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Steve Jobs, errore da 66 miliardi di dollari

Steve Jobs: licenziato e mazziato, un brutto carattere da 66 miliardi di dollari

Un uomo di carattere non ha mai un buon carattere: quello di Jobs è stato eccezionale da tutti i punti di vista. Ci ha dato molto, è costato molto ai suoi colleghi, e specialmente a lui: 66 miliardi di dollari.

Ogni tanto mi capita di ricordarlo qui, nei nostri viaggi di Boomerissimo. Di gente di carattere ne ho conosciuta parecchia e se c’è una cosa che posso dire, è che non hanno mai un buon carattere

Steve Jobs, errore da 66 miliardi di dollari
Steve Jobs, 66 miliardi buttati – Boomerissimo.it

Senza voler fare un elogio delle dittatura e degli ambienti tossici di lavoro (cosa che sono stato accusato di fare qui), credo di poter dire con una certa cognizione che forse l’armonia basata sul consenso, la condivisione, il teamworking e blabla funziona bene per mandare avanti i meccanismi oliati di aziende macro che producono cose (dal mio limitato punto di vista) noiosissime. 

Una squadra di commando ad alto tasso creativo, che sente come propria missione (o come necessità per sopravvivere) quella di cambiare il mondo distruggendo tutti con le proprie idee e invenzioni, non è un ambiente in cui le regole dei boy scout o dell’oratorio tipo “tutti avanti insieme, con calma e volendosi bene” possono funzionare. 

Un’orchestra di jazz, un’agenzia di pubblicità al suo zenith, o un’azienda come la Apple di Jobs sono un ambiente di lavoro esaltante per chi ci crede, per chi ha fatto una ragione di vita dell’avere l’idea migliore del mondo, e la vuole realizzare in modo da fare a pezzi tutto il resto. Ma sono anche un ambiente micidiale per tutti gli altri. Non c’è altra vita oltre che quello che stai creando: non c’è la pizzata con gli amici, il weekend con la fidanzata, la sera al cinema, niente. Se le sadiche violenze del tuo direttore creativo ti pesano, se i fax interminabili di Steve Jobs nel cuore della notte ti stressano, se soffri perché le tue creazioni vengono maltrattate e abusate dal genio invasato col girocollo, perché non abbastanza perfette, semplicemente non è il lavoro per te. 

Secondo il mio modesto parere non c’è un modo “buono” e rispettoso della privacy e della sensibilità altrui e della vita privata per arrivare a risultati autenticamente rivoluzionari. Ma non è un problema. I Macintosh si possono benissimo usare, come facciamo quasi tutti. Non è necessario crearli. Se proprio ci tieni a farlo, meglio farti crescere una pelle molto dura e imparare a gestire la personalità poco accomodante di uno come Steve Jobs. 

Divorato da se stesso: la caduta di Jobs in Apple

Era il 1976 quando Steve Jobs, insieme all’amico Steve Wozniak, fondava Apple in un ormai leggendario garage. In pochi anni, quella piccola startup divenne un colosso dell’informatica, quotato in borsa nel 1980. Jobs era il volto pubblico dell’azienda, un visionario che prometteva di “cambiare il mondo” con i computer.

Steve Jobs, errore da 66 miliardi di dollari
Steve Jobs, Sculley e Wozniak (flickr) – Boomerissimo.it

Jobs dovrebbe essere eletto ad eroe da tutti quelli che si vantano di avere frequentato “l’università della vita”. Non solo non era laureato e non completò mai alcuno studio universitario. Ma i pochi corsi che aveva seguito al Reed College, da uditore, dopo aver abbandonato i corsi regolari in appena un semestre, riguardavano argomenti come la calligrafia. Non pare che la cosa abbia mai causato in lui alcun senso di inferiorità, nei suoi scontri leggendari con ingegneri dalla preparazione micidiale o con i geni del marketing, che assumeva per poi strapazzarli in modo feroce perché non vedevano il mondo e il futuro come lui.

Se avete mai conosciuto quei tipi che spiegano ai tassisti che strada fare, ai gelatai come fare il gelato, a una cantina centenaria cosa manca al suo vino, conoscete il tipo. Io ne ho avuto uno, come mio padre professionale: Marco Mignani, l’uomo che insieme a molto altro ha inventato la “Milano da Bere”. Posso assicurare che viverci accanto è una impresa a tratti meravigliosa, ma non per gente impressionabile. 

Steve Jobs, errore da 66 miliardi di dollari
Il primo Macintosh, 1984 – Boomerissimo.it

La Apple di Jobs prima e dopo l’entrata in borsa si dice fosse un inferno, un ambiente di lavoro da incubo di quelli dove i progetti che non piacciono, o che non sono abbastanza geniali, ti volano dietro (“l’ha dovuta schivare” dicevano da noi, di certe campagne che non erano piaciute moltissimo, e che erano volate insieme al cartone su cui erano incollate). 

In questo tipo di ambienti che qualcuno definisce “tossici” e forse le sono, le scintille e i terremoti maggiori sono quelli tra i diversi narcisisti psicopatici che proprio grazie al loro narcisismo psicopatico sono arrivati al vertice, per poi scontrarsi in una epica battaglia finale. 

