Sabato santo, 21 aprile 1973. All’Olimpico di Roma c’è uno scudetto che cambia mano all’87esimo minuto. E poi non cambia più. La storia più dolorosa del calcio italiano passa per una bandierina alzata, un fischio e una frase di sei parole.
Della mia parabola di ragazzo rossonero ho raccontato molte volte qui sui Boomerissimo.it. Ci sono disgrazie che ho vissuto da lontano, come la “fatal verona, che costò carissima a mio cugino. Altre che ho visto da vicino, come il giorno della stella, quasi nove anni dopo, quando fui chiamato a sostituire il portasfiga a fianco dello zio, la colonna rossonera di famiglia.

Il dramma di Rivera, perseguitato e sconfitto da Rosario Lo Bello, il Tiranno di Siracusa, invece, l’ho visto attraverso mia mamma. Forse non la più grande conoscitrice tecnica del gioco della pelota (come del resto non lo sono io), ma tifosa appassionata e – forse – segretamente innamorata del Golden Boy, Gianni Rivera. A mia mamma non dovevate evocare Lo Bello e la squalifica di RIvera perché sarebbe diventata rossa come un peperone. Anni e anni dopo, ancora faticava a contenere l’offesa che tutti, ma Rivera in primis, avevamo subito dalla prepotenza e della sfrontatezza di quel dittatore in camicia nera.
Lazio Milan, 21 aprile 1973
È il cosiddetto sabato santo del 1973 quando il Milan di Nereo Rocco e Gianni Rivera sta rincorrendo lo scudetto. E non uno qualsiasi: il decimo, la stella, quell’ossessione che tutto il popolo rossonero insegue dal 1968, cinque anni. Allora sembrano un’attesa infinita. Sarebbero diventati molti di più. In campionato la corsa è incertissima: siamo avanti, ma Juventus e Lazio respirano sul collo.

Vincere quel giorno all’Olimpico significherebbe quasi tutto. Troppa tensione, troppo grande la posta. In campo c’è un Milan roccioso, che straborda di talento, in panchina c’è Rocco (e non serve dire altro), ma il primo tempo è da dimenticare: autogol di Schnellinger, poi il raddoppio di Chinaglia su punizione. Due a zero per la Lazio. A casa si tirano accidenti attaccati alle radioline. Ma nella ripresa il Milan cambia pelle. Rivera sale in cattedra; Rivera che in quella stagione segna 17 gol da centrocampista, una cifra record che dà la misura di un campione fuori da ogni schema (uno che per noi non ha alcuna ragione di vivere il dualismo con Mazzola, per manifesta superiorità); Rivera segna anche quel giorno e riapre la partita. All’87° minuto, il miracolo. Luciano Chiarugi segna il 2-2. O perlomeno, la palla entra in rete. La magia finirà lì. Concetto Lo Bello, arbitro, deputato democristiano, siracusano, adorato da Gianni Brera, fischia. Fuorigioco. Gol annullato. Lo Bello segue con scrupolo e inflessibilità le indicazioni di Pietro Nicolosi il guardalinee che ha alzato la bandierina, vedendo un fuorigioco che nessun altro nello stadio ha visto. Chiarugi, infatti, non era in fuorigioco. Non lo sembrava a velocità normale; quella sera non lo sembrerà nemmeno alla moviola della Domenica Sportiva. Ma Lo Bello è inflessibile, non esita, non si arrende, non gli importa di essere solo contro l’evidenza. Solo anni dopo ammetterà di aver sbagliato. Il gol è annullato, la partita finisce 2-1 per la Lazio e quello che succede negli spogliatoi diventa un caso nazionale.
Il Paròn e il Golden Boy: doppia squalifica
Nereo Rocco, il Paròn, il genio con la faccia da oste, viene espulso da Lo Bello nel caos finale. Aveva applaudito lentamente, con il sarcasmo di chi sa di aver perso una battaglia che non avrebbe dovuto perdere. Lo Bello gli restituisce il gesto con la stessa glaciale lentezza e lo manda fuori.

