Stefano Chiodi era un centravanti di sostanza. Poca apparenza, forse pochi goal, ma quelli giusti. Un ragazzo intelligente e di cuore, a cui abbiamo voluto bene, anche quando sbagliava.
Ci sono giocatori a cui vuoi bene anche senza una ragione precisa. Non sono eroi del rettangolo, non esaltano con numeri da circo. Ma sono lì, quando serve. Sono gente seria, che soffre con te e che quando serve mostra la zampata, sempre o almeno quasi sempre.

Uno di quelli che tornano in mente ogni tanto è Stefano Chiodi, un centravanti di un Milan tutt’altro che invincibile, e che pure ha vinto, e pure con merito. Non vorrei sembrare eccessivamente romantico, ma per noi ragazzi con la sciarpa rossonera i nostri ragazzi in campo erano più o meno dei fratelli più grandi. Si ci facevano disperare a volte, perché le vittorie erano merce rara in quel decennio nero prima della “stella”. Ma non li odiavamo, non li insultavamo anche quando combinavano qualche callonata oppure da grandi speranze si trasformavano in oggetti misteriosi come Luther Blisset o, in parte Joe Jordan, lo squalo sdentato che morse meno di quanto avrebbe dovuto (e potuto).
Liedholm e il Milan dei vincibili (che vinse)
Nel 1977 dopo tre falliti assalti allo scudetto e una quasi retrocessione sul campo, che un Nereo Rocco richiamato per disperazione in panchina riuscì ad evitare solo all’ultima giornata, il Milan fece una cosa intelligente, mettendo in panchina un’altra vecchia gloria, che aveva però ancora un grande futuro da tecnico: Niels Liedholm.

