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Quiet quitting o boom quitting? Basta che sia quitting

Nuove parole per dire cose vecchie, una di queste è “quiet quitting” che nell’italico idioma potrebbe essere tradotto in “tirare i remi in barca”. Molto meno cool, di certo molto oriettabertiano (finché la barca va…), ma decisamente una scelta precisa, un modus vivendi, un da qui a lì e punto. Addio workaholic, addio wolf of Wall Street, addio criceto che gira la ruota. La campanella è suonata, ci vediamo domani.

Il lavoro è una parte importante della vita, senza ombra di dubbio, per chi lo cerca e non lo trova, per chi ce l’ha ma ne trae sostentamento, per chi ce l’ha e ne trae sconforto, per chi vorrebbe cambiarlo o lasciarlo e andare in pensione.

Meglio fare quiet quitting Foto di ashish choudhary da Pixabay

Facile pensare all’antico adagio “l’erba del vicino è sempre più verde”, ma qui non tanto di erba rigogliosa si parla, quanto di travasi di bile.

Quiet quitting: definizione e fenomenologia

Il fenomeno, già conosciuto in epoca pre-pandemica, pare sia definitivamente esploso grazie al lockdown. Il fermo forzato, la sensazione di quanto tutto quello che fino al 2019 avevamo considerato importante, stabile e definitivo sia in realtà passibile a sgretolarsi velocemente, ha portato un po’ tutti ad interrogarsi su cosa sia davvero ciò a cui teniamo. E tra gli elementi da salvare, nella gran parte dei casi, il lavoro non c’è.

Criceti nella ruota
Criceti nella ruota – Foto di Martina da Pixabay Boomerissimo.it

Quelli che ne capiscono, in una tesi portata avanti dalla prestigiosa Harvard Business Review, ritengono che il “colpevole ultimo” di questo lavorare q.b. non siano i dipendenti, l’onta ricaderebbe nella scarsa capacità dei capi, dirigenti o manager che dir si voglia, di creare con i propri sottoposti gerarchicamente una relazione lavorativa positiva. La cara vecchia “motivazione”. Le decisioni calate dall’alto, la sensazione di essere intercambiabili e di contare quanto un fazzoletto di carta usato, non hanno aiutato la forza lavoro a sentirsi parte di qualcosa. E allora perché sbattersi fuori orario, sacrificare momenti della propria libertà in virtù del prestigio di qualcun altro? Zero riconoscimenti, né “sentimentali” e tantomeno economici. La Harvard Business Review ha pertanto concluso che il dilagare del quiet quitting sia da imputare al fallimento di coloro che sono in charge, che non sono stati in grado di creare una sinergia (odiosa parola) tra gli obiettivi dell’azienda e quelli dei propri dipendenti. Ed è sicuramente vero che “il potere logora chi non ce l’ha”, ma è altrettanto vero che per esercitare il potere nella prospettiva di continuare ad averlo, un minimo di do ut des bisogna metterlo in pratica. O perlomeno far finta di farlo.

Potere o arroganza?

Ognuno di noi potrebbe raccontare decine di storie relative a capi opprimenti, ingiustizie subite o presunte tali. Nessuno qui ha soluzioni da elargire a prezzo di discount. Ci limitiamo semplicemente ad osservare come certi colpi subiti al lavoro vengano mitigati ed accettati se si riconosce di avere davanti a sé qualcuno di estremamente intelligente, brillante, capace di trascinarti nell’impresa.

A queste persone si perdona l’inciampo. Davanti ad altri di cui fatichi a ravvisare il perché siano in quella posizione di superiorità, la soluzione è quella di entrare in modalità “da qui a lì” e guardare l’orologio. E sono proprio le persone più piccole, dotate di un potere risibile, tanto per capirci quelle che quando si presentano dicono prima del loro nome “sono il direttore di…”, quelle che si identificano con una funzione, ad essere i più deleteri. E il mondo lavorativo è pieno di persone siffatte e ai poveri “quitter” tocca surfare tra cumuli di arroganza stantia e puteolente.

Poi ci sono i pochi fortunati che possono “quittare” facendo boom, snocciolando uno per uno al proprio capo, a mò di irreligioso rosario, in ordine alfabetico o random, i motivi per cui è una me**@. Noi, esseri normali, possiamo solo pensarlo e consolarci canticchiando una canzone di quel genio che è stato Gigi Proietti.

E se neanche questo basta, non resta che un giorno di ordinaria follia.

Antonietta Terraglia

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Comments (

1

)

  1. Anni 80 (e oltre)| Il meglio, il peggio, in diretta su Telegram – Boomerissimo

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