È il 1981, un’ epoca che molti rimpiangono (specialmente quelli che non se la ricordano bene). I computer erano per pochi, i telefoni se ne stavano attaccati al muro con il filo. E pure lì rompevano abbastanza le balle. La musica stava nella radio, oppure in quei dischi neri che sono recentemente tornati di moda insieme a tutto ciò che è vintage. Quando improvvisamente…
Nel 1980, un giovanotto di circa 16 anni aveva appena comprato il suo primo sassofono, sognando di emulare Charlie Parker. Un momento biblico, se così si può dire. Un moderno remake dell’ “ebbrezza di Noé”. Accadde durante una visita nelle Langhe, dove mi comportai come lo sciagurato Cam.

I frutti della vite
Senza vergogna, e con premeditazione, trassi vantaggio dall’entusiasmo con cui mio padre aveva goduto dei frutti della vite, durante un notevole pranzo a La Morra. Con la non meno sciagurata assistenza di mia madre (figura femminile assente nella storia originale, ma quantomai efficace, se si tratta di mettere in scena le cose veramente) convincemmo l’arcigno patriarca.
Merula di Bra, magazzino e paradiso della musica, stava giustappunto lì vicino e si poteva approfittare dei prezzi scontatissimi per acquistare un sax tenore, ormai evidentemente necessario. Il contralto che avevo in prestito mi andava stretto. Avevo già capito che non sarei mai riuscito ad avvicinare Charlie Parker. Vai a sapere perché, pensavo che forse Sonny Rollins sarebbe stato più abbordabile. E poi a me piaceva il suono del tenore: i frutti della vite si rivelarono provvidenziali allo scopo.

Quel ragazzo di sedici anni viveva per la musica, solcando costantemente i suoi vinili di jazz sul suo giradischi Telefunken. Passava pomeriggi col naso attaccato alle vetrine, sognando di mettere insieme le 70mila lire che ci volevano per upgradare il suo mangianastri giallo, francamente osceno. Non immaginava minimamente che da lì a poco, il mangianastri non gli sarebbe più servito.
Carpe e walkman
Ricordo distintamente quando sentii il fragore dell’asteroide che stava per precipitare su quel mondo, che in breve sarebbe diventato paleotecnologico. Stavo pescando, con scarso successo, alla carpa.

Nella mia borsetta di pescatore avevo buttato un depliant arrivato nella casella della posta. Seduto all’ombra, con la lenza ormai gettata al fondo, in attesa che succedesse per una volta qualcosa, ebbi tempo di sfogliarlo. Era quello del Sony Walkman.
C’erano tante figurine. Personaggi che godevano della musica in stereofonia, in hi-fi, nei posti più assurdi e imprevedibili. Fantastici. Pescando, appunto. Ma anche camminando, e sul tram. Poi a scuola, in palestra, in bicicletta (il mezzo che mi aveva portato lì). Musica. Stereo. Stereo. Stereo. Ovunque. E in privato, cosa che per un amante del jazz è assolutamente fondamentale.
Non solo le donne odiano il jazz, ma pure gli amici, i genitori, i vicini di ombrellone, i parenti stretti e quelli lontani. Il walkman era la risposta a TUTTO.
Storia di una passione bruciante e infelice
È difficile spiegare la violenza con cui divampò il desiderio di quell’oggetto, da subito. Persino le carpe passarono in secondo piano, raccolsi le mie cose e me ne tornai a casa a sognare il walkman, che in qualche modo sarei riuscito ad avere, anche se portare di nuovo mio padre a La Morra era da escludersi. Certi colpi di genio funziono solo una volta.
Quando riuscii ad averlo scoprii rapidamente che una parte dei miei sogni sarebbe rimasta tale. Il walkman funzionava dove c’era silenzio, tipo in camera mia. E stica. In giro, per la strada, in tram, non si sentiva quasi un tubo. Riuscii ad averne uno che registrava. Ma la tecnologia con cui avevo sognato di eternare i concerti di Stan Getz e Sonny Rollins si rivelò in realtà poco affidabile, alla faccia del perfezionismo nipponico.
Tra rivoluzione e sconcertante mediocrità
Insomma il walkman in quelle sue prime incarnazioni si rivelò assai meno meraviglioso del suo concetto. Una promessa grandiosa con una esecuzione mediocre, deludente, talvolta irritante.
Più che alla brochure che avevo sfogliato tra le carpe, il walkman assomigliò allo spot che abbiamo ritrovato tra le teche di Instagram. Forse l’esempio di creatività ed esecuzione più bolsa, prevedibile, stupida che si potesse concepire.
Il mondo in bianco e nero, annoiato con le faccette finte, che diventa a colori quando qualcuno si mette le cuffiette. Tutti che ballano come tarantolati, con le faccette ancora più finte. Una roba da vomito.
Capita raramente alle idee che cambiano il mondo di trovare una pubblicità che sia alla loro altezza. Al walkman non capitò. Nel frattempo la pubblicità mi sono messo a farla io. In qualche caso, spero, un po’ meglio di quanto vedete qui. Da quei giorni che dovevano cambiare tutto è effettivamente cambiato tutto, tranne una cosa. No, non il walkman, che mi pregio di non avere sostituito nemmeno col telefono.
Il sassofono. Suono ancora lo stesso stesso sax che in un momento di debolezza riuscii a strappare a Noè, mio padre. E quando lo faccio sorrido ancora, anche se non sono diventato Sonny Rollins.
Antonio Pintér


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