Magicamente, i silenzi, l’humour sottile, il guanto di velluto (foderato da invisibili e gentilissime anime di ferro) del Barone progettarono e poi realizzarono il più classico dei piani in due anni. Un Milan umile (per quanto umile potesse essere una squadra che aveva ancora in rosa un certo Gianni Rivera), tutto italiano, estratto dal cosidetto “vivaio”, fatto di faticatori, corridori di fascia, con alle spalle un titanico Albertosi e al centro dell’area un giovanissimo ragazzo che avrebbe avuto un certo futuro sui campi di football: Franco Baresi.
Stefano Chiodi: “Mister Miliardo”
Liedholm aveva in mente una squadra quadrata e rognosa, che doveva convergere su un unico attaccante. E fu per questo che al centro dell’attacco fu trovato posto per uno dei pochi costosi gioielli di quella squadra fatta un po’ di virgulti cresciuti in casa e un po’ di quasi-vecchie glorie.
Dal Bologna fu prelevato con uno scambio e un conguaglio in denaro per allora stratosferico, l’attaccante giovane più promettente della Serie A: il torreggiante Stefano Chiodi. La punta di lancia che doveva trasformare in goal tutto il complesso pensiero geometrico di Liedholm, ogni volta che la trigonometria Made in Sweden gli avesse depositato il pallone tra i piedi.
Ti piace Boomerissimo? Sostienilo con una piccola donazione a questo link
Dopo anni di centravanti simpatici ma abbastanza fallimentari, ora le cose si facevano serie. Il gioco si faceva duro, i duri cominciavano a giocare.
Il Milan firmò un assegno di taglia “signor Bonaventura” e Stefano Chiodi arrivò a San Siro con il soprannome di Mister Miliardo.
10 scudetti, un goal
Nella realtà le cose andarono a finire un po’ diversamente, come noi ormai non più del tutto inesperti ragazzi in rossonero avremmo anche potuto sospettare. Chiodi, forse schiacciato dalle attese messianiche di un pubblico che oltre tutto in fatto di football aveva il palato fino, non si dimostrò quel bulldozer invincibile da area, quel trasformatore inarrestabile che avevamo sognato. Nell’anno della stella segnò un solo goal su azione il che forse, davanti a tifoserie meno inammorate e appassionate di quella del Milan di quegli anni, avrebbe potuto decretare la sua fine come calciatore e forse come uomo. Ma anche questa attesa, se qualcuno ce l’aveva, finì delusa.
A Chiodi Stefano volevamo tutti bene per due ragioni: la prima era che il cuore ce lo metteva sempre, tutto, nessuno poteva dubitare di questo. La seconda è che quel Milan strampalato cominciò a segnare con tutti i ruoli e da tutte le posizioni. Non molto, nulla di cui riempire gli annali, ma abbastanza per portare a casa lo scudetto.
Aldo Maldera, terzino di fascia, finì quell’anno con nove goal. E non ho bisogno di spulciare statistiche per ricordarmelo. Chiodi del campo insaccò veramente poco ma ci dicevamo che la sua presenza massiccia buttava le difese fuori equilibrio e faceva segnare tutti gli altri, proprio come voleva lo svedese in panchina. Per cui bene così.
Ma c’era poi un ulteriore elemento che faceva di Chiodi, centravanti poco prolifico su azione un improbabile beniamino della curva. Non aveva mai sbagliato un rigore.
Ce ne davano pochi (almeno secondo la nostra imparziale opinione di esperti di calcio). Ma quei pochi non avevano se e ma. Chiodi andava sul dischetto, non faceva finte, non cercava di confondere nessuno. Tirava una botta da fermo in basso, raso palo, sempre di lì o di là. Il portiere si buttava sapendo cosa fare, ma non poteva farci niente. La matematica e la fisica lo condannano a prescindere. Con la palla piazzata lì da Chiodi a quella velocità e quella angolazione non c’era niente da fare. Sorry. Palla al centro.
Posso sicuramente sbagliarmi perché non sono un analista né un archivista del calcio, ma non credo nessuno abbia mai tirato rigori così, e con questo tasso di di successo. Per cui chi se ne fregava se non segnava tanto dal campo. Alla fine, rigori compresi, Chiodi fermò il contatore a sette. Gli scudetti diventarono (finalmente!) dieci, e finimmo tutti in paradiso.
Dal paradiso all’inferno in un amen
L’anno successivo, giocavamo con lo scudetto sul petto, era la volta buona che saremmo tornati tra le grandi. Invece il Milan finì mani e piedi nel calcioscommesse, finimmo retrocessi, pure Chiodi si beccò sei mesi di squalifica, il mitico Albertosi radiato. Una tragedia talmente enorme che nessuno riuscì nemmeno a soffrirne più di tanto. Ti arrabbi di brutto se non trovi le chiavi, o ti dai una martellata sul dito. Ma se brucia la casa e ti ritrovi per strada, sei solo zitto, attonito e vedi un po’ cosa fare.
E così facemmo noi, ragazzi con la sciarpa rossonera. Chiodi fu ceduto insieme a Bigon alla Lazio (retrocessa come il Milan, era lì il cuore dello scandalo). Il Milan che giocò in quella serie B maledetta fu ancora più ridotto e proletario di quello di prima. Era rimasto poco e niente (proprio niente no, perché rimase Franco Baresi). Non potevamo biasimare i campioni che se ne andavano, o che occorreva vendere, perché la serie B è pane e cipolla, e non ci mantieni una rosa da scudetto. Ma il Milan c’era ancora, arrivò primo, facendo il record di punti mai fatti in Serie B (un record per cui i cugini bauscia ci perculeranno sempre, ma a cui teniamo, come a una vecchia cicatrice).
Qualcosa, forse, si era invece rotto in Chiodi. La sua Lazio fallì la promozione all’ultima giornata, con un rigore sbagliato incredibilmente proprio da lui. La macchina infallibile. Il pitagora serial killer del dischetto quella volta si incartò.
La sua carriera, sostanzialmente è finita così. L’anno dopo tornò in Serie A, al Bologna da cui il Milan lo aveva comprato. Ma non torno Mister Miliardo dei grappoli di goal, anche perché un gravissimo infortunio gli fece rischiare la vita e chiuse la sua stagione.
Ti piace Boomerissimo? Sostienilo con una piccola donazione a questo link
Chiodi ha poi giocato ancora per qualche anno, dignitosamente, in serie minori. Dopo il ritiro si è dimostrato un uomo intelligente, che ha investito i soldi del calcio nelle sue attività. Un bar, un albergo. Non si è messo a commentare a casaccio partite, come altri. Meno male. Era un uomo serio, forse non un supercampione. Di certo nemmeno un bidone.
Era, perché è morto nel 2009, poco più di tredici anni fa dopo, come si dice, “avere lottato con una malattia che non perdona”. Ci piace ricordarlo oggi, che non è l’anniversario di niente. Semplicemente perché un po’, per quanto è possibile, tra fratelli maggiori in campo e piccoletti con la sciarpa, gli abbiamo voluto bene.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it


Rispondi