Nero per caso? Sammy Davis Jr. si è scontrato con tutte le discriminazioni che venivano dal colore della sua pelle. Ma non ne avrebbe voluto nessuno. Visto che la sua identità non era abbastanza problematica, fece di tutto per complicarsi ulteriormente le cose. Né bianchi, né neri, né ebrei, nessuno sentiva Sammy Davis come una cosa sua. E a lui andava bene così. Lui era Sammy Davis Jr. un entertainer con troppe dimensioni per averne una sola.
Per noi, che viviamo l’epoca dell’indignazione permanente e delle microidentità fanatiche e rabbiosamente in lotta, è veramente difficile capire un uomo e un artista come Sammy Davis Jr.

A nostra scusante va detto che è stato molto difficile anche per i suoi contemporanei.
Come Michael Jackson, o quasi
Era nato ad Harlem, la capitale nera, nel 1925. Il luogo e il momento giusto per diventare un performer di colore. E anche la famiglia giusta: i suoi genitori erano ballerini di vaudeville. Nella movimentata, e non di rado affamata, vita delle tournée teatrali, i due si separarono presto. Sammy restò in giro per l’America col padre, e con la sua compagnia di danza.
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Come tanti artisti di colore prima e dopo di lui (chi si ricorda di un certo Michael Jackson?) Sammy Davis Jr ha vissuto un’infanzia in cui famiglia, lavoro, affetti, spettacolo, talento, studio e improvvisazione si mescolavano in ricette imprevedibili. Sammy Davis esordì insieme al padre e a Will Mastin, in un trio di danza, con cui il giovanissimo Sammy colse i primi successi.
La vita è bella
Era un mondo chiuso, una bolla, quella dello spettacolo “colored” negli Stati Uniti prima della guerra. Un mondo in cui una compagnia di spettacolo nero si esibiva per i neri e, salvo rare e particolarissime eccezioni, non avrebbe mai potuto incontrare un pubblico bianco.
I bianchi avevano i loro teatrini, i loro locali. I neri la loro musica, le loro danze, le loro battute, il loro show business. In questa bolla nera, il padre e lo zio Will protessero Sammy il più possibile dallo scontro con un mondo esterno che li odiava. Senza mezzi termini.
Sammy fu convinto che gli insulti e le minacce non fossero dovuti al colore della pelle e al disprezzo razziale. Erano, gli dicevano, cattiverie dovute all’invidia per il loro ruolo di uomini spettacolo E a lui piaceva credere che fosse così.
Il mondo non è di un solo colore
Poi fu la guerra. E nel calderone dell’esercito americano, fuori dalla sua bolla, senza un padre e uno zio che gli chiudevano gli occhi e gli raccontavano favole, l’infanzia di Sammy Davis Jr. finì bruscamente.
“Improvvisamente il mondo sembrava diverso. Non era più di un solo colore. Mi rendevo conto di come mio padre e Will mi avessero protetto per tutta la vita. Speravano amorevolmente che io non arrivassi mai a conoscere il pregiudizio e l’odio, ma si sbagliavano. Era come se avessi camminato dentro una porta girevole per diciotto anni, una porta che loro avevano sempre tenuto aperta in segreto.”
Sammy Davis Jr
Sammy Davis Jr, si trovo immerso in un mondo ostile, la cui ferocia avrebbe ancora dovuto scoprire fino in fondo. Ma contro cui avrebbe lottato a modo suo: con il talento.
Il ragazzo con la benda
Il mio talento era la mia arma, il mio potere, il mio modo di lottare. Era l’unica maniera in cui potevo sperare di influire sulla mentalità delle persone”
Sammy Davis Jr
Sotto le armi e dopo la guerra, la carriera di Sammy fu fulminante. Da un successo all’altro, da uno show all’altro. Tanti soldi, veloci. Tante ragazze, che a lui piacevano bianche. E tanti, tantissimi problemi.
L’ America non era pronta ad accettare un divo che era sicuramente nero. Ma non stava in nessuno dei recinti culturali, artistici, e nemmeno politici che erano stati costruiti per lui. Non era pronta culturalmente, non lo era nemmeno legalmente.
