo Fabio Capello è sempre stato convinto di avere rubato al “Mago” alcuni dei suoi trucchi.
“Era 10 anni avanti a tutti. E non per la tattica”
–Fabio Capello
È sempre stato convintissimo (al contrario di me, ma mi fido di lui) che sotto i lustrini tra Mago Otelma e Oronzo Canà ci fosse un genio e un precursore vero. Se i risultati contano qualcosa, occorre concludere che Fabio Capello ha avuto ragione. Di cose da rubare ce n’erano parecchie.
Gli inizi facili di un ragazzo difficile
Capello era nato a Pieris, un paesino friulano che già nel nome ricorda ambienti da Deserto dei Tartari. Ma in Friuli, a conti fatti, ha vissuto pochissimo, prendendo da quella terra dura e per certi versi ostile poco più dei suoi geni (il che evidentemente non è poco). Era ancora uno scolaro quando si trasferì a Ferrara, dove venne presto scoperto dai talent scout della squadra locale, la Spal.

Con la maglia bianca azzurra esordì in serie A a soli 17 anni, nel 1964. Una sconfitta netta con la Sampdoria, che non guastò la prima straordinaria sull’erba del “Geometra”.
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Tre anni dopo era già un fenomeno di mercato: nel 1967 la Roma lo acquistò per 260 milioni all’interno di un grande piano di rilancio, che aveva intenzione di bissare l’unico scudetto mai vinto fino a quel punto dai giallorossi, quello del 1942 (un trofeo che è sempre rimasto macchiato dall’ombra di una “spintarella” mussoliniana). Nonostante le premesse, l’annata di Capello fu macchiata da inconvenienti fisici e infortuni. 11 presenze soltanto, ma tutto stava per cambiare con l’arrivo del Mago.
L’anno del Mago
L’annata 1967 della Roma non fu decisamente trionfale, ma le ambizioni erano tutt’altro che spente. Anzi si moltiplicarono. Cambiò il presidente, e il generone romano mise in campo un vero pezzo pregiato: Franco “a frà che te serve” Evangelisti, l’uomo di fiducia di Giulio Andreotti. Il gioco si faceva durissimo.

In panchina fu reclutato l’uomo più prestigioso, più ricco, più insopportabile del calcio italiano: Helenio Herrera “Il Mago”, che scendeva da Milano con il credito immenso di un allenatore che aveva vinto tutto, creando il mito della Grande Inter. Herrera era visionario, chiacchierone, bugiardo, insopportabile, avido (pretese un premio partita pari al doppio di quello dei giocatori).
Ma era anche un uomo che si intendeva di calcio. Quel ragazzo friulano non l’aveva scelto lui, ma gli piacque subito, e ne fece il perno della sua squadra. Herrera, Capello, Peirò erano più che un tecnico, un capitano e una giovane, geometrica, promessa del centrocampo. Diventarono una confraternita, nella quale Herrera trasfondeva la sua visione e la sua filosofia per comunicarle alla squadra.
Dal contatto ravvicinato con Herrera, Capello ha assorbito alcuni punti fermi che lo avrebbero reso un tecnico ancora più grande del maestro (o quantomeno di molto maggior successo).
Il gioco senza palla, il segreto di Herrera che secondo Capello lo collocava “10 anni avanti”. E poi l’importanza della motivazione, con quel motto che su Capello avrebbe lasciato un’influenza duratura.
“Si gioca come si allena”
–Helenio Herrera
Da Herrera, che sotto la scorza di fanfarone era un professionista meticoloso, Capello prese anche l’attenzione ai dettagli, per la verità più connaturata all’animo friulano che a quella di un nomade argentino-marocchino-franco-ispano-italiano come Herrera. Quantomeno in apparenza.
Perché Herrera sapeva essere duro, durissimo, con chi nella sua squadra non si comportava da professionista. Un rigore che è sempre stato ben presente anche negli spogliatoi di Capello (celebre la ribellione di quello del Milan, che riuscì a disarcionare un allenatore che aveva vinto quattro scudetti e molto altro in cinque stagioni).
Quello che Herrera aveva perso, però, era la capacità di vincere. Alla prima stagione insieme, Mago e Geometra portarono a casa una Coppa Italia. Meglio di niente. Il trofeo fu glorificato, dicendo che nemmeno la Grande Inter era stata capace di vincerlo. Ma lì i trionfi finirono, e presto anche le ambizioni di gloria.
Tante speranze, tante quasi vittorie, nessuna vittoria vera. Capello fu venduto alla Juve, portando a casa un bel po’ di soldi, necessari a sostenere il salasso del genio della panchina. Che però si indignò.
Il rapporto con la Roma, tra dimissioni minacciate, quasi esoneri, esoneri veri poi rientrati, si tinse di toni da Casa Vianello. Fioccarono i sesti posti, poi diventati settimi. Infine, sull’orlo della retrocessione, l’avventura di Herrera alla Roma finì per davvero, dopo sei lunghissimi anni senza gioia.
Da lì per il mago fu una sequenza di minestre riscaldate. Il ritorno fallimentare all’Inter, il quasi ritorno alla Roma. Poi il Rimini, un nuovo ritorno al Barcellona, sulle ali di una fama sempre più sbiadita. Poi la meritata pensione.
Il razzo di Capello, nel frattempo, aveva solo acceso i motori. Fu anche grazie alle sue geometrie e alla sua caparbietà che il Milan che amavo si appiccicò sulla maglia la prima stella, mentre quella del Mago si spegneva.
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Poca chiacchiera, tanta sostanza. La stessa materia di Herrera ma in una forma completamente opposta. Era il 1978-79. E il bello doveva ancora venire.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


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