Sono una band leggendaria, insieme da 40 anni e sempre con la stessa formazione. Certo sono cambiati, si sono evoluti, sforzandosi di mantenere integrità. Ci sono riusciti?
Gli U2 fanno parte di quelle band che hanno scolpito il loro nome nel cuore dei loro fan.

Chi lo è stato dalla prima ora ricorda l’ansia per l’uscita di ogni nuovo album (in vinile), la “botta” per ogni canzone ascoltata, la trepidazione nell’attesa del tour e l’angoscia di non trovare i biglietti.
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Storie di fan
Chi vi scrive, all’alba di più di trent’anni fa, fece perdere la sue tracce in famiglia per andare ad un loro concerto, ovviamente distante centinaia di chilometri. Tutto in una notte. Stadio Flaminio e ritorno. Al mattino la sensazione di disfacimento fisico per non aver dormito, mangiato, senza voce per aver cantato sempre, per essere stata in piedi quasi 24 ore e per aver saltato e ballato per la maggior parte del tempo.
Ma il cuore e l’anima erano pieni, perché quei momenti sono una bolla, un altrove in cui non c’è il tempo e ti senti davvero dove vorresti essere e soprattutto vorresti che fosse eterno. Negli anni ho avuto il piacere di vivere quella sensazione più di una volta; con amici, sorella, fidanzato ed infine, la più bella, con figlia. Anche questa volta fuggita in macchina con lei al fianco. Musica a palla e cantare, andata e ritorno così.
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Sarà per questioni generazionali, ma fino ad un certo album conosco tutte le canzoni a memoria, ogni riff, ogni assolo, ogni vocalizzo sono stampati nella mente. Dopo è tutta una nebbia, confusa e indistinta. Mi ci sono interrogata e ho provato a ricordare l’ultimo concerto. E se l’entusiasmo dei ragazzi è stato vivo per tutto l’evento, l’esplosione c’è stata con le canzoni più datate e non le cito, perché se state leggendo, le conoscete a memoria.
Songs of Surrender
Quella notte di trent’anni fa, tremò Roma, si pensò al terremoto. Bono, infiammò il pubblico urlando in italiano Questo posto è grande…ma noi e voi…siamo più grandi!”. Ed era così. I giornali, il giorno seguente, provarono a spiegarsi tanto amore, tanta sintonia tra il pubblico e la band. Erano i tempi di The Joshua Tree.
E’ di questi giorni la notizia che Bono e c. stanno per uscire sul mercato con il loro ultimo lavoro: Songs of surrender. Prevista per il 17 marzo prossimo, la raccolta, perché di tale si tratta, avrà al suo interno 40 tracce storiche rivisitate. The Edge ha promesso che saranno più essenziali rispetto alle originali. Il cofanetto sarà diviso in 4 parti, una per ogni componente della band irlandese.

Abbiamo anche vissuto da poco l’uscita dell’autobiografia di Bono ed il suo conseguente tour promozionale, con le canoniche ospitate tv, nonché l’annuncio dei prossimi concerti che si terranno a Las Vegas, allo Sphere, una nuova mega sala da concerti alta 120 metri con una capienza di 20 mila spettatori, 54 mila metri quadri di schermi led. Niente spostamenti di città in città dunque, solo concerti “stanziali”, come l’ultimo Elvis, come Sinatra, come Celine Dion e Rod Stewart. Non ci sarà però Larry Mullen alla batteria, ufficialmente per questioni di salute. Sarà sostituito da Bram van den Berg, musicista olandese dei Krezip.
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E se la macchina organizzativa che gira intorno alla band si da’ un gran da fare per veicolare tutto questo come l’ennesimo successo planetario, anzi stellare degli U2, ad una vecchia fan, sembrano gli ultimi ruggiti di un vecchio leone.
Esiste un momento in cui ci si rende conto di non essere in grado di far altro se non riproporre quello che si è stati. Non c’è nulla di disonorevole in questo, soprattutto se quello che si è fatto è stato davvero grande. E nel loro caso lo è stato. Quanto c’era di rabbia, forza, rock, negli anni si è trasformato in replica, in ologramma. Ora c’è da chiedersi chi andrà ai concerti a Las Vegas e soprattutto quanti soldi dovrà mettersi in tasca per entrare.
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E’ evidente che loro sono cambiati e il pubblico a cui si rivolgono anche. Gente che compra autobiografie e che può permettersi concerti ad alto prezzo, cofanetti altrettanto costosi. Siamo certi che saranno gli stessi (ex) ragazzi che hanno comprato all’epoca The Joshua tree o ancora prima The unforgettable fire, War, October, Boy?
Siamo sicuri che avrebbero voglia di vederli, che ci sia ancora la sintonia, l’empatia di quel concerto al Flaminio? Sono e siamo ancora grandi insieme? Forse sarebbe meglio lasciare quando si ha ancora qualcosa da dare o cambiare completamente. Come dicevano le mamme “alzarsi da tavola, quando si ha ancora un po’ di fame”.
Queste Songs of surrender hanno l’amaro sapore di una resa.
Antonietta Terraglia


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