Nessuno ha fatto la storia della TV quanto lui. Ma anche la storia della sua laurea è piuttosto appassionante. Ve la raccontiamo.
Il giorno che Giuseppe Raimondo Vittorio (presto detto per brevità “Pippo”) venne alla luce, l’Italia era da poco impegnata nella guerra d’Etiopia. La radio funzionava da poco.

La futura Rai si chiama ancora Eiar e la televisione, che presto sarebbe diventata il giardino di quel bimbo ancora in fasce, allora non era stata -ahimé- ancora inventata.
Pippo Baudo, un destino da avvocato
Non deve fare molta meraviglia che la sua famiglia, e specialmente babbo Giovanni, solido penalista proveniente da un’antica famiglia di dottori in legge di Lentini, ora residente a Militello e principe del foro di Catania, avesse già individuato per quel pargolo ancora urlante un destino nelle aule giudiziarie.

Nella Sicilia di un tempo la professione giudiziaria, vuoi come magistrato che come avvocato era una di quelle che conduceva ai circoli dei notabili cittadini, dove si giocava a carte, si sorgeggiava Marsala, e tra una chiacchiera e l’altra si decidevano i destini del mondo, o quantomeno della città, insieme al dottore, al farmacista, al preside della scuola e ai baroni dell’Università.
I baroni veri e i principi propriamenti detti (non quelli di Tribunale), invece, stavano altrove. Ed esserlo non era una scelta né una professione, ma un destino.
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La strada del giovane Giuseppe Raimondo Vittorio era dunque segnata: a scuola col grembiulino, poi alle medie del paese, il Liceo Classico a Catania e infine la laurea in Giurisprudenza, alla prestigiosa università di Catania, la più antica della Sicilia, che dal 1434 sforna azzegarb… ehm giuristi e avvocati, prestigiosa professione che ha dato lustro al Regno di Sicilia da che mondo è mondo (o quasi).
La doppia vita di Pippo
Ma Pippo è Pippo, e noi che lo abbiamo visto imperare per decenni su tutti i teleschermi d’Italia, dovremmo saperlo bene. Non è tipo facile da piegare, nemmeno quando è in gioco il blasone di famiglia. La sua fuga dal destino già scritto per lui comincia a piccoli passi, quando è ancora ragazzo. Debutta in teatro, ma non troppo lontano dai desideri paterni: il teatro “Tempio” nel quale debutta recitando prose e liriche e suonando il pianoforte, è proprietà di un amico di famiglia, il Cavalier Salvatore Tempi (che battezza il suo teatro in assonanza quasi perfetta al suo patronimico).
Ma la scena, lo spettacolo, e supponiamo anche le giovani attrici e ballerine che sgomitano per trovare un posto sulla scena, sono una sirena troppo forte per essere ignorata. E Pippo, mentre prosegue gli studi di Giurisprudenza che lo affascinano sempre meno, viene sempre più risucchiato nel vortice dello show business. Insieme al compagno di studi Tuccio Musumeci si avvicina a quella che sarà la sua professione definitiva. Formano un duo nel quale Musumeci è il comico e Pippo Baudo la spalla e, non occorre dirlo, il presentatore.
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In questa formazione appena nata ma già matura, che caratterizzerà tutta la sua carriera, Baudo riesce persino a debuttare in televisione, nel 1956, in uno spettacolo di Luciano Rispoli.
Dalle Aule al teleschermo
Il padre è sempre più perplesso, ma il giovane Pippo si preoccupa di non contrariarlo, proseguendo, seppur senza troppo interesse, i suoi studi. Esame dopo esame, ma anche spettacolo dopo spettacolo, si avvicina alla laurea. Ma più il giorno si avvicina più le due carriere appaiono inconciliabili.

E’ il 1957, un anno dopo la sua prima fugace apparizione televisiva. La famiglia prepara ricevimenti e festeggiamenti. Pippo nel frattempo prepara la serata finale di Miss Sicilia, che è stato chiamato a condurre a Erice, esattamente all’altro capo dell’Isola. E decisamente agli antipodi dell’austera aula universitaria che lo attende per consegnargli il diploma.
La traversata
E’ tuttora un viaggio di un certo rilievo, 324 Km. 4 ore abbondanti di macchina, secondo l’ultimo fixing dei navigatori computerizzati. Nella Sicilia di allora si tratta di una traversata infinita, praticamente impossibile, specialmente per uno studente ancora non automunito. Ma Pippo decide di non decidere. Sarà a Erice la sera, in mezzo alle sue affascinanti (per quanto castigatissime) Miss e il giorno dopo a Catania a discutere la sua tesi. Non conosciamo la reazione del padre, che dobbiamo supporre perplessa. Né quella della madre, che a quel tempo non poteva essere in grado di temperare l’angoscia grazie al contatto telefonico cellulare.

Non ci sono autobus, né treni, né altre forme di trasporto pubblico ad assicurare il collegamento in tempi utili, ma ciò non toglie il sorriso smagliante a Pippo, lassù sul palco di Erice. E forse anche nel dopofestival (che già al tempo era a volte assai più avvincente del Festival).
Esaurito il suo primo e più importante dovere, Pippo finalmente punta su Catania. A piedi. Con l’ottimismo che a Baudo non è mai mancato, oltre a una fiducia nei suoi mezzi che vorremmo avere tutti, il giovane presentatore quasi laureato estrae il pollice. Non è la classica procace autostoppista degli spot. Eppure riesce lo stesso a smuovere il senso di empatia, o forse di pietà, di un conducente di camioncino che trasporta frutta e verdura dalla Sicilia Occidentale, attraverso le montagne centrali, fino alla seconda capitale isolana, dove il Nostro ha il suo appuntamento.
Passata la nottata sdraiato tra casse di frutta e di ortaggi, Pippo giunge fresco come un… cavolo a Catania, giusto in tempo per la sua seconda e meno importante cerimonia.
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Il padre per quel giorno può evitarsi un travaso di bile. La mamma è certamente convinta che le sue preghiere siano state l’elemento risolutivo. Pippo sale a prendere la sua pergamena. E la mette in quel cassetto in cui, da allora, non è uscita più.
Antonio Pintér.


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