In pochi sanno cos’erano e ancora di meno sanno come usarli. I floppy disk ci insegnano che il futuro è nel passato
Quelli che non sono nativi digitali ricordano bene quanto sembrasse “avanti” MS-DOS. Gli scrivevi il comando (accuratamente annotato su un antidiluviano taccuino/quadernetto) e in pochi secondi eseguiva una serie di stringhe che portavano a quanto gli avevi richiesto di fare.

Semplice, ma soprattutto sicuro, dato che i nostri PC dell’era pre homo technicus non erano connessi. Quello che era tuo, che avevi scritto, elaborato ecc. ecc. rimaneva secretato nella memoria minima del tuo computer. A meno che tu non volessi fisicamente condividerlo con qualcuno o quel qualcuno non te lo fisicamente scippasse, lì rimaneva.
Caro vecchio floppy
C’era una volta, nel mondo dei computer che ancora occupavano intere stanze, un problema: come caricare rapidamente dati e programmi su supporto facilmente trasportabile? Nel 1967, IBM affidò la missione a un gruppo di ingegneri guidati da Alan Shugart e David Noble. Il risultato fu a dir poco rivoluzionario, un disco magnetico flessibile, grande 8 pollici, racchiuso in una sottile custodia di plastica. Era nato il primo floppy disk, capace di contenere circa 80 kilobyte. Oggi, nell’era dei cloud e dei dischi rigidi aggiuntivi sembrano poca cosa, ma all’epoca fu un traguardo senza precedenti.

Il floppy si diffuse rapidamente. Rispetto ai vecchi nastri magnetici era leggero, portatile e permetteva di leggere e scrivere dati in pochi secondi. Negli anni ’70, i floppy da 8 pollici diventarono lo standard per caricare software e aggiornare i mainframe IBM. Ma il vero boom arrivò con la versione da 5,25 pollici, più piccola e maneggevole, che conquistò i primi personal computer e i cuori degli informatici di tutto il mondo. Bastava infilare il dischetto nel drive e, con un clic, il computer prendeva vita.
Negli anni ’80, il floppy si fece ancora più piccolo e robusto: arrivò il 3,5 pollici, capace di 1,44 megabyte e protetto da una custodia rigida. Era il simbolo del salvataggio dati, tanto che la sua icona è sopravvissuta anche nell’era digitale. Tutti abbiamo avuto le nostre scatole di floppy su cui erano caricati i programmi, rigorosamente numerati, da inserire in sequenza.
L’obsolescenza salvifica
Mentre il mondo si affanna a inseguire l’ultimo chip quantistico o l’app di ultima generazione che ci farà fare tutto direttamente con il pensiero, è bizzarro pensare che fino al 2019 l’esercito americano gestiva il suo arsenale nucleare con una tecnologia che potrebbe essere definita “reperto da museo della preistoria digitale”.
Usavano floppy disk da 8 pollici, computer IBM degli anni ’70 basandosi su una filosofia di sicurezza che si potrebbe riassumere con una frase “se non è connesso, non è hackerabile”. Una vera lezione di pragmatismo militare.
E’ noto che le superpotenze sono dotate di un sistema che controlla testate nucleari capace di ridurre il pianeta in cenere in 30 minuti. Ora immaginate che questo sistema funzioni grazie a dischi di plastica tanto grandi quanto apparentemente fragili, inseriti in lettori rumorosi che sembrano usciti da un film di Stanley Kubrick. È così che lo Strategic Automated Command and Control System (SACCS) ha operato per oltre quattro decenni.
Questi floppy disk da 8 pollici, introdotti negli anni ’70, potevano contenere appena 1,2 MB di dati che erano sufficienti per le coordinate di un missile, ma non abbastanza per salvare una foto in alta risoluzione del piatto che si era mangiato. Questi antiquati supporti sono stati la colonna portante di un sistema definito “il più sicuro al mondo” proprio perché disconnesso da qualsiasi rete. Nessun Wi-Fi, nessun Bluetooth, nessun aggiornamento software che si blocca a metà. Solo codice semplice, hardware prevedibile e la certezza che per violarlo servirebbe un ladro degno di Ethan Hunt in Mission Impossible.
Ed è qui che risiede il colpo di genio: l’inaccessibilità diventa sicurezza. Mentre i sistemi moderni combattono contro malware sempre più sofisticati, il SACCS viveva tranquillo, protetto dalla sua stessa incomprensibilità. Non si può hackerare ciò che non si trova.
IBM Series/1: il computer che ha visto cadere il Muro di Berlino
Al cuore del sistema c’era l’IBM Series/1, un mainframe che ha fatto la sua comparsa quando i jeans a zampa di elefante erano la novità e non un revival. Questo gigante grigio, grande come un armadio, è rimasto operativo grazie a un’ingegneria d’altri tempi. No microchip, solo transistor e cavi a nastro a farlo funzionare. La manutenzione? Un mix di archeologia industriale e artigianato. I pezzi di ricambio erano conservati in magazzini segreti. Pare che alcuni componenti siano stati recuperati da vecchie banche o ospedali.

L’isolamento era la vera arma segreta. L’intero sistema era air-gapped, cioè non parlava con nessuno, nessuna connessione a internet, nessuna porta USB, nessun rischio di phishing. Per trasferire dati, si usavano i floppy disk, trasportati fisicamente da un bunker all’altro. Una lentezza che diventava sicurezza: per rubare i codici, serviva infiltrarsi in una base militare, superare guardie armate e… saper usare un lettore di floppy da 8 pollici.
Infine l’upgrade, ma solo nel 2019
Nel 2019, dopo 43 anni di servizio, il SACCS ha finalmente abbandonato i floppy disk per un “dispositivo di archiviazione digitale a stato solido”, in parole povere, una chiavetta USB ultra-sicura. Un balzo nel futuro? Più che altro un piccolo passo, considerando che il resto del sistema è rimasto identico. “Abbiamo aggiornato il supporto di archiviazione, ma il cuore è sempre lo stesso IBM Series/1”, ha spiegato un ingegnere. L’aggiornamento ha introdotto, però, nuovi rischi. Ora che i dati viaggiano su dispositivi digitali, sia pur isolati, la tentazione di connettere il sistema a una rete è dietro l’angolo, con nuove possibilità per gli hacker.
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C’è una lezione da trarre da tutto questo. Forse la complessità non è sinonimo di sicurezza. I sistemi moderni, con milioni di righe di codice e aggiornamenti continui, sono vulnerabili. Quelli vecchi? Sono come fortezze di pietra: rozzi, ma indistruttibili. “Un computer degli anni ’70 non ha backdoor nascoste—le sue vulnerabilità le conosciamo da decenni”, ha spiegato un analista.
C’è un movimento crescente che guarda al passato per proteggere il futuro. In Russia, alcune centrali elettriche usano ancora tubi a vuoto per resistere agli impulsi elettromagnetici delle esplosioni nucleari. In Svizzera, le ferrovie federali si affidano a orologi atomici degli anni ’80 perché più precisi dei GPS. E in Giappone, certi uffici governativi conservano i documenti su nastri magnetici.
Mentre il mondo corre verso il metaverso e l’AI onnipotente, il SACCS resta un monito, in certi casi il progresso è sopravvalutato.
Del resto nel duello tra Nokia 3310 e l’ultimo modello di IPhone sappiamo bene chi vince, in durata, sicurezza ed anche come arma impropria.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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