Due legami diversissimi con il mondo ebraico hanno prodotto la più straordinaria versione di Hava Nagila che si sia mai sentita. E che probabilmente sentiremo in futuro.
Una sera del 1965 gli ospiti del Danny Kaye si trovarono di fronte a una notevole sorpresa, che per i più era completamente impossibile da immaginare. Non solo scoprirono che sia Danny Kaye (nato Kaminsky) che Harry Belafonte avevano origine ebraica. E ascoltarono un classico che qualunque ebreo del mondo ha cantato almeno una volta nella vita: Hava Nagila, in una versione che nessuno, ebreo o no, potrà mai dimenticare.

Nessuno aveva mai unito alla carica di speranza e di gioia di questa melodia, un’interpretazione così luminosa e cangiante. Non vogliamo essere pessimisti o con la testa rivolta all’indietro. Ma è abbastanza improbabile che nessuno riesca più a cantarla così, e sia detto senza alcuna polemica verso giovani popstar delle quali ignoriamo le origini ma conosciamo, ahimé abbastanza bene, il “talento”.
Le origini ebraiche di Danny Kaye e Harry Belafonte
Per Danny Kaye le cose sono piuttosto semplici: Kaye è nato David Daniel Kaminsky, in una famiglia di immigrati ebrei ashkenaziti ukraini. La più classica delle origini est-europee degli ebrei americani.

Ben più intricate sono le cose per Harry Belafonte che benché abbia goduto della definizione di “più famoso ebreo del mondo” non era ebreo negli stretti termini legali in cui gli ebrei definiscono loro stessi: e però era assai fiero delle sue connessioni e origini ebraiche, che erano numerose e diverse.
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Suo nonno era un ebreo sefardita, cioè orientale. Una storia che nasce con la diaspora di Spagna del 1492, che disperse gli ebrei del regno in tutto il Medio Oriente e in qualche caso altrove: per esempio in Olanda, da cui veniva Mr. Bellefanti quell’antenato di Harry Belafonte (nato appunto Bellefanti)
“a white Dutch Jew who drifted over to the islands after chasing gold and diamonds, with no luck at all.”
Ma era ebreo anche una specie di padre adottivo di Bellafonte. E delle sue radici ebraiche Belafonte è sempre stato molto fiero: ne ha fatto uno dei temi di una vita di lotta per i diritti civili, è arrivato a organizzare un incontro tra Nelson Mandela e i leader ebraici mondiali, nel 1989.
Due ebrei, tre opinioni: sefarditi ed ashkenaziti
Mentre molti fantasticano intorno a una immaginaria solidarietà tra tutti gli ebrei del mondo, capace di influenzare i destini del mondo (un classico di questo genere è il celebre falso della propaganda antisemita russa: “I protocolli dei Savi di Sion”, che resta ahimé un bestsellers anche ai nostri giorni), gli ebrei ridono delle loro divisioni, con battute tipo “due ebrei, tre opinioni”. Una delle più essenziali è quella che divide il mondo ebraico in due grandi sfere: quella degli ebrei “occidentali” o ashkenaziti, che hanno trascorso il Medioevo e buona parte dei secoli successivi nell’Europa occidentale, centrale e orientale e quella degli ebrei orientali o sefarditi, originari della Spagna e da lì espulsi nel 1492, soprattutto verso il Medio Oriente.

In generale, nel mondo moderno, questa differenza di origine produce curiose frizioni come quelle che noi italiani conosciamo bene, tra Nord e Sud, in tutte le sue varianti, accenti, colori. “Nordici” gli ashkenaziti, “mediterranei” i sefarditi, per semplificare al massimo, nel modo più pop e adatto a questa sede leggera, che ha il compito di intrattenere.
Hava Nagila, il canto di gioia di tutti gli ebrei
Per noi ebrei le feste hanno quasi sempre connotazioni che forse in altre tradizioni sarebbero agghiaccianti: si commemorano scampati pericoli, distruzioni, massacri. Molto spesso le musiche più canoniche di queste feste hanno una connotazione tendenzialmente tragica, e sono spesso diversissime tra sefarditi e ashkenaziti, o anche da una comunità all’altra.

Hava Nagila è diversa. Pur nascendo da una antica nenia ashkenazita (o più precisamente in questo caso, hassidica), è stata scritta in ebraico moderno per celebrare la dichiarazione Balfour, che alla fine della Prima Guerra Mondiale assicurò agli ebrei un “focolare” in Palestina. Grande fu la gioia nel mondo ebraico dell’epoca. La canzone (anche in questo caso ci sono due o tre pareri in conflitto su chi sia l’autore della versione finale) significa “Rallegriamoci”. Fu suonata a Gerusalemme e subito si sparse in tutto il mondo, e subito divenne una grande hit delle feste familiari: matrimoni, bar/bat mitzvah. È un canto che unisce ebrei di tutte le tradizioni e senza distinzioni di origini e provenienza
Quel giorno al Danny Kaye show
Nel 1965, sotto le luci del Danny Kaye show, avveniva un incontro in qualche modo classico. Un ebreo dalle origini più classiche, più “regolari” e in definitiva più “normali” che un ebreo americano potesse avere, incontrava un ebreo sui generis, dalle origini variopinte, dal carattere fiammeggiante e comunicativo.
E dei due era stato Bellafonte a parlare di più al suo pubblico del suo legame con il mondo ebraico, e dell’importanza che aveva avuto per lui.Per David Daniel Kaminsky era una parte “normale” della sua biografia, che fino a quel momento non aveva poi avuto tutta quella importanza nella sua carriera artistica.
Era Belafonte dal 1959 a cantare Hava Nagila sui palchi americani, suscitando l’entusiasmo del pubblico per questa trascinante melodia e per l’epopea del nascente Stato Ebraico, che allora era un tema meno divisivo di oggi. Quel giorno al Danny Kaye Show, fu Harry Belafonte a indurre Danny Kaye a tirare fuori la sua anima ebraica, sulle note di una canzone gioiosa, fatta per unire.
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L’antico con il moderno, l’oriente e l’occidente, sefarditi e ashkenaziti. E quel giorno anche un ebreo “strano” come Harry Belafonte con un ebreo assolutamente “regular”, come Danny Kaye. Non si era mai sentita prima una Hava Nagila così.
Vedremo quando se ne sentirà un’altra.
Antonio Pintér


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