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Milan Estudiantes 1969 Bombonera

Milan-Estudiantes 1969: sangue, rapimenti, leggenda alla Bombonera

Caffè bollente, nasi rotti, un arresto a bordo campo. La storia della Coppa Intercontinentale 1969 — la più violenta della storia 

Da vecchio milanista devo ammettere che la nostra leggenda tende a volte un po’ al piagnisteo, e non saprei dire con esattezza se le ragioni siano sempre così solide, anche perché parliamo di tempi storici, di cui la memoria mi è stata tramandato. Gli scontri tra Rivera e Lo Bello, la Verona Fatale. Molte tragedie subite, sconfitte evitabili ma imposte. In questa memoria storica, che in casa mia è sempre stata rappresentata principalmente da mia mamma, fervente milanista senza se e senza ma, c’è però una notevole eccezione. Uno scontro titanico, feroce, ingiusto e sanguinoso da cui però la compagine rossonera uscì in trionfo, brandendo la sua prima (e per lungo tempo unica, mentre la maledetta Inter ne aveva due…) Coppa Intercontinentale. Un trionfo sanguinoso, in mezzo a violenza bestiale, ma trionfo, contro tutto e contro tutti.

Milan Estudiantes 1969 Bombonera
Milan Estudiantes – Combin – Boomerissimo.it®

La scena chiave, molto più della coppa stretta tra le mani, è quella di Néstor Combin, attaccante argentino del Milan. Sanguinante, in catene. Qualcosa a metà tra un ferito e un prigioniero di guerra. Perché guerra fu quella partita alla Bombonera. Nessuno può dimenticarlo, nemmeno tra chi come me, l’ha visto solo attraverso i racconti e le foto d’epoca. Una scena da paura. Senza mettere limiti alla provvidenza,  forse difficilmente immaginabile nel calcio di oggi. In quel 22 ottobre 1969, Combin, centravanti pungente, dallo scatto micidiale lasciò la Bombonera in barella, in stato di arresto, col naso in mille pezzi, il sangue ancora fresco sul viso, le manette ai polsi. E tutto ciò, per rendere la scena più surreale, mentre i suoi compagni festeggiavano in mezzo al campo, alzando alle stelle la loro prima Coppa Intercontinentale.

Tre gol di vantaggio e una promessa

Quattro mesi prima, il Milan di Nereo Rocco aveva battuto l’Ajax in finale di Coppa dei Campioni. Campioni d’Europa. Un’altra partita epica, che ha scolpito nella memoria il nome di un altro centravanti, Pierino Prati. Il 5 giugno, a Madrid, erano stati sui tre gol a piegare gli olandesi e a mettere in chiaro chi comandava nel calcio continentale. Prati mise il Milan sulla rampa di lancio per il trofeo mondiale per club, ma la strada contro gli argentini dell’Estudiantes era tutt’altro che facile.

Milan Estudiantes 1969 Bombonera
Massacro in campo – Boomerissimo.it®

L’andata, a San Siro, rinfrancò i più. Questi terribili dogo non sembrarono granché. Il Milan li schiacciò con un secco 3-0: doppietta di Sormani e gol ciliegina di Combin. Tre gol di vantaggio. Ragionevolmente parlando, si poteva considerare quasi fatta. Il ritorno, una formalità. Solo i più avvertiti sapevano che le cose non erano così facili. Negli spogliatoi, i dirigenti milanisti avvertirono qualcosa di storto, minaccioso — gli argentini erano stati fallosi, nervosi, con quell’aria da chi ha un conto aperto. Allora più di oggi, il calcio di quelle parti aveva fama brutale, si temeva l’imboscata, e non solo in termini sportivi. I papaveri rossoneri erano andati a cercare rassicurazioni dal vicepresidente dell’Estudiantes. «Venite tranquilli», aveva risposto. Tutti si guardarono in faccia, e quella promessa durò esattamente, come si poteva temere, fino all’ingresso in campo alla Bombonera. A Buenos Aires, i fulmini erano scoccati prima ancora del fischio d’inizio. Al momento delle foto di rito, ogni giocatore dell’Estudiantes prese un pallone e lo calciò contro i rossoneri in posa. Antipasto carino che fece capire subito che il fair play poteva aspettare un altro giorno. Negli ultimi metri del sottopassaggio, un secondo agguato: su chi sbucava fuori venne rovesciato del caffè bollente. Sormani in quel tunnel capì tutto. Era già andata così all’andata: «Si posizionarono di fianco a noi. Il capitano lanciò un segnale e loro ci urlarono in faccia. Erano pompati». Al ritorno, con tre gol da recuperare e un paese in ebollizione politica alle spalle, erano qualcosa di più. Si metteva molto male. E tra tutti, si metteva peggio di tutti per Combin, come era stato immediatamente chiaro appena sbarcato all’aeroporto. Oriundo argentino, era considerato un disertore per non aver prestato servizio militare. In più, aveva segnato all’andata. Peggio ancora, era naturalizzato francese. Tre ragioni sufficienti per diventare il bersaglio principale della serata. «Vedo un soldato con la mitraglietta che mi fissa», notò nel salone degli arrivi, capendo subito che qualcuno ce l’aveva con lui.

