Il talento più puro del jazz italiano è nato a 14 anni e morto a 36, già dimenticato. Perché Massimo Urbani merita di essere riascoltato, oggi.
Massimo Urbani è nato sotto il palco di un concerto, nel 1971. Aveva 14 anni. La sua ostetrica, se così si può dire, è un sassofonista oggi dimenticato, e anche piuttosto sconosciuto. Il suo nome è Puccio Sboto. Sta scaldando il sax prima di un concerto, suona un tema di Dizzy Gillespie, uno di quelli intricati, la palestra del jazzista (una di quelle dove io finisco regolarmente faccia a terra). Sboto no, sa come ci si muove tra quei fili spinati di note, ma mentre scalda il suo sax alto, da sotto il palco sente arrivare una specie di eco.

Un altro sax alto, che prima gli fa un po’ da contrappunto, poi vola, lo supera. Lo lascia lì. Chi diamine è? Sotto il palco c’è un ragazzino paffuto. È lui che suona come se fosse posseduto. Sboto non l’ha mai visto nel giro. Vuole sapere chi è. “Massimo Urbani”, risponde il ragazzino, come a scuola.
Non suonava bebop
La sorpresa è comprensibile. Di solito non succede che i geni (e quel ragazzino lo sembra già al primo ascolto) saltino fuori da sotto i cavoli. Li incontri a scuola, nelle accademie, al conservatorio. Urbani, nessuno l’ha mai visto. Se gli chiedi chi gli ha insegnato a suonare Bebop, ti risponde.
“Non suono bebop. Suono Charlie Parker”
A Roma comincia a girare la voce. C’è un ragazzino che suona “come gli americani”. Il parallelo con Parker è obbligatorio, e l’abbiamo fatto nel titolo. Tra le tante cose che tengono insieme questi due talenti lontani ci sono le origini umili. La madre di Charlie fa le pulizie alla Western Union e doppia come domestica, per comprare al figlio un sassofono. Il padre di Urbani è un impiegato appassionato di Charlie Parker, che gli fa sentire i dischi e a undici anni gli mette in mano un clarinetto. Il sax e tutto il resto arriveranno dopo, ma non molto. Dopo l’episodio del palco, Mario Schiano e Marcello Melis lo sentono suonare in un locale fuori mano e lo portano al Folkstudio. Nel gennaio del ’73 Massimo entra per la prima volta in sala d’incisione, per l’album Sud. Ha sedici anni e la critica comincia a drizzare le orecchie.
Buttare tutto
Non ho mai creduto al mito del genio maledetto. La maledizione, l’alcol e la droga non sono trampolini di lancio, sono semmai piombo nelle ali, che distruggono vite e carriere. La pensava così anche Bird, che di questa roba è morto a 35 anni. Purtroppo l’esempio conta più delle teorie, e più ancora dell’esempio contano le teste sbilenche da cui a volte esce anche arte, oltre a casini e problemi di ogni genere.

