In una gioielleria della Roma degli anni di piombo, un campione d’Italia entra con due amici e ne esce in un sacco nero
Gli anni Settanta, quelli che sono stati lo scenario, lo sfondo dell’infanzia e adolescenza dei boomer, sono stati un momento complicato per l’Italia.

Si archiviava il felice momento del “miracolo economico” per entrare a pieno titolo in quelli che non a caso furono definiti gli “anni di piombo”, una stagione segnata da terrorismo di sinistra e destra, stragi, sequestri e la sensazione di vivere nel caos. Contemporaneamente, la crisi petrolifera costrinse il paese a politiche di austerità. Roma visse un’ondata di criminalità ordinaria straordinaria: rapine, sequestri con richieste di riscatto (75 nel 1977), accoltellamenti in strada, bande criminali come la “Banda dell’Arancia Meccanica” che terrorizzavano i quartieri benestanti. Nel calcio italiano le tifoserie cominciavano a organizzarsi attorno a ideologie politiche e simbolismi che rispecchiavano le fratture sociali del paese. È sullo sfondo di questa Italia, in questo clima di paranoia collettiva, che avviene la morte di Luciano Re Cecconi.
Luciano Re Cecconi
Luciano Re Cecconi era nato a Nerviano nel 1948, in una famiglia numerosa. Suo padre era muratore e lui stesso, prima di diventare professionista, aveva lavorato come carrozziere.
Questa origine operaia gli aveva lasciato un’etica del lavoro ferrea. La sua origine umile strideva con quell’appellativo regale, il cui significato spiegò lui stesso in un’intervista: “Quel Re davanti al mio cognome, è un regalo del re. Vittorio Emanuele II passò per Busto Arsizio e per Nerviano e gradì la buona cucina, l’accoglienza ricevuta. Allora volle beneficiare la gente delle nostre campagne lombarde con un dono simbolico ma indelebile. Così, i Cecconi diventarono pomposamente Re Cecconi, i David Re David, in base al riconoscimento stampato.” Arrivato alla Lazio dopo la gavetta nella Pro Patria e nel Foggia di Maestrelli, era il motore del centrocampo. Biondo, anzi l’angelo biondo, era instancabile, onnipresente. Lo chiamavano “Cecconetzer” per la somiglianza con il campione tedesco Günter Netzer. Nel 1974 fu decisivo per il primo scudetto della Lazio. Nel gennaio 1977, Re Cecconi ha 28 anni, una moglie, Cesarina e due figli piccoli, Stefano e Francesca.
Una morte assurda e con molti dubbi
Dopo tre mesi di stop per un infortunio al ginocchio, l’angelo biondo era pronto a rientrare. Il medico sociale gli aveva dato il via libera. La domenica successiva, 23 gennaio, avrebbe dovuto giocare la partita decisiva a Cesena. La sera del 18 gennaio 1977, a Roma piovigginava e faceva freddo. Luciano era in compagnia di due amici. Uno era Pietro Ghedin, suo compagno di squadra, l’altro era Giorgio Fraticcioli, un profumiere romano. Fraticcioli doveva consegnare alcuni campioni di profumo al gioielliere Bruno Tabocchini in Via Nitti 13, a Collina Fleming. Una tappa breve. Il primo ad entrare fu Fraticcioli, subito riconosciuto dall’orefice, dietro di lui Ghedin e Re Cecconi. Secondo la sentenza del Tribunale di Roma del 4 febbraio 1977 (pronunciata dal giudice Severino Santiapichi), Re Cecconi pronunciò la frase chiave: “Fermi tutti, questa è una rapina!”. La ricostruzione ufficiale sostenne che lo fece per scherzare, con il bavero del cappotto alzato e le mani in tasca per il freddo. Bruno Tabocchini non esitò un attimo.
Era un uomo traumatizzato da rapine precedenti. Nel febbraio 1976 aveva ferito un rapinatore con la sua Walther 7.65, e qualche mese dopo, aveva sparato in aria per difendere la moglie da un tentativo di scippo in strada. Sembrava si stesse ripetendo lo stesso scenario. Due sconosciuti, una rapina. Aveva la pistola a portata di mano, senza sicura, con il colpo in canna. Reagì come un automa. Estrasse l’arma e la puntò contro Ghedin, che immediatamente alzò le mani d’istinto. A quel punto la indirizzò verso Re Cecconi. Un solo colpo secco. La traiettoria è precisa: il proiettile colpì Luciano al torace, recise l’aorta fermandosi contro il rene. Re Cecconi si accasciò. Secondo la deposizione che alcuni quotidiani raccolsero nei primissimi momenti, disse: “Era uno scherzo, era solo uno scherzo”. Altre testimonianze suggeriscono che le sue ultime parole siano state solo un rantolo verso l’amico: “Pietro, aspettami…”. Fu trasportato d’urgenza al San Giacomo. Una corsa inutile. Morì intorno alle 20:04, circa quaranta minuti dopo lo sparo. Il processo a molti sembrò costruito non per accertare la verità, ma per chiudere un caso spinoso il più rapidamente possibile. Il gioielliere venne arrestato la sera stessa con l’accusa di “omicidio per eccesso colposo di legittima difesa putativa”. La sera in cui si aprì, per direttissima, l’aula del tribunale era affollata di commercianti e gioiellieri solidali con l’imputato. La sentenza fu rapida, assoluzione per “legittima difesa putativa”. Scarcerazione immediata per Tabocchini. Merito di una difesa tanto brillante quanto arguta. Aveva costruito la narrativa perfetta per il contesto del tempo: un commerciante terrorizzato dalle rapine, una situazione di pericolo creduta reale (anche se non reale), uno scherzo stupido che è costato una vita. Il giudice accolse questa ricostruzione cristallizzandola nella sentenza.