Il massacro della Bombonera

La partita in sé sarebbe anche stata tranquilla. Rivera segnò alla mezz’ora. Con quel gol, la coppa si poteva dire definitivamente partita per Milano. Ma invece di rassegnarsi, l’Estudiantes perse la testa in modo definitivo. Il difensore Aguirre Suárez e il portiere Poletti colpirono Pierino Prati fino a farlo quasi svenire; i compagni lo portarono fuori dal campo a braccio. Poi toccò a Combin: gomitata di Aguirre Suárez: setto nasale fracassato e “disertore” sistemato. Via in barella, sanguinante. Ma non era ancora finita. Al fischio finale, mentre il Milan festeggiava in mezzo al campo, gli avversari tornarono all’assalto. Botte, una rissa in piena regola, che continuò negli spogliatoi, finché intervenne la polizia con i manganelli. Per arrestare Combin. Sul lettino della barella, il naso in pezzi e il sangue rappreso sul viso, l’uomo che a quel punto era il centravanti più odiato d’Argentina si ritrovò anche le manette ai polsi. L’accusa: renitenza alla leva: un vero e proprio rapimento. Sua madre era sugli spalti, quando lo venne a sapere, si sentì mancare. Aveva fatto tre ore per vederlo giocare, ora giaceva col naso rotto e le manette ai polsi, e chissà cosa gli sarebbe successo poi. La follia non sembrava volersi fermare.

Milan Estudiantes 1969 Bombonera
Pestati e vincenti – Boomerissimo.it®

All’aeroporto il Milan si fermò e nessuno salì sull’aereo. L’allenatore, anzi il Paròn, Nereo Rocco guidò la rivolta: senza Combin, non si partiva. Ci vollero il vicepresidente rossonero Sordillo, l’ambasciatore italiano Fabbricotti e oltre tre ore di trattative estenuanti per liberare il malcapitato. La figuraccia argentina aveva ormai proporzioni internazionali — il Mondiale del 1978, già assegnato al paese, cominciò a essere in pericolo: la FIFA guardava e quello che vedeva non gli piaceva. L’Argentina corse immediatamente ai ripari come solo una dittatura militare sa fare. Il presidente Onganía ordinò l’arresto simbolico del portiere sgomitatore, Poletti e Aguirre Suárez e si scusò a nome della nazione. Poletti prese la squalifica a vita, Aguirre Suárez cinque anni.

Quando Combin arrivò in aeroporto trovò i compagni ad aspettarlo con una torta gigante e lo champagne. «Credevo di dover rientrare da solo», disse. «Ho cominciato a piangere come un bambino, da un occhio solo».Lodetti, dal finestrino dell’aereo in decollo, ormai al sicuro, fece un liberatorio gesto dell’ombrello, rivolto a tutta l’Argentina. Rocco, a tornando a casa scolpì l’epitaffio di quella prima gloriosa e sanguinosa Coppa Intercontinentale: «Sono nel calcio da quarantasei anni, ho assistito a mille partite, ma uno spettacolo così disgustoso non l’avevo mai visto».

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Uno spettacolo talmente sanguinoso e allucinante da tramandarsi di padre in figlio o meglio nel mio caso di madre in figlio. Una di quelle battaglie che capita di avere vissuto, anche se all’epoca eri solo impegnato con la cartella di cavallino della prima elementare.

Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®

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