La storia del calcio è piena di affari sballati, e a Milano ne sappiamo un po’ più che altrove. La trattativa che doveva portare Platini all’Inter, e che finì per consegnarlo alla Juve, resta però un capolavoro assoluto da “Mai dire calciomercato”.
Chi legge ogni tanto le mie elucubrazioni di calcio vintage sa che il mio cuore calcistico batte dall’altra parte del Naviglio. Tra bauscia e casciavit, sono stato sempre dalla parte rossonera e “proletaria”. Dall’Inter, specie negli anni di gioventù di cui parliamo, mi ha diviso una rivalità tutto sommato simpatica, fatta di discussioni al bar e sui treni locali, alla mattina presto, impapocchiando i paginoni della allora Gazzettona dello Sport, che si imbizzarrivano voltandoli, e talvolta finivano fuori dal finestrino già verso Melegnano, dopo che il giornale si era ridotto ad una insalata inservibile.

Sono stato accusato, in un altro articolo dedicato all’Inter di Fraizzoli, di essere stato poco generoso con il personaggio. Non era mia intenzione. So che Fraizzoli era un signore, come pure il suo allenatore pluristagionale, Eugenio Bersellini. Erano personaggi che si assomigliavano anche, in qualche modo. Diversi, meno altezzosi di quelli, francamente odiosi almeno a me (che nemmeno li avevo conosciuti) della Grande Inter. L’Inter di Moratti Padre, L’Inter del Genio di Herrera, l’Inter delle due Coppe dei Campioni e Intecontinentali. Un’ Inter convintissima della sua irraggiungibile statura aristocratica.
L’Inter di Fraizzoli no, non era così. Anche perché, per sua sfortuna, vinse molto meno. Fraizzoli era un uomo generoso e retto, semplice, senza ubbie da signorone. Ma qui mi fermo, perché restava comunque il presidente dell’Inter, e in quanto tale un nemico da battere, e magari pure aspettare al varco, approfittando dei suoi infortuni e dei suoi errori di valutazione.
Il più gigantesco dei quali resterà per sempre il mancato acquisto di Michel Platini, l’asso francese che vinse tutto e lasciò un segno indelebile nella storia del calcio. Ma non in maglia nerazzurra, benché fosse arrivato ad un nulla dall’indossarla. Con tutto il bene che si può volere al limpido e generoso Ivanoe, eroe quasi senza macchia della sponda nerazzura, a lui resta la responsabilità di un errore che poteva cambiare del tutto la storia del calcio italiano degli anni ‘80.
In principio era lo “straniero”
In un calcio in cui è ormai raro che nelle nostre squadre di club giochi qualcuno che, se non connazionale, provenga almeno dal nostro continente, è difficile tornare con la memoria a una Serie A completamente diversa, e per molti anni, assolutamente autarchica.