Per Massimo Urbani, il momento della verità arriva presto quanto la sua scoperta. A diciassette anni Enrico Rava, il più grande jazzista italiano del momento, l’unico con una vera carriera internazionale, lo vuole nel suo quartetto e lo porta in tour in America. Un sogno. Ma a New York Massimo sparisce e quando si rifà vivo, secondo il racconto dello stesso Rava, sembra un barbone: vestiti a brandelli, una tosse tremenda, la febbre alta. Non ha più il sassofono. Ha passato la notte su una panchina di Central Park. È malato, da solo, nella città che avrebbe dovuto consacrarlo.
Milano, anni ’80
Sono subito anni difficili. Forse Massimo pensa che cambiare città, aria, compagnie possa essere una buona idea. O forse segue solo la corrente del jazz italiano, che a Milano ha il suo Mar dei Sargassi. Si trasferisce dopo la morte della madre, nel 1977. Al Capolinea incontra il produttore Alberto Alberti. Da quell’ambiente nascono le collaborazioni che restano come gioielli nella sua magra discografia: Chet Baker, Lee Konitz, Red Rodney e altri. Suona con Larry Nocella, Luigi Bonafede, Furio Di Castri. Sembra un’occasione di rinascita. Ma la realtà è più dura, e sono cose che purtroppo conosco di prima mano. In quella Milano dei primi anni ’80, in cui dovrei studiare alla Bocconi, impresa che mi appassiona molto meno del sax tenore e delle corse dei cavalli, sono amico di Sandro Cerino (a sua volta ancora più amico di mia sorella), Sandro è uno che vive di jazz. La mattina facciamo colazione da Gattullo con una borsa di gettoni, con cui chiama un po’ tutti cercando di capire dove suonerà la sera. Non è un musicista maledetto, è uno che lavora e che studia, un sassofonista (e flautista, e clarinettista basso) mostruoso. Per sua fortuna ha l’orrore dell’alcol e delle droghe. Ma è un musicista, e la sua vita è oggettivamente un casino. Lo stesso casino in cui vive, con molti problemi addizionali, anche Massimo Urbani. Un genio, che i locali non vogliono più, ne ha combinate troppe. Non si ama più dirlo in giro, ma chi ha vissuto in quel mondo lo sa.
La nostra playlist di Massimo Urbani
Si sa comunque che la sua inaffidabilità è diventata cronica: ritardi, assenze, comportamenti imprevedibili. Concerti saltati, tournée interrotte, rapporti che si spezzano. Nel 1979, durante un tour con il gruppo di Gaetano Liguori in Lombardia e Veneto, a Bolzano succede l’episodio più emblematico: Massimo non riesce quasi a imboccare lo strumento sul palco. Nel ristorante dopo il concerto scaglia i piatti perché gli portano la pizza per ultimo. Lo lasciano lì e proseguono senza di lui. È l’ultima volta che molti di quei musicisti lo vedono da vicino. Invece di crescere, la stella di Massimo Urbani passerà un decennio a sprofondare.
Bird nelle sabbie mobili
Charlie Parker, Bird, ha vissuto una vita tragica, come molti sanno. Ha costruito e distrutto la sua fortuna. È morto a un’età in cui molti di noi devono ancora cominciare a vivere. In questo inferno, in gran parte autocreato, Bird ha avuto almeno la fortuna o la forza di brillare nonostante tutto, di lasciarci un patrimonio che ha cambiato la musica per sempre. Urbani purtroppo non ha avuto lo stesso destino. I suoi pochi dischi sopravvissuti, alcune performance avventurose, sono emozionanti, forse l’unico jazz italiano che mi abbia mai davvero emozionato. Ma la sua parabola è più un affondamento nelle sabbie mobili che un’esplosione in volo. Muore a 36 anni, nella notte tra il 23 e il 24 giugno 1993, per overdose di eroina e collasso cardiocircolatorio. Il suo momento magico è finito da tempo, restano gli anni orribili che chi ha vissuto nell’ambiente conosce. Massimo Urbani è rimasto sostanzialmente ai margini della memoria collettiva, anche della memoria minuscola e irrilevante del jazz italiano. Perché?

Chi lo ha ascoltato dal vivo — o sui dischi come 360° Aeutopia (1979), il suo capolavoro con ritmica americana, o Easy to Love (1987) — conosce il talento strepitoso, la tecnica incredibile che si sposava (come raramente accade) alla capacità di prenderti alla pancia. Uomo generoso con i colleghi meno abili, con i principianti, anima sensibile, priva di difese. Anche verso la dipendenza, con tutte le conseguenze del caso. Quando bazzicavo a Milano, negli anni d’oro dei locali, Urbani era sostanzialmente già morto. Il jazz italiano dei Novanta e successivi, a parte qualche omaggio di maniera, l’ha totalmente dimenticato. Ha preso strade noiose, accademiche, sterili. La scena del jazz (che continuo a vivere da eterno allievo) è diventata una scena di maestri, professori, laureati di Berklee. Gente che vive (e sono contento per loro) una vita ordinata, rispettabile, con guadagni prevedibili e la possibilità di fare piani. Niente borsa di gettoni in tasca, la mattina. Urbani è rimasto un’anomalia romantica e — mi permetto di dire — anche la musica, pur carina, non ha più nessuna pretesa di colpirti sotto la cintura. Senti cose belle (che io continuo a non saper suonare), a volte più divertenti, a volte meno. Bella musica da lounge, al sapore di jazz. Urbani ha sprecato il suo talento.
Il jazz ha sprecato Massimo Urbani. Se siete tra i molti che non ne hanno ascoltato nulla, cercatevelo su Spotify o su YouTube. Ascoltatevi Cherokee da 360° Aeutopia o Everything Happens to Me da The Blessing. Per me la musica resta quella cosa lì, con tutto il rispetto per le belle atmosfere da ascensore, o per i rompicapi armonici all’aroma di jazz. Dell’eroina si può e si deve fare a meno. Dell’anima purtroppo no.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


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