Era il primo semaforo italiano, ma a Milano fu considerato solo un pesce d’aprile. Nessuno pensava che sarebbe durata, invece…
Milano è una città con uno spirito tutto suo, sempre in bilico tra innovazione e scetticismo. È uno spirito che sento profondamente, mentre litigo sempre con l’ultima diavoleria tecnologica, convinto che sarà il solito fuoco di paglia, la solita moda da invasati di TikTok, e che però ti tocca provare, perdendoci pure del tempo. Finché la verità risulterà evidente, e finalmente si tornerà alle cose che hanno sempre funzionato: il dizionario, i libri di carta, il telefono pesante con il filo che sta sullo stipetto, la macchina da scrivere, il temperamatite.

Inutile dire che di tutti questi ritorni al futuro, ancora non se n’è visto nessuno. E a forza di litigare con tecnologie che avevamo accolto malvolentieri, sono diventate una seconda natura. Forse ci piacciono persino. E in ogni caso, senza quel demonio dallo schermo luminoso, complicato e del tutto inutile, che mandò in pensione la nostra Olivetti lettera 35, non staremmo scrivendo Boomerissimo, e sarebbe un gran peccato.
Un semaforo in una piazza tra passato e futuro
Attrazione per il futuro e scetticismo blu sono sentimenti che condivido. Del resto non potrebbe essere altrimenti: benché le mie origini siano più miste di un milkshake di Burghy, quella di milanese è l’unica identità che non mi sono mai sentita stretta. Ero un piccolo milanese quando facevo i miei primi passi in Piazza del Duomo, per mano a mio padre, con gli stivalini di gomma, l’impermeabilino altrettanto giallo e il cappello di Sherlock Holmes.

Quanti anni avrò avuto? Forse tre. Eppure quella Piazza del Duomo me la ricordo benissimo, in bianco e nero come in un film di Totò. Piena di macchine e taxi neroverdi, che impazzavano intorno a quella montagna gugliata che sta sulle scatole dei panettoni. Oggi è tutto religiosamente pedonale, ma allora Piazza Duomo era una girandola di traffico impazzito e clacsonante, sormontato da quello che per me era un monumento ben più importante del Duomo che gli stava di fronte. Il tabellone luminoso con la signorina che batteva a macchina, disegnata e animata da una miriade di lampadine in movimento: Kores diceva la scritta. E io non avevo idea di che cosa volesse significare ma l’avrei guardata per ore e ore col mio papà, che mi teneva per mano, per evitare che finissi sotto le ruote di una delle 600multiple che impazzavano lì intorno.
Sarà stato il 1967 o il 1968 e io non avevo nessuna idea del fatto che ormai erano più di quarant’anni che qualcuno cercava di mettere pace nel caos automobilistico della piazza più moderna d’Italia. Ma, ahimè, con modesto successo.
1° aprile 1925: il primo semaforo italiano
Tutti hanno sempre riso di Milano, un paesone con ambizioni di metropoli. Solo qualche decennio fa, come diceva Adriano Celentano, metà o più della sua superficie non sempre magnificamente urbanizzata, erano campi e fossi. “Qui era tutta campagna”, si diceva di quasi ogni strada fuori dalla circonvallazione. E così effettivamente era.

