Una citazione fulminante su Capri gira da decenni col nome di Agnelli. Vera, falsa, o migliorata strada facendo? La risposta, come spesso accade con l’Avvocato, è la cosa più interessante.
Sono stato a Capri poco, quel tanto che basta per sentire un mondo magico, per assaggiare le migliori zucchine fritte della mia vita in un orto di ulivi, per sudare, insomma per essere pienamente parte di questa storia. Non dalla parte giusta, ma da quella dei turisti e dei peoni.

Gianni Agnelli, invece, negli anni Sessanta, fu Capri. Quella Capri irraggiungibile che tale era e tale, a questo punto, resterà per sempre. Dall’Agneta vedeva tutto. Venticinque metri di vela firmata Knud Reimers, le vele color vinaccia riconoscibili da mezzo golfo. Ma Agnelli era Capri specialmente sotto la coperta in teak. In quello spazio che era Capri più della mitica Piazzetta e dove succedevano cose che non finivano sui giornali perché i giornali, allora, sapevano quando era il caso di non sapere. Tra gli ospiti illustri di quello spazio ombroso e (per quanto mi riguarda, ahimé) mosso dal dondolio infaticabile del mare, c’era Jackie Kennedy. Possiamo rivederla, immortalata da Mark Shaw in bikini rosa e foulard mentre Marella era al timone e l’Avvocato guardava il largo. Una fotografia che è rimasta celebre anche per quello che non mostra. Prima di Jackie sull’Agneta, c’era stata Pamela Churchill, ex nuora di Winston, che Truman Capote aveva definito con la sua solita carità cristiana «una sgualdrina dai capelli rossi». E che, forse in quanto tale, Agnelli ricordava come la sua prima grande passione. Poi c’era stata, naturalmente, Anita Ekberg — «Anitona», come la chiamavano le cronache di Novella — che dell’Avvocato disse, solo dopo la sua morte, che nessuno era stato importante come lui nella sua vita, né prima né dopo. Il finale di quella storia lo raccontò anni dopo il paparazzo Umberto Pizzi: una sera Agnelli arrivò senza avvertire e trovò Anita a letto con Rik Van Nutter, attore americano di discrete misure. L’Avvocato, con il suo leggendario aplomb, si limitò a commentare: «Ah, mi fa piacere». Poi ripartì.

Capri non era certamente l’unico teatro di questo tipo di vicende — Roma aveva le sue strade, Saint-Tropez le sue rade — ma quell’isola nell’azzurro, lontana dal mondo ma non troppo, aveva una sua qualità del tutto unica. Ci si arrivava in barca, ci si stava in mare, e si scendeva a terra solo se e quando aveva senso farlo. La Fontelina la mattina, da Paolino sotto i limoni di Anacapri a mezzogiorno, il pomeriggio di nuovo al largo. Al Quisisana si passava con quella confidenza distratta che è il vero lusso — non dover spiegare chi si è. Già negli anni Cinquanta il re Farouk d’Egitto aveva affittato cinquanta suite per la sua corte, stabilendo un precedente che l’isola aveva metabolizzato con eleganza. C’erano industriali, nobili con più stile che denaro, qualche bellezza internazionale che arrivava senza nome e tale rimaneva, senza lasciare tracce scritte, che è la forma più alta di eleganza. Si poteva fare quasi tutto, purché con una certa grazia formale. La trasgressione era ammessa. La volgarità, no. Quel mondo sopravvive, un po’ alla maniera dei ruderi e delle rovine che già allora punteggiavano Capri. Sono presenze silenziose, quasi clandestine. Quello che si vede di più, oggi, è un’altra razza. Non i turisti normali, che non hanno mai dato fastidio a nessuno. Non quelli che arrivano, mangiano, guardano i Faraglioni, vanno via felici. Quello che oggi “fa” Capri è una categoria che potremmo chiamare i ricchi di risulta: il criptomilionario con l’orologio da quarantamila euro e le sneaker da duemila che cammina per via Camerelle, convinto che il lusso sia una questione di zeri sullo scontrino. La ragazza con cinquecentomila follower che noleggia un gozzo per sei ore perché sul gozzo si fa la storia giusta — e pazienza se a settembre non si paga l’affitto, l’importante è che oggi a Capri ci si veda. Si riconoscono, dicono gli ultimi aristocratici, dalla postura. L’arroganza chiassosa che copre una certa tensione nelle spalle, l’eccessiva solerzia nel postare, professioniste del sembrare piuttosto che non potranno mai essere. È la nuova razza, in fondo utile. Pagano, consumano, ripartono convinti di aver fatto Capri. Non vivono, documentano il loro non esserci.
L’Avvocato, la citazione
In questo contesto che continua a girare, a rimbombare come un tormentone, una frase attribuita a Gianni Agnelli, Una definizione fulminante che, se non è vera, lo sembra. Che in fondo è sempre la cosa più importante.
“Andavo a Capri quando le contesse facevano le puttane, ora che le puttane fanno le contesse non mi diverte più.”
È una citazione da antologia, che ovviamente ha attratto la curiosità filologica di Boomerissimo.

Un posto dove si racconta, aprendo talvolta porte oscure. Ma – nei limiti del possibile – senza inventare. In fatto di storytelling ci piace pensare di essere più vicini al mondo della vecchia Capri che a quello dei gozzi noleggiati, che si immaginano yacht, per una mezza giornata, o un paio di click. Chirurgia filologica, dunque, bisturi alla mano. Le versioni che circolano sono più d’una e quelle contesse, che abbiamo riportato, è sicuramente quella di maggior successo. Appare per la prima volta sul Giornale del 26 giugno 2009, in un articolo sull’eredità Agnelli, ma in una forma leggermente diversa: “le signore” al posto delle “contesse”, attribuita all’Avvocato come risposta a chi gli chiedeva conto delle sue assenze dall’isola. Signore ha il vantaggio di essere documentato, mentre contesse odora un po’ di perfezionamento postumo. Esiste poi una terza pista, più oscura: un blog del 2007 attribuisce la frase non ad Agnelli ma a Luca Ferrero de Gubernatis Ventimiglia, figura dell’entourage torinese, il tipo di personaggio che frequenta i potenti abbastanza a lungo da assorbirne lo stile. La dinamica è classica: qualcuno dice una cosa brillante in una cerchia ristretta, e quella cosa migra verso il nome più famoso del gruppo per quella forza di gravità reputazionale che fa sì che tutte le battute buone finiscano attribuite a Churchill, a Wilde, o — nel perimetro italiano — all’Avvocato. Fonte primaria verificabile? Nessuna. La frase vive come vivono le leggende migliori, si colora di di voce in voce con piccole varianti (mignotte, zoccole, non mi interessa più). Ma resiste perché coglie qualcosa di vero. Su Capri, sull’Avvocato, forse su tutti noi che ci affaniamo una volta nella vita nei paraggi della Grotta Azzurra.
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L’Avvocato l’ha detta? Forse. Se me se ne tornasse, probabilmente stringerebbe semplicemente le labbra in quella smorfia che era insieme sentenza estetica e congedo. “Ah mi fa piacere”, direbbe forse ancora una volta, scendendo dall’Agneta e risalendoci subito dopo.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


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