In Apple le temperature più alte erano quelle tra Jobs e il genio del marketing che lui stesso aveva rubato alla Pepsi, per poi entrarci immediatamente e inevitabilmente in conflitto. Non andavano d’accordo su niente: John Sculley (questo il nome del dimenticato antagonista) voleva vendere a prezzi alti e fare tanti bei dollaroni, Jobs voleva vendere al prezzo più basso possibile per cambiare il mondo, bruciare le chiappe alle IBM e a tutti gli altri. Il conflitto era il suo destino: individuare un nemico, per poi distruggerlo era lo scopo che gli dava energia (un’altra caratteristica che avrete ben presente se avete conosciuto qualche tipo del genere che dicevo).

È un grande problema per un’azienda quando il tuo nemico finale siede accanto a te, e dovresti lavorarci insieme. E fu così che la sorridente azienda californiana, oltre che un luogo di lavoro impossibile e malato per tutti, diventò anche una succursale delle corti medioevali dei Borgia. 

Il primo tentativo di colpo di stato, o di assassinio figurato, ordito da Jobs ai danni di Sculley fallì nel 1985. A stretto giro di posta, Sculley ne organizzò un altro ai danni di Jobs, approfittando del fatto che fondatore-nemico era in un aereo a diecimila metri di altezza. Assassinio riuscito questa volta. Consiglio di amministrazione organizzato, e Jobs rimosso da tutti gli incarichi operativi: non contava più niente, poteva solo sorridere nelle convention e nella pubblicità. Il suo carattere poco conciliante e le sue pretese feroci gli erano tornate in mezzo alla fronte come un boomerang. A 30 era fuori dalla sua azienda.

 L’errore da 66 miliardi: quando la rabbia costa cara

Se Jobs era irascibile e irragionevole in momenti normali, è appena il caso di immaginare quale fosse il suo stato d’animo dopo il licenziamento. Decise che della sua Apple non voleva più avere nemmeno un’azione. Chiuso, basta.  Svendette tutto e si dedicò ad altro, cominciando a preparare una vendetta che si sarebbe rivelata dolcissima. 

Steve Jobs, errore da 66 miliardi di dollari
Steve Jobs nel 1984 (Steffen Boelars, Flickr) – Boomerissimo.it

Amaro invece è il conto economico di quel colpo di testa. Quelle azioni svendute in un momento di rabbia, e che non fu mai più in grado di ricomprare, nemmeno dopo il ritorno, al momento della sua morte avrebbero avuto un valore di 66 miliardi di dollari. Una cifra mostruosa, il bilancio di un piccolo Stato. 

Ma Jobs non ne voleva sapere più niente, anche perché era convinto (a proposito di narcisismo psicopatico) che Apple senza di lui sarebbe morta, sarebbe andata a fondo come un sasso. Cose che non succedono mai nelle vite di noi, persone normali, sostituibili anche quando siamo davvero eccezionali (come certi personaggi di cui abbiamo parlato). 

Evidentemente Steve Jobs doveva essere un uomo fuori scala in tutto, anche tra giganti. Perché senza di lui Apple effettivamente affondò. Io, che non ho mai avuto un gran bernoccolo per queste cose, cominciai a comprare i primi Apple ai tempi di Sculley presidente e posso ben dire che l’insuccesso era assolutamente meritato. 

Brutti, mancavano di genio, dei mattoni marroncini orrendi che funzionavano pure male. Jobs non solo dimostrò che senza di lui Apple non valeva niente ma nel tempo non troppo lungo del suo ritiro si inventò (tra le altre cose) il sistema operativo nuovo di cui Apple aveva bisogno.

A un passo dal fallimento, la Mela dovette arrendersi: ricomprarsi Jobs e il sistema operativo NeXT sviluppato da Jobs (o meglio dai suoi ingegneri sotto il consueto sguardo conciliante e amichevole). 

Tutto il pacchetto Jobs + idee + carattere + sistema operativo fu pagato da una Apple sull’orlo della bancarotta 445 milioni di dollari. Non pochi, ma nemmeno lontanamente parenti del buco che Jobs creò vendendo le sue azioni. Se li inseriamo nel conto, il colpo di testa di Jobs è costato “solo” 65miliardi e mezzo. 

Ma forse c’è un altro elemento da inserire nell’algoritmo. Nel pacchetto “ritorno a Apple” era inclusa anche una robusta pedata nel sedere a John Sculley, il genio del marketing che aveva fatto licenziare Steve Jobs. 

Una soddisfazione così, come si dice, non ha prezzo. 

E i risultati si sono visti: sulle ali dell’entusiamo Jobs sin dai primissimi anni creò e fece creare iphone, imac, MacBook e un po’ tutto quello con cui giochiamo e lavoriamo oggi. E che ha fatto grande e costosissima Apple.

Non succede mai a nessuno. È successo a Steve Jobs. Uno che, evidentemente, il cattivo carattere se lo poteva permettere. Anche se fu un cattivo carattere da 66 miliardi di dollari. 

Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it

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