Maurizio Costanzo con un’auto che non riusciva a guidare è la chiave per comprendere certi sogni, prima li compravi, poi capivi se erano fatti per te
Ci sono figure che pare siano sempre esistite. Da giovani non sembravano tali, da anziani restano cristallizzati in un’età senza tempo.

E’ quello che, per me, era Maurizio Costanzo, nel cui salotto, con nomi diversi, è passata tutta l’Italia, seria e faceta. Un certo potere lo aveva, innegabilmente. Ricordo serate con Giovanni Falcone, Mike Bongiorno, Corrado e Raimondo Vianello insieme, Andrea Camilleri. Grazie a qualche sortilegio da lui messo in atto, gli ospiti si sentivano liberi di raccontare.
Il ragazzo con il vizio di scrivere
Maurizio Costanzo a diciotto anni era già nella redazione di Paese Sera. A diciannove al Corriere Mercantile. A ventidue diventò responsabile della redazione romana del settimanale Grazia.
Mentre i suoi coetanei cercavano ancora di capire come funzionava il mondo, lui stava già scrivendo com’era. Dalla carta stampata passò alla radio come autore e conduttore e per poi arrivare in televisione. Fu tra i primi a portare in Italia il famigerato talk-show. Mentre Costanzo cresceva come giornalista e autore, anche l’Italia viveva il suo momento migliore. L’Italia era quella del boom. Industrializzazione, televisione in ogni salotto, stipendi in aumento, consumi che esplodevano. La gente comprava frigoriferi, Vespe, lavatrici e la macchina. Anche la Cinquecento e la Seicento rappresentavano la realizzazione di un sogno. Del resto gli italiani, in quel momento storico, sono abbastanza brevilinei, l’utilitaria è in grado di contenere gambe di lunghezza media. Ricordo perfettamente un viaggio al mare da bambina. Eravamo in sei nella cinquecento, di cui tre bambini. Tutti i finestrini aperti e tante risate.
Statura minuta, sogni extra-large
Maurizio Costanzo era alto 160 centimetri. Non è un segreto, lui stesso ne ha fatto materia di autoironia per decenni. Del resto la pochezza di centimetri non gli ha impedito di ottenere successi e riconoscimenti in ogni campo.

Quando arrivarono i primi veri guadagni, decise di farsi un regalo: l’automobile. Costanzo aveva le physique du rôle per la Cinquecento/Seicento. Facciamo due conti. La Fiat Nuova 500, nelle sue versioni tipiche degli anni ’60 misurava 2,97 metri di lunghezza, 1,32 metri di larghezza e 1,325 metri di altezza, con un passo di 1,84 metri. Minuscola e leggera, era perfetta per parcheggiare ovunque e muoversi nel traffico caotico delle città italiane. Un po’ più spaziosa era la Fiat 600. Era circa il 10-15% più lunga della 500, diventando l’auto familiare per eccellenza di quell’epoca.
Ti piace Boomerissimo? Sostienilo con un click a questo link
Ma il giovane Costanzo, che aveva finalmente del denaro in eccesso, non voleva una vettura bastevole per contenerlo, girare, parcheggiare. Decise di comprare uno status symbol. Una vettura che dicesse al mondo “ce l’ho fatta”. Un’automobile per farsi notare. Scelse una Porsche. Del modello non abbiamo notizie certe. Quasi certamente era una Porsche 356. Prodotta dal 1948 al 1965, bellissima, compatta, e costruita a misura di pilota di corporatura media. Un nuovo esemplare costava intorno ai 4-5 milioni di lire negli anni Sessanta, quando uno stipendio medio stava tra le 100.000 e le 200.000 lire al mese. In pratica, anni di paga. Oggi quegli stessi modelli quotano tra gli 80.000 e i 200.000 euro sul mercato del collezionismo. Qualcuno aveva buon gusto, anche se non arrivava ai pedali. Già, compiuto l’acquisto, Maurizio Costanzo si rese conto che guidarla (per lui) era praticamente impossibile. Le sue estremità non raggiungevano freno, frizione e acceleratore.
L’aneddoto è autentico, confermato da Costanzo in persona nell’intervista rilasciata a Sette del Corriere della Sera nell’ottobre 2022. Parole sue: «Con i primi guadagni mi comprai una Porsche. Non arrivavo nemmeno ai pedali. La usai pochissimo. Poi una MG e un’altra Porsche. Chissà perché, poi… non sono mai stato un vero appassionato di auto potenti. Ora, per fortuna mia e degli automobilisti romani, non guido più dal 1976».
Una confessione in quattro righe che vale un’autobiografia intera. Ammessa la débâcle con la prima Porsche, Costanzo non demorde del tutto. Passa a una MG, probabilmente una MGA o MGB, le roadster britanniche che all’epoca erano il secondo gradino del sogno motoristico per chi non se la cavava con le tedesche. Più accessibili, guida più diretta, nessun complesso di inferiorità ingegneristica. Sembrava la soluzione. E invece no. Torna a una seconda Porsche. Come se la prima sconfitta non avesse insegnato nulla. O come se la Porsche fosse diventata per lui un oggetto del desiderio irrazionale, da possedere a prescindere da qualunque considerazione pratica. Cosa che, a ben pensarci, è esattamente il modo corretto di rapportarsi a una Porsche.Poi, nel 1976, smette di guidare. Definitivamente. Le automobili per lui hanno rappresentato il soddisfacimento di un desiderio. I sogni del resto non devono essere utili, ma realizzati.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


Rispondi