Sembra incredibile, ma è esistito davvero un tempo in cui i telefoni stavano attaccati al muro o nella mitica “gabina”. Poi arrivò Motorola.
Vi ricordate la prima chiamata mai fatta da un telefono cellulare? Io sì, me ne feci prestare uno che a quell’epoca era una curiosità per megaricchi e da casa mia (dove mancava anche il telefono fisso, per garantire un minimo di pace alle ore extra lavoro, come cambiano i tempi…) chiamai un’ azienda vitivinicola, per sapere se al weekend sarebbero stati aperti per una visita che di dovere aveva nulla e di piacere tutto.

Inutile dire che il miraggio ottimistico di dedicare la nuova tecnologia solo ed esclusivamente agli sfizi goderecci non durò molto. Ricordo anche la prima sgradita telefonata che ricevetti, mentre mi occupavo appunto del mio accrescimento personale, in visita a Budapest, ben lontano dalle scrivanie e dagli squilli continui di un reparto creativo. Ero su un tram, sulla circonvallazione interna e il “ramarro” (ovvero l’Ericsson verde che portavo in tasca a quel tempo) suonò, per gettarmi all’istante in non so quale casino di lavoro. Quell’offesa lancinante alla mia quiete, quell’intrusione sgradita per uno come me, che (almeno fino all’invenzione del cellulare) ha sempre cercato di dividere bene i piani e i tempi del lavoro e del non-lavoro, mi annunciava (e me ne resi conto distintamente) che quella divisione era finita, per sempre. Che non ci sarebbe più stato un tempo per passeggiare o per sedersi al caffé lasciando che dei problemi si occupasse chi era rimasto di vedetta a lavorare.
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L’ era della reperibilità costante era cominciata e nulla l’avrebbe fermata più. Per me che sono un pessimista naturale che non ha mai creduto agli annunci pubblicitari che scriveva. No, non avremmo lavorato su spiagge tropicali, ci avrebbero rotto le scatole anche mentre eravamo in spiaggia. Che è diverso.

Esattamente come pensavo, non eravamo noi a liberarci del luogo di lavoro, per operare liberamente da chissà quale paradiso vicino o lontano. Era l’ufficio a raggiungerci mentre ci facevamo gli affari nostri in pace (almeno fino al momento dello squillo). Previsione tanto nefasta quanto facile, che si è realizzata puntualmente e che in parte, solo in piccola parte, ha trovato il suo contrappeso nella popolarizzazione di internet, che ha permesso davvero (almeno a chi lo vuole) di spostare il suo ufficio dove vuole, e di produrre in pigiama davanti a una tazza di caffè.
Quel primo telefono “portatile”
Il telefono cellulare, in realtà, era stato inventato qualche anno prima di quel giorno del 1988 in cui mi illudevo ancora di poterlo usare solo per pianificare weekend e scampagnate beverecce. Il Mororola DynaTAC X8000X, il primo cellulare della storia, era stato invento circa cinque anni prima da un oggi arzillo novantaquattrenne di nome Martin Cooper, ambizioso vicepresidente di Motorola.

Era un bestione che oggi, al netto della svalutazione, costerebbe 10mila euro, aveva 30 minuti di autonomia dopodiché ci volevano altre dieci ore di ricarica. Pesava 800 grammi ed era lungo 25 centimetri. Tascabile sì, ma per le tasche di un cacciatore di Big Game africano, forse. Difficilmente gli scettici blu che, allora come oggi, commentano le innovazioni tecnologiche con la sagacia della coppia di vecchietti del Muppet Show, avrebbero potuto prevedere che quell’aggeggio infernale che allora pareva una torura per presidenti di corporation avrebbe presto cambiato la vita di tutti, e con un gioia che non accenna a scemare (secondo le ultime statistiche ogni italiano possiede un telefono cellulare e mezzo, e questo contando pure neonati e centenari)
Prima telefonata, prima trollata
Martin Cooper, come comprende chiunque l’abbia visto o sentito parlare, non è il tipo del freddo e noioso ingegnere. È ancora oggi un vulcano di idee, di cui non siamo certi di auspicare la realizzazione (il telefono installato sotto la pelle dell’orecchio è l’ultima innovazione che il ragazzo vede all’orizzonte).
A chi fece la prima telefonata, secondo voi? La storia è tanto nota quanto spassosa: Cooper scese in strada in mezzo al frastuono della Sixth Avenue, perché il suo interlocutore potesse ben comprendere che non stava chiamando dalla felpata comodità del suo ufficio, e compose il numero di Joe Engel, il suo terribile concorrente di AT&T, per annunciargli che il telefono cellulare era finalmente pronto. Ed era Motorola.
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AT&T aveva annunciato da tempo di avere in serbo un nuovo concetto che avrebbe liberato l’uomo dalla schiavitù del filo del telefono. Un sistema di telefoni per auto che avrebbe permesso di muoversi chiamando. Ma Cooper aveva visto ancora più in là e mettendo l’intero reparto ricerca & sviluppo di Motorola al lavoro, aveva creato il primo telefono cellulare, portatile e personale. In macchina, a piedi, o dovunque.
“Ciao Joe, sono Martin Cooper e ti sto chiamando da un telefono cellulare. Ma un vero telefono cellulare, personale e portatile”
– Martin Cooper e la prima chiamata cellulare della storia
La corsa era finita e all’altro capo della conversazione rispose un lunghissimo agghiacciato silenzio. Motorola ha cambiato davvero il mondo della telefonia, e lo ha fatto più di una volta, rendendo quei “mattoni” anche pieghevoli e realmente portatili in borsetta (per la gioia di chi abbia viaggiato in uno scompartimento ferroviario dagli anni ’90 in poi).
Oggi, che è diventato un sottomarchio della cinese Lenovo, i suoi giorni di gloria appaiono lontani. Chissà chi sarà il Motorola di domani, e se sia il caso di aspettarlo con gioia, o con un brivido che corre per la schiena.
Antonio Pintér


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