Ma Piazza del Duomo no. Per secoli i milanesi avevano cercato di farne il centro di una capitale che, per quanto piccola, era abbastanza ambiziosa da misurarsi con quelle vere. Nel 1925 la sua circolazione era già un immenso casino, forse ancora peggiore di quello che avrei visto io, da dentro il mio impermeabilino, quarant’anni dopo.
Automobili, tramway, carretti, biciclette e pedoni si davano battaglia senza tregua sul selciato binariato di fronte al Duomo, raggiungendo l’apice del caos nell’infernale crocicchio a tre vie dove si ingorgano Via Orefici, Via Torino e Via Mazzini. Le macchine viaggiavano ancora a sinistra, i tram sui loro percorsi ferrati obbligati, i pedoni in mezzo alla strada, biciclette e carretti un po’ dovunque, dove capitava. L’ oltraggio alla mentalità milanese, naturalmente ordinata, era tale che si decise di tentare un rimedio rivoluzionario, mai adottato in nessuna città del mondo (solo Parigi ne aveva uno, da pochi mesi).
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In quell’incrocio che aveva perso ogni parvenza di ordine si decise di piantare una specie di lampione, che con le sue luci colorate avrebbe dovuto regolare il traffico, sempre che qualcuno capisse il senso delle varie combinazioni, la cui complicazione sfidava quella della stele di Rosetta.
Le quattro luci del caos
La rivoluzione fu annunciata come totale. I pedoni avrebbero da quel momento potuto circolare solo sui marciapiedi. Le auto avrebbero dovuto tenere rigorosamente la sinistra, senza eccezioni.

E soprattutto, dalle 15.15 alle 19.15 di ogni giorno, una pattuglia di inflessibili Ghisa avrebbe attivato il nuovo segnalatore luminoso: il semaforo. Le luci erano quattro, le combinazioni incomprensibili. Molti milanesi non riuscivano a credere che qualcuno volesse complicare in questo modo la loro vita, che fino a quel momento era scorsa più o meno tranquilla. I più pensarono ad un pesce d’aprile.
I colori erano rosso, giallo e verde come oggi. In più si aggiungeva il bianco, creando un caleidoscopio di combinazioni che ai più faceva venire il mal di testa.
Con il rosso le auto si fermavano. Ma se si aggiungeva il bianco potevano anche partire i pedoni. Il giallo metteva in moto il tram, col verde partivano i veicoli a motore a due o quattro ruote. Giallo e verde liberavano tutti: via generale a qualunque mezzo. Noi siamo a un computer, tranquilli, i semafori li conosciamo dal giorno in cui siamo al mondo. Eppure non ci abbiamo capito niente. Il risultato tra gli sconcertati milanesi nell’imbuto di Via Torino/Via Orefici fu, se possibile, peggiore.
Code, isteria, urla, clacsonate invasero quell’angolo, che già prima era il più congestionato d’Italia
«Invece di circolare, i veicoli stavano fermi, inchiodati nelle vie di provenienza da lunghissime code su due o tre file, formate da tram, automobili, carrozze e carri, motociclette e biciclette in cordiale promiscuità frammisti e nella strepitante cacofonia di clacson, trombe, campanelli d’ogni timbro e d’ogni forza, sonanti la feroce sinfonia della protesta»
–Corriere della Sera
L’accensione di quel primo gioiello tecnologico provocò lo stesso effetto che ammiriamo oggi, quando il semaforo si spegne.
Il principale giornale di Milano e d’Italia, che allora come oggi è il Corriere della Sera affidò a una specie di Beppe Severgnini dell’epoca un caustico elzeviro, che stigmatizzava la nuova, inutilissima, diavoleria tecnologica. Il pezzo si intitolava “La nuova era della circolazione” e faceva letteralmente a pezzi il semaforo, invitando conducenti e pedoni a munirsi di un manuale per decodificare quella sfinge colorata.
Il giornale raccontava che al momento della sua prima attivazione, tutta la piazza di fronte al Duomo si era scatenata in un urlo: al bianco rosso del semaforo, la strada era stata invasa da centinaia di persone. Forse avevano capito quel codice arcano, forse avevano deciso di tentare semplicemente la sorte a costo di finire sotto le ruote, e forse persino di una multa.
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Il semaforo comunque si accese e per una delle molte volte nella sua storia, Milano osservò la nuova diavoleria che aveva appena sposato con entusiasmo, e pensò “dura minga”.
Com’è andata a finire lo sappiamo.
Antonio Pintér – copyright Boomerissimo.it


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