Ci è costato molto, grazie alla sua ben nota abilità di privatizzare i profitti e socializzare le perdite. Ma ci ha anche lasciato molto. Per esempio, la “sprezzatura”. Quella curiosa capacità di essere chic fingendo di non curarsene. Anche al polso era tutto accuratamente studiato: niente Rolex, né altri “banali” status symbol. Abbiamo indagato un po’ nella sua collezione.
C’è chi nella vita nasce con tutte le fortune, e generalmente ci sta un po’ sulle balle per questo. E poi c’è chi è talmente oltre da rompere tutti gli schemi. Inutile rodersi, per esempio, davanti a un personaggio come l’Avvocato.

Uno che è nato bene, anzi benissimo. Che è riuscito ad occuparsi fino ad età più che matura di quelle cose che generalmente si fanno in pensione, dopo aver sudato e lavorato per una vita. Uno che ha avuto modo di fare studi ravvicinati e approfonditi di belle macchine, belle donne, buone bottiglie (qualche maligno dirà anche molti altri coadiuvanti al buonumore), in una vita che è stata una specie di eterna villeggiatura.
Sempre meglio che lavorare
Della sua fabbrica, la Fiat, si occupava Vittorio Valletta. Di cose brutte come allisciarsi il governo, scontrarsi con i sindacati, sostanzialmente farsi odiare, si occupava il supermanager di Pietrasanta, con quel piglio e quella grazia appresi nel Regio Esercito, e che ai cari sottoposti restava solo da digerire.
Lui, l’Avvocato, poteva pensare a farsi amare e ad amare, e chiamatelo scemo. Poi Valletta morì e anche al povero Gianni toccò cominciare a lavorare. O meglio, spostarsi un po’ più vicino a quelli che lavoravano, e vedere di fare un po’ marciare la faccenda, senza ovviamente dimenticare le barche e quelle belle cose che ne avevano allietato la lunga gioventù
La “sprezzatura”
Di quella lunga stagione dorata, l’Avvocato si è sempre portato dietro il sorriso e una certa propensione a prendere tutti per i fondelli. Lui la chiamava “sprezzatura” e se cercate su google ne troverete definizioni precisissime. Si trattava in realtà di qualcosa di molto semplice. Fare cose apparentemente assurde, con lo spirito di chi ti mostra la lingua e ti dice “provateci voi”.
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E tu potevi provarci, e fare la figura del pirla con l’orologio sul polsino. Oppure adeguarti alla tua normalità, per quanto ben fornita, comprarti il tuo Rolex da poveraccio e metterlo dove va messo, come fanno tutti quelli che non sono “lui”.

Già il Rolex da poveracci. Per carità, l’Avvocato tra regali e acquisti di noia e d’impulso ne avrà pure avuto qualche cassetto pieno. Ma facendo una breve indagine nel suo guardaroba, sfogliando le foto in cui sfoggia i pezzi “pregiati” della sua collezione, nessuno si sorprenderà di scoprire che nemmeno uno tra i segnatempo orgogliosamente esibiti in pubblico sia tra quelli che tutti (o quasi) avrebbero potuto comprarsi alla gioielleria in centro, firmando un bell’assegnone (i tempi di satispay erano ancora lontani).
Gli orologi di un dandy inguaribile
Il primo lo vedete poco sopra. Niente di meno che un Patek Philippe Worldwide. Un oggetto preziosissimo e rarissimo, costruito quando lui era ancora bambino. Come lo avrà avuto? Comprato in qualche antiquario, vinto a carte, eredità di famiglia? Nessuno lo sa.
Ma sappiamo che qualsiasi appassionato di orologi resta a bocca aperta di fronte a un capolavoro dell’arte orologiera rarissimo, dandissimo. E pure utile, mannaggia a lui, almeno a chi vive la vita su tutti i fusi orari contemporaneamente. La corona girevole di questo “strumento”, se così vogliamo chiamarlo, di classe quasi irritante mostra l’ora in tutti i paesi del mondo allo stesso tempo.
Questo si chiama vincere a mani basse. Per tutti gli altri ci sono gli orologi da influencer. E se sono sottoposti molto ricchi, saranno solo orologi più tamarri (ask Cristiano Ronaldo, sottoposto postumo, per una mirabile collezione degli orologi più atroci che il denaro, molto denaro, possa comprare.
L’Omega Ploprof
Altro pezzo classico della collezione avvocatesca era un orologio che accarezzava il suo lato sportivo, ma lo faceva con forme e un nome che non possono che strappare un sorriso.
Parliamo dell’Omega Seamaster Ploprof. E non chiedetevi perché Gianni Agnelli avesse scelto questo curioso, e piuttosto orribile, oggetto, che ha l’aspetto di una valvola per bombole di sommozzatore, invece dei trendissimi orologi da sub su cui noi, comuni mortali, ci facciamo scendere la bava.

La risposta l’avete già: è la “sprezzatura”. Un modo di buttarti in faccia l’unicità che tu non potrai mai avere, nobilitando gesti e oggetti che pochi avrebbero il coraggio di portare, e nessuno con risultati apprezzabili.
Andateci voi in consiglio di amministrazione con quel coso al polso, se ce la fate. Lui poteva, voi no. Punto.
Il più sprezzante di tutti
Ma se ormai cominciate a nutrire una certa invidia per questo modo di esibire (con grazia) l’inesibibile, allacciate le cinture. State per arrivare allo Zenith, alla Gioconda, anzi no, alla Cappella Sistina della sprezzatura.
All’orologio che non ha mai avuto nome, né nobiltà, ne immagine. Nemmeno brevemente futuribile. Altri marchi, altri oggetti, saltarono almeno per un po’ sul carro di “Odissea nello Spazio” e “Base Ufo”, buttarono alle ortiche molle e bilanceri e, almeno per un attimo, riuscirono a far credere che lo schermo nero con i numeri rossi luminosi, fosse una cosa molto bella, molto esclusiva, molto stylish. Molto moderna.
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Da lì a poco gli omaggi nel fustino del Dixan li avrebbero comunque costretti a cambiare strada. Non così per Pulsar: marchio oscuro che oscuro è rimasto. Che di momenti di fama, gloria e notorietà non ne ha avuti mai.

E sarà per questo che l’ Avvocato aveva scelto proprio lui, questo oggetto improponibile, per umiliare chi, avendolo al polso per piaggeria o semplice stupidità, si sarebbe immediatamente qualificato come personaggio altrettanto improponibile.
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Sarebbe stato divertente vedere qualcuno provarci. Essere una mosca e assistere a un meeting in cui l’Avvocato, col suo grottesco pezzo da bancarella al polso (e non importa se magari costava pure molto) avesse incontrato qualcuno così pazzo, ingenuo e temerario da provarci pure lui.
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Sarebbe stata l’apoteosi della sprezzatura. Roba che, a capirla, ci sarebbe stato da tornare a orecchie basse nel fustino del Dixan, e provare a scomparirci per sempre.
Chissà se è mai successo…
Antonio Pintér


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