Si giocava solo con il passaporto italiano, e anche dei pasticci con gli oriundi c’era poca traccia. Le rose si dovevano riempire girando i campionati minori, pescando talenti nei campetti, allevandoli nelle giovanili, e al massimo arricchendo un po’ la miscela con qualche colpo di calciomercato che doveva restare di puro sangue e stirpe italiana. Si poteva andare da Bologna a Milano, dal varesotto a Cagliari. Niente viaggi intercontinentali.
Nel 1978, le frontiere italiane erano ancora rigorosamente blindate ai calciatori stranieri, ma qualche incrinatura si cominciava a sentire nel fronte autarchico. I grandi club scalpitavano per poter ingaggiare finalmente anche, almeno un talento straniero. I piccoli si opponevano, nella Lega volavano coltellate tra presidenti di un altro tempo. Ma l’Inter sperava che fosse arrivato l’anno buono per l’apertura delle gabbie, e mandava lo stesso in giro i suoi osservatori, per non farsi cogliere impreparata.
Girando oltre le Alpi gli scout nerazzuri che facevano capo a Mazzola, guru del calcio mercato, avevano individuato un giovane francese che giocava a Nancy (non certo un club di primo piano, in un calcio francese lontanissimo dai fasti che avrebbe conosciuto in seguito), e lo avevano fatto pre-firmare. Era quel che si dice una idea Out Of The Box. Un’idea lungimirante, ottima e controcorrente. Mazzola venne a Milano con il giovane Platini, che si trovò subito bene. Si fece anche fotografare con Bersellini. Tuttavia, il destino aveva in serbo una svolta inaspettata: le frontiere non si aprirono, non quell’anno.
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I piccoli club avevano vinto, Platini se ne tornò in Francia, trasferendosi al Saint-Étienne. Era andata male all’Inter, e purtroppo andò male anche a lui: durante la stagione subì un grave infortunio: una triplice frattura alla gamba destra. Il tipico incidente che rischia di mettere per sempre fine alla carriera di un giocatore.
Platini, il sogno infranto
L’Inter aveva ancora le sue carte firmate. Era evidente che le frontiere si sarebbero aperte prima o poi, la vittoria dei “piccoli” era solo temporanea, un gol della bandiera che non avrebbe mai potuto fermare il futuro, sempre più globale, che il calcio (e non solo) aveva scelto per sé.
Michel Platini alla Juve – Boomerissimo.it
Le frontiere si aprirono poco dopo, effettivamente. Ma quel giocatore acciaccato, quella stella nascente dalla gamba pluri fratturata non convinceva più come prima. In particolare era il presidente Fraizzoli ad essere molto dubbioso, nonostante i buoni rapporti medici.
Uomo solido e tradizionale, sapeva che i medici possono scrivere quello che vogliono sui loro fogli, ma un osso rotto, specie in tre punti, non tornerà mai come nuovo. E i soldi erano suoi.
Le discussioni tra dirigenti erano accese e l’Inter decise di tagliare il nodo organizzando una partita amichevole col Cesena: la prova della verità. Una prova in realtà già scritta: il dubbio c’era, il dubbio restò, e quando i dubbi sono tanti, non si firmano grossi assegni.
Era il 1980, e quando l’Inter poté finalmente scritturare il suo straniero, Michel Platini fu salutato con una stretta di mano e tanti auguri di una completa guarigione. All’Inter arrivò l’onesto austriaco Herbert Prohaska.
Alla Juve per un pezzo di pane (e un bel po’ di caviale)
Platini restò in Francia, mentre in Italia si aprì nel 1982, ohibò, persino al secondo straniero. Una rivoluzione che qualcuno giudicò esiziale. Alcuni giornali come L’Unità videro nell’opposizione a questo sviluppo una forma di lotta di classe in scarpa bullonata e lanciarono una vera e propria campagna di stampa, al fianco di figure guida dello sport italiano, come Artemio Franchi e Franco Carraro, uniti in un “no” granitico.
Il meglio di Michel Platini – Boomerissimo.it
Poco importava di tutto ciò all’avvocato Agnelli che, incantato da Michel Platini alla guida della Francia, in una partita contro l’Italia al Parco dei Principi, decise di portarlo a Torino con una mossa fulminea.
Dovette vincere all’inizio una tiepida opposizione di Boniperti, che aveva già messo gli occhi su Boniek. Ma Boniperti era dopo tutto a contratto con l’Avvocato, e la sua resistenza fu presto piegata. Il 30 aprile 1982, ultimo giorno utile per depositare il precontratto di calciatori stranieri, Platini sbarcò a Torino con un vero e proprio blitz. In poche ore, il centrocampista francese raggiunse la sede della Juventus, discusse e firmò il contratto.
La Juventus si assicurò Platini per 1.280.000 franchi francesi, approfittando del fatto che il giocatore era in scadenza di contratto con il Saint-Étienne. Agnelli commentò in seguito l’operazione con una delle battute che l’hanno reso l’unico e inimitabile Avvocato.
“L’ho preso per un tozzo di pane, ci abbiamo aggiunto molto caviale ma se l’è meritato”
–Gianni Agnelli
Non solo Agnelli aveva preso Platini per “un tozzo di pane”, non solo aveva battuto sulla linea la concorrenza di club prestigiosi come Arsenal e Paris Saint-Germain, ormai lanciati su un fuoriclasse pienamente rivelato.
Ma l’Inter, che quel biglietto vincente aveva avuto in mano, lasciandolo cadere, era rimasta con un palmo di naso. Ogni stagione alla Juventus fu uno schiaffo a chi non aveva voluto o potuto credere ai suoi occhi e al suo istinto.
Furono anni terribili per chi aveva avuto in mano il contratto di Michel Platini: Tre Palloni d’Oro consecutivi in maglia bianconera e una serie di prestazioni che lo consacrarono come uno dei migliori numeri 10 della storia del calcio.
Fraizzoli, uomo pulito e con i piedi per terra, forse quella volta avrebbe fatto meglio a volare un po’ più alto.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it


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