La partita è persa, Rocco espulso, Gianni Rivera entra negli spogliatoi come una furia. Nel referto arbitrale finiscono “frasi irriguardose” che paiono riferirsi al mestiere più antico del mondo (Rivera, incalzato in seguito, sosterrà – per chi vuole crederci – che non erano riferite alla famiglia di Lo Bello). Quattro giornate di squalifica per lui, sospensione per Rocco. Il campionato, con tre partite da giocare, è praticamente già finito per le forze trainanti di quel Milan. C’è da temere che non finirà bene, e infatti si concluderà con la giornata più rabbiosa e umiliante della storia rossonera. Non era comunque la prima volta che Rivera e Lo Bello si trovavano su fronti opposti. La ruggine covava da anni: Lo Bello, improvvisato opinionista TV, oltre che Tiranno sull’erba, aveva accusato Rivera di aver “rovinato” la Nazionale ai Mondiali del ’66 (quella Corea del Nord, sì). Nel 1972, in Cagliari-Milan, c’era già stato un rigore contestato e una squalifica pesante al numero 10 rossonero. L’ostilità tra i due si tagliava col coltello, e la designazione di Lo Bello per una partita così delicata era stata vissuta come un’offesa e uno sgarbo in casa rossonera. Come, infatti, diventerà. La sera, il verdetto della moviola fu chiarissimo. Ma nella bolgia adrenalinica dell’Olimpico non era per tutti facile capire chi avesse ragione tra i due, all’incrocio tra uno scandalo in area e una faida personale.
La voce roca e la sentenza
Prima dei mezzi elettronici, però, arrivò l’uomo dalle cui labbra, ogni domenica, pendeva l’Italia: Sandro Ciotti.
Romano, laziale di cuore, ex calciatore dilettante, diplomato al conservatorio, paroliere per Jannacci — “Veronica” è sua — e soprattutto voce rauca e affaticata di Tutto il calcio minuto. Non era un vezzo: se l’era guadagnata sotto la pioggia di Città del Messico nel ’68, una radiocronaca interminabile alle Olimpiadi che gli aveva rovinato le corde vocali per sempre. Della sua voce scomparsa, Ciotti amava scherzare: “Ero un baritono naturale, come Sinatra più o meno”. Non urlava i gol come Martellini o Ameri. Li raccontava con understatement e ironia, talvolta con perfidia sottile. Era lui, più di Gianni Brera, il vero poeta del pallone. Quel 21 aprile 1973 diventò anche giudice. A fine partita, chiuse la sua radiocronaca con una frase di sei parole che è entrata nella storia del giornalismo sportivo italiano:
“Ha arbitrato il signor Lo Bello da Siracusa davanti a ottantamila testimoni.”
Non “spettatori”, testimoni. In quello stadio si era consumato un delitto, e a Ciotti bastò una parola perché tutti capissero com’erano andate le cose, senza aspettare il processo serale con il ralenti. Testimoni, non serviva altro, e l’Italia, dalla radio, vide.
L’amaro che non passa
Un mese dopo, il 20 maggio, arrivò la Fatal Verona: il Milan crollò 5-3 contro l’Hellas mentre la Juventus vinceva in casa contro la Roma con un gol di Cuccureddu allo scadere. Scudetto alla Juve. La stella sfumò ancora una volta ma fu quel giorno all’Olimpico, quella bandierina di Nicolosi, quel “delitto” consumato da Lo Bello a farla tramontare. È rimasta una ferita aperta per una generazione. C’è persino un libro scritto da un giornalista siracusano — milanista — che si intitola semplicemente “Chiarugi non era in fuorigioco”. Non avevamo visto nulla alla fine di quel pomeriggio. Avevamo solo sentito una sentenza alla radio. Non ci sarebbe mai più stato altro da dire. Così ho sempre pensato io. Anche perché così pensava mia mamma. Meglio non parlargliene nemmeno oggi, di quel Lo Bello lì, e di quel fuorigioco che non c’era mai stato. Lei era stata testimone.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


Rispondi