Totò lo voleva in una compagnia di soli aristocratici, il Palermo gli offrì un contratto, la Rai lo cacciò per uno sketch di troppo: prima di diventare “di famiglia”, Raimondo Vianello ha vissuto almeno tre vite diverse
Siamo cresciuti al suono di Noi…no, Ma quanto è forte Tarzan e siamo diventati adulti con Casa Vianello. Tutto questo per dire che Raimondo Vianello e Sandra Mondaini erano due di famiglia.

Non bisogna dimenticare, però, che prima di essere una coppia, sono stati artisti “singoli” ognuno dei quali è arrivato al successo per vie proprie.
Il figlio dell’ammiraglio che doveva fare altro
Figlio di un ammiraglio e di Virginia Margherita Maria de’ Marchesi Accorretti, il giovane Raimondo studia giurisprudenza. Sembra destinato a una carriera da diplomatico, ufficiale, avvocato, invece userà la sua ars oratoria per sketch comici.

La famiglia segue gli incarichi del padre in giro per la penisola. Durante i primi anni della seconda guerra mondiale sono a Trieste e in Dalmazia, quando era ancora parte dell’Italia. Dopo l’armistizio sceglie di prestare servizio nella RSI e qui le fonti divergono. Chi lo racconta bersagliere combattente in Slovenia e, chi sempre bersagliere, ma relegato in fureria. Troppo alto, troppo dinoccolato. Certo è che il gusto per lo scherzo, anche cattivo, è presente anche allora. Pare che Marcello Marchesi abbia narrato su di lui un aneddoto che mostra la sua capacità di ridere su qualsiasi cosa e in qualsiasi momento.
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Durante un bombardamento, con la batteria contraerea inceppata, tutti si stesero nei campi fra le zolle. Mentre l’inferno continuava, Raimondo si alzò, sollevò una zolla meno dura delle altre, la soppesò, si guardò in giro e la gettò con forza sull’elmetto di un artigliere rannicchiato e tremante. L’uomo gridò chiedendo aiuto e chiamando la madre, convinto di essere stato colpito. Raimondo allora si distese vicino a lui e lo rassicurò, spiegandogli che non era niente e che doveva stare tranquillo perché era stato lui a tirargli un po’ di terra. Gli chiese se fosse contento, se davvero fosse contento che fosse stato lui, invitandolo a pensare a come sarebbe andata se invece di una zolla fosse stata una scheggia.

Al termine della guerra viene internato nel campo di prigionia alleato di Coltano, vicino Pisa, insieme ad altri sodali di Salò. Si può affermare che fosse in buona compagnia. Da quel campo passeranno, fra gli altri, Walter Chiari, Enrico Maria Salerno, il giornalista Enrico Ameri, il futuro politico Mirko Tremaglia, lo scrittore Ezra Pound. Pound faceva l’intellettuale e non si mescolava con quell’allegra brigata. Il periodo nella RSI Raimondo non lo ha mai rinnegato, diversamente dal premio Nobel Dario Fo. Sua l’affermazione «non rinnego né Salò né Sanremo», riportata in un’intervista del 1998. Poco dopo la guerra, Raimondo gioca a calcio a buon livello e viene cercato dal Palermo. Gioca a centrocampo, ha una lucida visione di gioco, ma è anche duro nei contrasti. Nel 1946 la squadra è in Serie B e gli offre un contratto da 30.000 lire al mese. Una scelta difficile, ma alla fine rifiuta. Ha cominciato a recitare nella rivista e non vuole mollare.
Dalla RSI al palcoscenico
Garinei e Giovannini lo ingaggiano per un ruolo nella rivista Cantachiaro n. 2 in cui ha un successo immediato come spalla, al fianco di artisti già affermati. Certo il suo curriculum di
laureato in Giurisprudenza con un passato da bersagliere e calciatore dilettante è piuttosto singolare per il teatro leggero del dopoguerra.
Seguiranno spettacoli come Soffia so… ai bagni di mare e Soffia so… n. 2 diretti da Mario Mattoli che lo confermano come presenza solida nel teatro di rivista.
Per un attore comico agli esordiTotò è un vero idolo. Più tardi, il suo esordio cinematografico avviene proprio accanto a lui, ne I due orfanelli: interpreta un ufficiale a Villa Borghese, forse in una sola posa. A cui seguono piccole parti con Totò in Fifa e arena e Totò sceicco.

Totò è affascinato dall’ascendenza nobiliare del giovane Raimondo. Sul set, gli propone di fondare una “compagnia solo di nobili”. Immagina anche la locandina: «Il principe Antonio de Curtis presenta…» e giú baroni, conti, marchesi e duchi.
Totò gli fa un po’ da mentore e guida nel mondo del cinema. Vianello stesso ha ricordato una scena in cui Totò finge di essere il medico del duca e lui il ministro. C’è una battuta in cui Raimondo dice «Anzi», e Totò, improvvisando, risponde «…o Nettuno». Il regista Mario Mattoli interrompe la scena. E’ stufo di battute fuori copione. Totò allora prende da parte Vianello e gli spiega: «Sono diventato famoso con queste battute». In Totò Diabolicus Raimondo interpreta anche il marito di Totò.
La conversione sulla via…Teulada
Negli anni Cinquanta passa alla televisione, fino ad arrivare al grande successo con il programma Un due tre, primo grande esempio di satira televisiva, che osa ironizzare anche sul presidente della Repubblica Giovanni Gronchi.
La storia comincia alla Scala di Milano, con il Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi che cade dalla sedia mentre si sta accomodando accanto al Presidente francese Charles De Gaulle, venuto in terra italica per il centenario delle battaglie di Magenta e Solferino. L’episodio viene trasmesso in diretta TV ma poi rigorosamente censurato dalla stampa. Nella puntata successiva di “Un due tre”, Vianello e Tognazzi ordiscono una scenetta sul tema. Vianello toglie la sedia a Tognazzi in procinto di sedersi, facendolo cadere. Tognazzi, a terra, esclama: “Tutti possono cadere!” Lo sketch suscitò uno scandalo politico. Il programma fu cancellato e il direttore del Centro di Produzione TV di Milano allontanato.
Quando nel 1958, in teatro, gli mettono accanto una soubrette milanese figlia di un pittore, lui è già tutto questo. Sandra troverà un uomo che ha già vissuto almeno tre vite: quella del marinaio mancato, quella del repubblichino prigioniero e quella del comico che ha imparato a far ridere stando alla sinistra di Totó.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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