Per noi non era solo carne, era “la buona carne”. Un alimento trash ma pratico da fricchettoni in campeggio. L’ energia di una stagione di sex (mah), drugs, rock n’ roll e Pressatella Jambonet.
Per alcuni, gli anni ’80 sono stati il momento di cibi pretenziosi e sofisticati, non sempre preziosissimi ma che almeno avevano l’intenzione di sembrarlo. Non così per alcuni ragazzotti appena usciti dalla pubertà, che si affacciavano affamati alla vita, pieni di entusiasmo alle volte anche gastronomico ma poveri di gusto, di esperienza. E spesso anche di tempo e di idee.

Col tempo, acculturandoci nei meandri di internet e dei social, abbiamo appreso che questa cosa si chiama “Spam”. Una pratica piuttosto grossolana e barbara di spalmamento di contenuti in ogni dove. Una ovvia mancanza di tatto, di educazione e di gusto, che talvolta sconfina nel criminale.
Dallo Spam alla Pressatella Jambonet
Questa pratica riprovevole prende il nome da un alimento in scatola, e per la precisione una carne (o qualcosa di derivato dalla carne) spalmabile, pensato per finire un po’ dapperutto senza troppo gusto né cura. Un prodotto che appunto si chiamava “Spam”, concepito per le razioni militari ma che a partire dal 1937 trovò anche una discreta fortuna commerciale, quando si trattava di soddisfare a basso costo le necessità alimentari più basic.

Ma tutto questo non lo sapevamo ancora in quello scorcio di anni ’80, in quel magico periodo di limbo nella vita di un ragazzo, che riempie lo spazio tra la fine della scuola e del servizio militare e l’inizio della vita lavorativa. Allora i computer non erano ancora stati inventati, o perlomeno erano molto lontani dall’entrare nelle nostre case (faceva eccezione qualche Sinclair e Commodore64, di cui non si sospettava ancora nessun impiego pratico e tanto meno lavorativo, o quantomeno non lo sospettavo io). Non essendoci computer, e quindi nemmeno Internet, non poteva esistere nemmeno lo spam, che avremmo rapidamente conosciuto (e talvolta praticato) in seguito. Esisteva però la fame, la mancanza di soldi e di conseguenza la Pressatella Jambonet.

Non chiedetemi se la Pressatella Jambonet (che potrebbero essere due prodotti diversi, di cui uno probabilmente meritoriamente estinto) siano versione nostrana della più nobile “corned beef”. È possibile ma non ne sono certo. Per noi era “La buona carne”. Un nome certamente ironico, perché non è che non ci rendessimo conto che si trattava di cibo totalmente trash. Era però un trash molto utile. Occupava poco spazio in un carrello già stracarico di birre economiche, non richiedeva eccessive cure nella preparazione, tanto che persino gastronomi poco più che adolescenti e ancora negati (e che perlopiù sarebbero rimasti tali) potevano, diciamo così “prepararla”, dopo un abbondante consumo di alcolici e talvolta altre sostanze di cui non è bene fare propaganda. Erano momenti in cui la fame cominciava a montare impetuosa. Perché, si, la birra sarà pure “pane liquido”, ma talvolta occorreva anche buttare giù qualcosa di solido e problemi urgenti esigono soluzioni rapide ed efficaci.
Con mia grande sorpresa ho scoperto che la Jambonet esiste ancora. Leggere la lista degli ingredienti dà tuttora i brividi ma sospetto che allora fosse ancora peggio, molto peggio. Poco male. Rammolliti dalla birra, assai sintetici ed elementari nelle espressioni verbali, nel consesso cominciava a circolare un monosillabo diverso da quello che aveva dominato fino a quel momento tra chi voleva farsi riempire il bicchiere (glu). Qualcuno morso dalla fame, talora chimica, diceva finalmente. “gnam”. Gli occhi si spalancavano, per quella necessità primaria fino a quel momento dimenticata. Era il momento della “buona carne”.
Fritta o liscia? Questo è il problema
Che io mi ricordi, non esisteva la possibilità di aprire semplicemente le scatolette e avventarcisi sopra. Per quanto ridotti a una condizione alquanto bestiale, qualcosa ci tratteneva dal raggiungere quel livello di perversione anche nei momenti più tragici.
Avevamo una scelta sostanziale e una diciamo così “di lusso” che per quei tempi e quelle condizioni sfiorava l’alta gastronomia
Pasta alla Buona Carne
La pasta alla buona carne era una mano santa quando la fame era tanta e la “buona carne” era poca, perché le poche sostanze erano state dissolte in acquisti principalmente liquidi. Dalla credenza di qualche ignara mamma, fortunatamente assente, spuntava un pacco di pasta, che più o meno sapevamo come portare a cottura, senza troppe pretese. Quello che c’era, c’era. Farfalle, sedani o penne o spaghetti, poco importava. Tutto finiva nella zuppiera, un po’ di olio, la “buona carne” spiaccicata nella pasta calda e collosa. E voilà un gustoso alimento che in condizioni normali nemmeno un cane randagio si sarebbe degnato di assaggiare diventava una fantastica realtà, e generalmente spariva con la stessa rapidità con cui era apparsa.
Le cotolette di Buona Carne
Ben più pretenziosa e impegnativa era la variante slurp, autentica leccornia che poteva essere progettata ed in parte eseguita solo in momenti di maggiore lucidità, quindi piuttosto rari.
La Pressatella Jambonet (e chissà poi se era Pressatella o Jambonet, o entrambe, la situazione era troppo confusa per dare risposte vincolanti) veniva affettata, passata nell’uovo sbattuto e poi nel pan grattato. Occorreva uno specialista, che in genere ero io, per affettare la Jambonet allo spessore giusto. Non così sottile che si squaglia ma nemmeno così grosso da lasciare tre quarti degli affamati a bocca asciutta, stante l’esiguità delle scorte.
La Jambonet impanata fritta era, mi vergogno a dirlo, quasi buona. Sapeva sì di dado e di chimica. Ma erano dadi e chimica fritti, come tali bbuoni. Talmente buoni che credo di avere riproposto a me stesso la leccornia anche qualche anno dopo. I tempi eroici delle zingarate in gruppo erano già finiti. Io lavoravo già, ma ero ancora più povero ed affamato di prima.
Dev’essere stato in quel momento, che potrei collocare verso il 1988, che ho sentito per l’ultima volta il richiamo della “Buona Carne”. Ed è andata bene così, tutto sommato.
A volte anche le storie vere hanno un lieto fine.
Antonio Pintér – copyright Boomerissimo.it


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