Le incongruenze
Pietro Ghedin, l’unico testimone oculare superstite (oltre al gioielliere). aveva 24 anni e rimase talmente traumatizzato da avere convulsioni sul pavimento della gioielleria.
Nella primissima deposizione rilasciata alla polizia, il calciatore non menziona alcun riferimento alla parola “rapina” pronunciata da Re Cecconi. Arrivato in tribunale, il giudice Santiapichi fece notare a Ghedin che le dichiarazioni verbalizzate a caldo non concordavano con ciò che stava dicendo in aula. Ghedin risponde che tutto fu “frutto di pressioni giornalistiche”, che i giornalisti avevano travisato le sue parole. Anni dopo, quando Ghedin aveva ormai lasciato il calcio, pare abbia raccontato un’altra versione a Gigi Martini, difensore della Lazio del 1974 (campione d’Italia) e suo amico. Secondo il racconto di Martini, che ospitò Ghedin quella notte, il calciatore disse: “Basta con la storia della finta rapina. Non c’è stato nessuno scherzo”. Ghedin avrebbe aggiunto che era entrato occhi bassi per non inciampare sul gradino, e quando li alzò vide la pistola puntata. Martini ha confermato a più persone e negli anni questa versione. Nel 2025, la Gazzetta dello Sport lo intervistò e Martini ancora ribadì:“Luciano non avrebbe mai detto ‘Questa è una rapina’. Non ci credo”..
Maurizio Martucci, il giornalista d’inchiesta che ha passato anni su questo caso, sostiene (nel suo libro “Non scherzo. Re Cecconi, la verità calpestata” del 2012) che la categoria degli orafi e gioiellieri esercitò una pressione enorme sul processo. Questi commercianti si sentivano costantemente minacciati dalle rapine. Un gioielliere condannato per omicidio colposo avrebbe creato un precedente per tutta la categoria. Secondo il giornalista tutto avrebbe condotto verso una chiusura politicamente conveniente. Inoltre non c’è una testimonianza univoca di Fraticcioli che confermi la frase della “rapina”. Nel caos della tragedia, mentre Ghedin aveva le convulsioni e Re Cecconi si stava dissanguando, Fraticcioli scomparve dalla narrazione. Non parlò con i giornalisti né al momento e neanche negli anni seguenti. Nella deposizione il profumiere avrebbe confermato di non aver udito nessuna frase su rapina o similari.

Tabocchini aveva la pistola già in mano, senza sicura, con il colpo già in canna. La reazione fu fulminea: meno di due secondi dal momento in cui la porta si aprì al momento dello sparo. Se consideriamo i tempi biologici di una reazione umana, il tempo perché il cervello umano percepisca una minaccia, elabori la risposta, dia l’ordine al dito di premere il grilletto, siamo nel territorio del riflesso puro, non della consapevolezza. Secondo Martucci (e secondo la logica balistica) Tabocchini non sparò perché sentì “Fermi tutti, questa è una rapina”. Tabocchini premette il grilletto perché vide tre sagome che entravano in gioielleria e il suo cervello decise che era sotto attacco.
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Nonostante tutto, la narrazione dello “scherzo finito tragicamente” è scolpita nella memoria collettiva. In una tragedia che accade alle 19:30 di sera e finisce nei telegiornali della Rai, chi controlla la narrazione iniziale controlla la memoria storica. La sentenza rapida trasformò quella versione mediatica in verità legale. L’unica cosa certa a cinquant’anni di distanza è che un ragazzo di 28 anni, padre di due figli, è morto per essere entrato in un negozio nel momento sbagliato, di fronte alla persona sbagliata, in una città sbagliata. Se ha detto la frase della rapina, è stata la leggerezza di un momento. Se non l’ha detto, è stato vittima della violenza degli anni di piombo. In entrambi i casi, era il prezzo che ha pagato, incolpevole, un uomo.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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