Non sai mai da dove può venire una grande idea. Per carità, anche dal prodotto più banale può nascere l’intuizione del secolo. Ma nel 2007, pochi si aspettavano che i frullatori avessero ancora qualcosa da inventare, e tantomeno da comunicare.
Ce l’hanno insegnato quando eravamo giovani creativi: non esistono prodotti buoni e prodotti cattivi. Sono solo il duro lavoro, l’impegno indefesso, la luce accesa giorno e notte in ufficio, e magari un pizzico di genialità a fare le grandi campagne.

Un mantra senza fine. E, oggi possiamo dircelo, anche una grandissima balla. Tanto è vero che le star del reparto creativo avevano sempre in mano le cose più fighe: auto, preservativi, mutande, alcolici e soft drink. Agli ultimi arrivati restava il retropacco del sale da lavastoviglie. Una grande opportunità per fare campagne da annual, indubbiamente. Era il mantra dei boss che lo diceva, e tu dovevi fare qualcosa di grande pure lì, oppure il pirla eri tu. Fair enough.
2007, l’anno dell’iphone e di un nuovo frullatore
Quando Steve Jobs stava inventando l’iphone e il mondo andava letteralmente fuori di testa per il nuovo oggetto che fondeva insieme telefono, computer e macchina fotografica, pochi si accorsero che in un garage dell’Utah un altro matto stava inventando qualcosa di (quasi) altrettanto nuovo intorno al device meno sexy che abiti le nostre case: il frullatore.
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Un’idea talmente nuova che avrebbe finito per tritare la sensuale creazione del ben più celebre genio californiano e farla letteralmente a pezzettini.
Tom Dickson, lo Steve Jobs dei tritatutto
Dickson è il contrario di un filosofo visionario. Era (ed è) un terragno ingegnere dell’Utah, con i piedi ben piantati per terra e una certa uggia per il suo lavoro precedente che, per motivi troppo lunghi a spiegarsi, confligge con la sua fede inossidabile e alcune convinzioni, delle quali non entreremo nel merito.

Deciso a dare una svolta alla sua vita ed essendo per natura ed estrazione uno che amava volare basso, decise di ascoltare il grido di dolore di una categoria altrettanto poco propensa a cambiare i destini del mondo: i proprietari dei chioschi di frullati.
Pare, così narra la leggenda, che in quei negozietti e in quelle capannucce a bordo strada, grande fosse la pena per la scarsa affidabilità dei frullatori fino ad allora in commercio. Sempre propensi a surriscaldarsi e a fulminarsi, messi a dura prova dalla cocciutaggine del ghiaccio, una delle bestie più brutte da dare in pasto alle lame, seppur d’acciaio, degli elettrodomestici da cucina.
La nascita del mostro
Dickson si ritirò nel suo garage e decise di mettere a punto qualcosa che tritasse letteralmente tutto. Un motore esuberante, lame robustissime e piegate ad “ala” (pare per puro caso e per necessità volumetrica, se volete credere alla leggenda).

Ne venne fuori un vero mostro, talmente sovraccarico di potenza, materiali e spessori da costare una fortuna. In piena trance agonistica, Dickson si mise a tritarci tutto quello che si trovava nelle vicinanze dei suoi banchi di lavoro, convinto che se la sua macchina avesse retto al super stress, avrebbe frullato senza battere ciglio anche i temuti cubi di ghiaccio, per non parlare di fragole, banane, frutta, latte e quant’altro.
Si sentì soddisfatto solo quando vide sparire tra le fauci di quella creatura allucinante una tavola di legno sottratta al suo laboratorio, e trasformata in segatura con pochi colpi di pulsante.
Morte dell’iphone
Il Blendtec di Tom Dickson aveva già massacrato di tutto, quando il suo creatore decise di presentarlo anche su YouTube. Fecero capolino una serie di filmati che altro non erano che la ripetizioni delle sue sadiche e assurde prove in garage.
Da allora sono passati 16 anni abbondanti, Blendtec è diventato una star, almeno nel ristretto mondo di chi si occupa di comunicazione, ha bisogno di un frullatore spaziale, oppure si diletta di filmati di meccanica in cui oggetti improbabili vengono premuti in presse idrauliche, torniti, sfatti a pezzi (confessiamo di fare parte di questa ultima categoria di maniaci, oltre che della prima).
Le views guadagnate da allora sono oltre 290 milioni. 12 sono invece i milioni di dollari strappati in tribunale agli imitatori. Ma per quanto geniale sia la macchina di Dickson, e divertente la distruzione degli oggetti quotidiani, forse il miracolo di comunicazione non sarebbe avvenuto se Dickson non avesse martirizzato anche il più sexy, il più desiderato, il più mitico oggetto del suo tempo.
Yes, it blends
Sì, quell’iphone che Steve Jobs aveva appena inventato e che costava a tutti quello che lo volevano cifre e attese fuori da ogni logica.
Dickson si impossessò di uno di questi (allora) elusivi e desiderabilissimi apparecchi e rivoluzionò lui, cacciandolo nel bicchiere del suo Blendtec e riducendolo in polvere. Polvere di stella. Distruzione un po’ sacrilega e un po’ liberatoria. Rottura iconoclasta che distrusse una divinità per farne nascere un’ altra.
Oggi se avete 1000 euro che vi avanzano, potete scegliere se investirli in un iphone o nel frullatore che può distruggerlo con pochi giri di lama. E che probabilmente, a differenza del lussuoso oggettino di Apple, durerà per sempre.
Guarda il resto della top 10 di “Will it blend?”
Tom Dickson crede all’eternità, non all’obsolescenza programmata.
Antonio Pintér
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