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La sua prima moglie fu May Britt, un’ attrice svedese. Un matrimonio semplicemente nullo secondo la legge americana del tempo, che non ammetteva i “matrimoni misti”. Un caos di matrimonio, da una parte illegale, dall’altra rapidamente naufragato.
Un pasticcio, si dice, organizzato per sviare l’attenzione dalla tresca con Kim Novak, altra diva bianchissima. Una bomba mediatica. La relazione con la Novak. fu drammatica e scandalosa e gli costò, secondo i bene informati, un occhio.
Davis fu coinvolto in incidente stradale quasi mortale, molto probabilmente organizzato da gangsters. Ne uscì con un occhio di meno e una nuova fede religiosa, tanto per semplificare le cose. Affascinato dal rabbino che gli era stato vicino in ospedale, nei giorni drammatici in cui stava tra la vita e la morte, l’ imprevedibile performer uscì dall’ospedale convertito all’ebraismo.
Uno strano membro anche della tribù di Giuda, pronto a sfidare subito un’ altra appartenenza. Adesso era un nero che viveva fra i bianchi, da ebreo. E non piaceva troppo a nessuno di loro.
Amico di Frank Sinatra, respinto dalla Casa Bianca
Non aveva bisogno di affermare nessuna identità, non aveva nessun senso di inferiorità verso l’ America bianca. Vestiva in smoking, cantava al Sands con Frank Sinatra. Diventò, quanto Frank e Dean Martin, il “Rat Pack”, quel gruppo di artisti e amici che sfidava le barriere col cameratismo. Che sorrideva e irrideva i confini razziali. Ben sapendo che esistevano e che erano profondi.
Sammy Davis era “Smokey” nelle battute di Frank. Era “l’ebreo con un occhio solo”. Un umorismo mordace con cui Sinatra ironizzava di pregiudizi che non ignorava affatto, e che in parte aveva subito.
Ma fuori dal Rat Pack, esisteva sempre il mondo per cui un nero era solo un nero, e doveva restare fuori. Avvenne, in modo sorprendente e terrificante all’insediamento di John F. Kennedy, il presidente dei diritti civili che Frank Sinatra aveva contribuito ad eleggere. Frank e Dean dentro, Sammy fuori. Niente pelle nera alla Casa Bianca, please.
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Anche un nero “deraciné” come Sammy Davis Jr si trovava di nuovo respinto, e nel modo più incredibile dall’ America bianca. Dean Martin declinò l’invito per quella cerimonia che aveva escluso l’amico, Frank Sinatra no. Qualcosa si ruppe.
James Brown, la voce, il corpo e l’anima dell’America nera
Se c’è un artista agli antipodi di Sammy Davis, è James Brown. Il primo viene da Harlem, l’ Atene afroamericana. L’ altro da una baracca del South Carolina. Nord e Sud, città e America rurale profonda. Uno è stato un prezioso, leggero e ironico caleidoscopio. L’ altro un carico di dinamite
James Brown: il “Re del Rhythm & Blues”, “Sex Machine”, “The Godfather of Soul”, l’anima del ghetto. Sammy Davis Junior, “Mr. Show Business”, la star di Las Vegas.
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Eppure entrambi sono stati l’America nera, nelle sue due opposte facce. E a volte anche un uomo che decide di ignorare le differenze, di non soffrirne, di riderne, deve arrendersi e ammettere che il mondo non è (ancora) un manifesto Benetton. E che dalla proprio identità si deve ripartire.
Con Martin Luther King, Sammy Davis partecipò, a modo suo, da nero “ebreo con un occhio solo”, alla battaglia per i diritti civili.
E con James Brown, in una magica sera di TV, Sammy Davis Jr venne a raccontare come la sua “negritudine” forse interessava più agli altri che a lui. Ma era lì. Era una cosa sua, e non aveva nessuna intenzione di farne a meno.
E lo raccontò con il corpo, con la voce, con il camel walk. Non era solo un grande showman. Era un grande showman nero. Il ghetto e Las Vegas erano forse lontani. Ma erano parte dello stesso mondo.
Antonio Pintér


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